Con MÖBIUS. Il Giardino, quinto capitolo della saga di fantascienza di Carmine Belfiore, il viaggio attraverso il tempo assume una portata ancora più ampia. Dopo gli eventi raccontati ne La ragazza del Jersey, James Morton continua a seguire una pista di cui non conosce la destinazione, affidandosi sempre più a quell’istinto che ha imparato a riconoscere nel corso della sua esperienza. La ricerca lo conduce questa volta molto più indietro: oltre trecentomila anni nel passato, in un’epoca vicina alla comparsa dei primi Homo sapiens.James si ritrova in una Terra priva di civiltà, dominata da una natura che Linda definisce «viva e prepotente». Davanti al paesaggio che si estende dalla catena montuosa del Medio Atlante fino alle acque di un grande lago, crede di trovarsi in un «paradiso». Proprio in quell’area sono state rinvenute alcune delle prime testimonianze della presenza dell’Homo sapiens, tanto che Morton arriva a domandarsi, quasi per gioco, se il motivo del suo viaggio sia la ricerca del paradiso terrestre. Il titolo del romanzo si lega a questa suggestione, ma assume un significato più concreto quando James si imbatte in qualcosa di insolito e misterioso. Nel mezzo della Terra preistorica scopre infatti una struttura delimitata da una recinzione e, sul cancello, un cartello con su scritto «Programma Settantasette. Il Giardino». Al suo interno si trovano laboratori, aule, uffici, e gruppi di ragazzi, sorvegliati dal personale del Campo. La loro presenza è avvolta dal mistero, ma sappiamo che sono «una grande risorsa, un investimento colossale», destinati a determinare «il futuro dell’umanità». Il Giardino, dunque, non rimanda soltanto all’aspetto incontaminato della Terra osservata da James, ma dà il nome a un programma collocato proprio in un periodo decisivo per la storia della specie umana.
A rafforzare il richiamo al racconto delle origini vi è anche la mela. Due figure estranee al Campo ne sorvegliano le attività senza farsi vedere e portano con sé alcuni di questi frutti, destinati ai ragazzi che vivono al suo interno. Il loro compito, però, sembra andare ben oltre questo gesto, dal momento che «una mela può essere qualcosa di più di una mela», come scrive l’autore in apertura ad uno dei capitoli iniziali. Il riferimento al paradiso terrestre diventa una delle suggestioni attraverso cui il romanzo interroga il confine tra ciò che consideriamo mito e una storia dell’umanità che il viaggio nel tempo potrebbe rivelare sotto una luce diversa.
Alla Terra preistorica si contrappone la Londra del 1888. Rispetto al paesaggio incontaminato in cui si trova James, la città ottocentesca sprofonda nella povertà e nella violenza. Belfiore ne percorre i vicoli bui e le taverne, soffermandosi soprattutto sulle condizioni di chi vive ai margini della società. L’oscurità che avvolge le strade contribuisce alla sensazione di pericolo e diventa parte dell’atmosfera della città. In questo scenario incontriamo Annie, rimasta sola dopo la morte del marito Richard, caduto in Afghanistan. Mentre percorre Londra al calare della sera, la donna osserva con timore «le aperture, gli anfratti» che incontra lungo il cammino. Il senso di minaccia che attraversa queste pagine si lega presto alla comparsa di figure enigmatiche, che sembrano avere uno scopo preciso.
In questo nuovo volume torna uno degli interrogativi centrali della saga: quale spazio rimane alla libertà individuale in un universo in cui passato, presente e futuro non seguono l’ordine con cui siamo abituati a pensarli? Una volta arrivato nella preistoria, James comprende il paradosso della propria posizione: ciò che per lui deve ancora accadere appartiene, dal punto di vista dell’umanità, a una storia che si è già compiuta. Linda riassume il problema in una frase solo in apparenza contraddittoria: «tu hai una scelta, perché ne hai sempre una. Sarà essa a non avere scelta!». La questione del libero arbitrio, già affrontata nei volumi precedenti, viene così ripresa attraverso l’esperienza di James: la scelta continua a spettare all’individuo, anche quando le sue conseguenze appartengono a un passato che, per altri, è già accaduto.
Sul piano stilistico, Belfiore mantiene alcuni dei tratti che hanno caratterizzato i precedenti capitoli della saga. I dialoghi occupano uno spazio importante nella narrazione e diventano spesso il luogo in cui vengono affrontate le questioni scientifiche e filosofiche alla base del romanzo. Anche in questo volume, la componente fantascientifica lascia così spazio alla riflessione, senza perdere di vista lo sviluppo della vicenda e il mistero che guida la ricerca di James.
Per chi ha seguito Möbius fin dall’inizio, Il Giardino amplia ancora la prospettiva della saga, portando James verso un passato che coincide con le origini dell’Homo sapiens. Il viaggio nel tempo assume così un significato diverso: non riguarda soltanto la possibilità di attraversare epoche lontane, ma il ruolo che James può aver avuto in una storia che, dal suo punto di vista, è già accaduta. Il Giardino, la mela e le figure che agiscono nell’ombra entrano nella stessa ricerca, mentre torna una questione che attraversa l’intera saga: quanto conosciamo davvero della realtà e della storia da cui proveniamo?
Giorgia Carta




