“Poggio Bracciolini and the Re(dis)covery of Antiquity: Textual and Material Traditions” a cura di Roberta Ricci

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Prof.ssa Roberta Ricci, Lei ha curato l’edizione del libro Poggio Bracciolini and the Re(dis)covery of Antiquity: Textual and Material Traditions pubblicato da Firenze University Press: quale importanza riveste la figura di Poggio Bracciolini nella storia dell’Umanesimo e del Rinascimento?
Poggio Bracciolini and the Re(dis)covery of Antiquity: Textual and Material Traditions, Roberta RicciLa curatela Poggio Bracciolini and the Re(dis)covery of Antiquity: Textual and Material Traditions analizza la poliedricità umanistica di Bracciolini e pubblica gli Atti del Convegno che ho organizzato presso Bryn Mawr College nel 2016 in memoria dell’alumna Phyllis Goodhart Gordan (1913-1968), collezionista e studiosa di manoscritti poggiani, poi donati alla nostra Special Collection. All’interno della filologia umanistica e delle polemiche intellettuali in corso relative ad esperienze di metodo e problematiche di lavoro, Poggio Bracciolini (1380–1459) è attivo nel quadro italiano del ‘400 su numerosi fronti della critica testuale e del dibattito politico: sagace indagatore di biblioteche, collezionista di sculture e oggetti antichi, dalla grande passione archeologica per le rovine, la medaglistica e l’epigrafia, umanista e latinista, filologo e copista, calligrafo e ricercatore di manoscritti, traduttore ed autore dal quale si dipanano mille fila con gli intellettuali del tempo. Personaggio di spicco e controverso, l’umanista si inserisce con moderna consapevolezza in un dibattito di cultura specializzata, tanto lontano dall’età precedente quanto proficuo per i futuri lavori scientifici delle Digital Humanities (l’informatica umanistica a cui dedico il mio articolo intitolato Shifting Times, Converging Futures: Technologies of Writing Beyond Poggio Bracciolini nella curatela in questione), dei Reception Studies (il cui valore assume oggi una nuova rilevanza critica in accademia) e all’interno della disciplina denominata in termini generali Manuscript Studies che abbraccia l’ambito sia filologico-paleografico che visuale-materiale della produzione codicologica. Definire la singolarità temporale a recupero di codici corrotti trova formula piena nella filologia secondo un rimodellamento significativo della ricezione dei classici greci e latini, non più come recupero passivo bensì (ri)creativo che consente la comunicazione tra mondo antico e mondo early-modern. Il codice si affaccia sull’orizzonte umanistico con aspetto rigoroso e intellegibile, nel segno di una critica filologica attenta a restituirne l’aspetto originale. La prima fase di restauro è la recensio: ricostruzione della forma più antica del testo dai codici sopravvissuti, dopo aver confrontato (collatio) relazioni reciproche e riscontrato varianti. In tal modo si allestisce uno stemma codicum che mette in relazione testimoni in base alla loro discendenza. Subentra l’emendatio, correzione congetturale che mira alla ricostruzione della forma originaria, eliminando codici corrotti tràditi (dal latino tradere, tramandare) da archetipi mai verificati dagli scrittori medievali. Dunque all’indomani del consolidamento degli humanitatis studia si instaura un rapporto dinamico con il testo antico al fine di indagarne la tradizione manoscritta in tappe di trasmissione e varietà di forme. Come afferma Riccardo Fubini, con Bracciolini nasce una nuova concezione del codice “in senso ampio, come documento e testimonianza storica” attraverso la (ri)scoperta, il restauro ed infine la copiatura a garantirne quella divulgazione/attualizzazione che rende i classici a noi familiari.

Quali vicende segnarono la vita e la carriera di Poggius Florentinus, come egli si faceva chiamare? Come si articolò il suo impegno civile e qual era la sua visione politica?
Segretario papale nel 1403 e poi cancelliere della Repubblica fiorentina nel 1453, Bracciolini si delinea quale “pivotal figure in the History of Humanism”, per riprendere una grande studiosa dell’umanesimo fiorentino, Nancy Struever, con cui ho studiato alla Johns Hopkins University negli anni del dottorato. Attento alla storia fiorentina e immerso nei risvolti dello scisma religioso, prima scrittore apostolico e poi segretario, nel 1414 è a Costanza per seguirne il concilio nella sua intera durata (1414-1418), in questa età di disordine e sfiducia nelle istituzioni. A chiusura, trascorre quattro anni in Inghilterra (1418-1422) continuando le sue escursioni alla ricerca di codici e, recuperato il titolo di segretario pontificio, dopo anni di isolamento e solitudine, rientra a Roma nel 1423. Segue poi Eugenio IV (1431-1447) al concilio di Basilea alla fine degli anni’ 30 e rimane legato alla Curia pontificia nei suoi numerosi spostamenti fino al 1453, anno in cui si stabilisce definitivamente a Firenze e assume la carica di cancelliere della Repubblica fiorentina, sotto la signoria di Cosimo de’ Medici. Nel 1458 si ritira a vita privata nella villa che aveva da tempo acquistato nel paese natale, Terranuova, e l’anno successivo muore. Bracciolini dà voce ad una abbondante produzione trattatistico-dottrinale, invettiva, satirica, ed epistolografica che rispecchia il suo impegno civile. Del suo spirito polemista fanno fede le Invectivae, composte nelle numerose contese che lo vedono impegnato nei confronti di altri umanisti, come Francesco Filelfo e Lorenzo Valla, con i quali intreccia discussioni teoriche e metodologiche a proposito della traduzione intesa come trasferimento culturale, trans-latio, passaggio da un luogo all’altro, secondo il significato etimologico del participio passato di transferre (trans-latus). La tensione polemica emerge inoltre nelle Facetiae, nei dialoghi (De avaritia, De infelicitate principum, De varietate fortunae, De miseria humanae conditionis) e nel difficile rapporto con Firenze, madrepatria tardamente acquisita, verso la quale esterna al suo rientro come cancelliere preoccupazioni per i pericoli connessi alla vita cittadina, pretendendo un’ampia immunità fiscale. Da menzionare anche i toni tesi che connotano le Historiae florentini populi, apparse postume a Venezia nel 1476 e composte negli ultimi anni di vita, incentrate sui recenti conflitti fiorentini con Milano, con le quali l’autore, oramai anziano, finisce per mettere in pericolo la propria posizione nei riguardi del regime mediceo; al riguardo segnalo l’articolo contenuto nel volume dal titolo The Historiae florentini populi by Poggio Bracciolini. Genesis and fortune of an Alternative History of Florence (O. Merisalo).

Di quale preziosa attività di ricerca dei manoscritti antichi si fece promotore l’umanista fiorentino?
Relativamente agli epistolari che si addensano fitti nei fondatori dell’Umanesimo come prassi di lavoro in parallelo ad operazioni di copiatura, lettura, glossatura, le cinquecentocinquantotto lettere di Bracciolini, indirizzate a clerici, personaggi pubblici, amici, offrono interessanti spunti di riflessione per cogliere in fieri il processo di assorbimento della cultura classica all’interno di un progetto di impegno civile tout court, a cui accennavo pocanzi. Le lettere vengono compilate durante le escursioni in Francia (a Cluny, a Parigi), in Svizzera (nel convento di San Gallo), in Germania (nella biblioteca di Colonia) che lo portano negli anni 1415-17 alla re(dis)covery (da qui il titolo della mia curatela) inusitata di celeberrimi codici antichi, poi commissionati in copia o da Bracciolini stesso trascritti in nome del principio di leggibilità, come vedremo fra breve. Fra i più prodigiosi ritrovamenti si ricordano: Quintiliano (Institutio oratoria), Valerio Flacco (Argonautica), Cicerone (otto orazioni), Lattanzio (De utroque homine, De ira dei, De opificio hominis), Stazio (Silvae), Lucrezio (Epitoma rei militaris, De Rerum Natura), Petronio (Cena Trimalchionis), Asconio (Commentario), Vitruvio (De architectura). Su questo particolare argomento, suggerisco la lettura del libro di Stephen Greenblatt, The Swerve. How the World Became Modern, del 2011, vincitore del Pulitzer Prize for Nonfiction e del National Book Award for Nonfiction, in cui si ripercorrono le tappe precise del ritrovamento di codici perduti, con particolare attenzione dedicata alla scoperta del Rerum natura di Lucrezio. Proprio a tale attività viene dedicato il saggio Poggio and Other Book Hunters (J. Gaisser) nel volume che ho curato per Firenze University Press.

Quali rapporti intrattenne Bracciolini con le maggiori figure della Firenze del XV secolo?
Nella vasta gamma di considerazioni sviluppatasi all’interno della rinnovata temperie del secolo XV, la fisionomia di Bracciolini si impone relativamente al principio di imitatio in polemica sia con Coluccio Salutati, che favorisce i moderni auctores, ossia cronologicamente vicini a chi scrive, con Petrarca sul piedistallo di eccellenza, sia con l’insigne filologo Lorenzo Valla, che fa sentire il forte influsso dell’analisi filologica anche sull’orizzonte teologico. Nodo dell’ostilità è la rigorosa cura editoriale propria del secondo umanesimo di Valla che si scontra frontalmente con la prima generazione di cui Bracciolini si sentiva campione ma che oramai volgeva al tramonto, grazie alla quale si erano riscoperti codici eccezionali. Da una parte l’indiscutibile principio di imitatio profuso da Bracciolini, dall’altra la coscienza storica dell’interpretazione valliana che individua fra le vette di perfezione già raggiunte l’eloquenza di Quintiliano, superiore al ciceronismo professato da Bracciolini, in nome di un confronto critico piegato alle concrete esigenze di chi scrive con originalità storica. La divergenza concerne anche l’accuratezza scientifica e lo scrutinio grammaticale con cui Valla si accosta ai testi classici e alle Sacre Scritture. Su questo punto l’opposizione fra i due umanisti non può essere più netta. Se l’esegesi fedele dei mores antichi innalza la lingua a fondamento di idee e mezzo di trasmissione scientifica, dalla violenta polemica fra Bracciolini e Valla esplosa fra il 1451 e il 1453 affiora anche la consapevolezza raggiunta di un divario fra latino e volgare che investe centri umanistici. Al dibattito linguistico, ovvero se gli antichi romani parlassero latino o volgare, partecipano con ardore i più illustri umanisti di quegli anni di intenso fervore intellettuale: Bracciolini, Valla, Leon Battista Alberti, Guarino Veronese, Biondo Flavio, Leonardo Bruni. La disputa sui rapporti di emulazione si colloca all’interno dell’argomentazione già avviata da Dante e Petrarca sulla controversa questione dell’origine del volgare e dunque sulla mutevolezza del latino. Da una parte Biondo e Bracciolini a sostenere l’idea del latino quale lingua in uso, già parlata nell’impero romano, identificando il volgare come frutto di corruzione barbarica, dall’altra Bruni a individuare nel latino una lingua meramente artificiale, favore di una diglossia di base sin dall’antichità. Ad attestare quanto il panorama di questo periodo sia dinamico, l’esperienza filologica affianca adesso anche la conquista del greco, grazie agli spostamenti da Est a Ovest di insigni bizantini e da Ovest a Est di umanisti occidentali (di cui mi sto occupando nella mia nuova ricerca in fieri). La prassi di studio condiziona una robusta tradizione di versioni latine solo adesso in grado di attingere direttamente agli originali, che vedono il torchio presso le aldine con ben ventisette editiones principes. È Salutati, maestro di Poggio Bracciolini, ad invitare il bizantino Emanuele Crisolora presso l’università di Firenze per l’assegnazione della prima cattedra greca, sì da permettere nel 1397 la formazione del circolo omonimo di lettura e apprendimento della lingua ellenica in Europa Occidentale. Con Crisolora e i suoi allievi si forma la nuova generazione di studiosi che mette il greco in stretto e costante rapporto con il latino sia relativamente al restauro del greco in codici latini che all’ambito traduttologico. L’esigenza è quella di adattare ed abbellire, garantire fedeltà di pensiero ai concetti di base e nel contempo dichiarare preferenza culturale alla nuova età con la conversio ad sensum, più chiara e libera del meccanico modello medievale della versione ad verbum, ritenuta oramai oscura ed obsoleta. Divergenze sul rinnovato interesse verso il codice segnalano l’entusiasmo di Bracciolini per il principio di libertà ed indipendenza. La traduzione, di cui si occupano anche Bruni, Filelfo, Valla, quale capacità di trasporre da una lingua all’altra contenuto e forma, contestualizzando la provenienza e comprendendo a pieno la ricchezza dell’originale, si inserisce a pieno titolo nel processo di riconoscimento che ci fa riflettere sulla nuova carica assunta dalla ricezione dei classici da parte del lettore moderno. Il tratto saliente rimane il modo di porsi di fronte all’autorità canonica, a includere recupero filologico del testo inteso anche quale traduzione recta onde emendare la fase corrotta della tradizione manoscritta, diramatasi in numerosi testimoni. Pertanto adesso, grazie anche alla traduzione dal greco al latino e poi al processo di volgarizzamento, i testi classici si impongono in tutta la loro dinamicità nella sovrapposizione di testimoni medievali, archetipi in movimento, emendazione, corruzione, testo a stampa, congettura, varianti d’autore.

In che modo Bracciolini contribuì all’innovazione grafica e materiale del libro?
Bracciolini, scriba di raffinatissima eleganza (cfr. il Pluteo 50.31 presso la Biblioteca Medicea Laurenziana), emerge con contributi significativi anche nella trascrizione del codice che adesso deve rispondere a ideali grafici di chiarezza e precisione, all’interno di un sistema di segni alfabetici percepito nella dinamica cronologica e non più nella staticità sincronica. Nel‘400 per la prima volta viene insegnata ai giovani scribi la bella grafia con rigorosi esercizi di copiatura di segni alfabetici, sillabe, intere frasi, forme di interpunzione, varianti grafiche, lettere ben distinte, un nuovo ductus causato dalla posizione della mano, del calamo, del tavolo, degli stacchi di penna in seguito all’abbandono delle antiche legature gotiche in uso in epoca medievale. Tale operazione del nitide scribere riguarda le giuste proporzioni, la spaziatura con forme rotondeggianti, ariose ed armoniose, in opposizione al recte scribere che concerne piuttosto ortografia, grammatica e punteggiatura. Se Petrarca per primo getta le basi teoriche per un modello di minuscola semplice, castigata et clara, decorosa e corretta dal punto di vista ortografico, piccola ed elegante, di tratteggio uniforme e leggibile, in opposizione alla scrittura gotica trecentesca, difficile alla vista perché eccessivamente calligrafica e decorativa, è Coluccio Salutati, maestro di Bracciolini, a segnare a Firenze il passaggio calligrafico dalla teoria alla pratica grazie alla diretta imitazione grafica della littera antiqua, erroneamente identificata con la minuscola primitiva romana dei secoli IV e V ma in realtà trasmessa agli umanisti dalla tradizione grafica del rinascimento carolingio. È Salutati ad aiutare Bracciolini ad essere accolto in sede apostolica proprio in virtù della sua bella grafia, garanzia di accessibilità e di trasmissione, e a far trascrivere allo stesso allievo il suo De verecundia nel Laurenziano Strozziano 96, opera del maestro che segue da vicino la copiatura fra il 1402 e il 1403. Così “Coluccio Salutati fu il nonno e Poggio il padre della scrittura umanistica” opina Giuseppe Billanovich a proposito dell’eccezionale collaborazione grafica fra maestro ed allievo. Tale sincronia intellettuale, seppur da un punto di vista diverso, viene analizzata nella curatela in questione in Poggio Bracciolini and Coluccio Salutati. The Epitaph and the 1405-1406 Letters (S. Baldassarri). Bracciolini insiste sul ritorno ad una scrittura sobria morta da secoli, non come ideale punto di riferimento nostalgico, ma come grafia chiara ma anche ornata, arrotondata ma anche di agevole lettura. Risultato di grazia e limpidezza, l’elegante minuscola carolingia ha un effetto profondissimo nella conservazione qualitativa della letteratura classica, solidamente e finalmente restaurata in una forma da leggere con facilità e piacere. Bracciolini emerge quale fondatore del nuovo ideale che giunge direttamente ad influenzare i primi incunaboli di piccolo formato stampati da tipografi stranieri sul finire del secolo XV e da Aldo Manuzio a Venezia, presso i cui torchi usciranno numerose editiones principes (tra cui testi greci). In conclusione, in seguito al processo indefesso di approfondimento e recupero di testi ignorati, o mal conosciuti, e alla copiatura scrupolosa che scandisce ogni movimento della mano nell’avanzamento degli studi, Bracciolini emerge con salda capacità di procedere oltre. Si affaccia sul panorama europeo come intellettuale polemico e laico, operoso e impegnato, aspro e duro, fiero oppositore del pensiero mediolatino e sicuro esponente della nuova cultura secolarizzata: dunque esemplare e modellizzante, la cui mano giunge fino ai nostri giorni e diviene scrittura principe per l’avvìo grafico moderno.

Roberta Ricci (Laurea, Università degli Studi di Pisa; Ph.D, The Johns Hopkins University, USA) è professor e direttrice di dipartimento di Italianistica al Bryn Mawr College, nei pressi di Philadelphia. La sua ricerca riguarda la letteratura tardo-antica, medievale e rinascimentale con attenzione alla tradizione manoscritta. Per il suo nuovo progetto monografico, intitolato provvisoriamente Mobility, Transculturality, Philology: A Timeless Byzantium, ha recentemente ricevuto una borsa di studio presso The Byzantine Studies Program at Dumbarton Oaks, istituto di ricerca affiliato alla Harvard University.

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