Perché diffido di chi promette di insegnarci a vivere. E, dopo una vita trascorsa anche facendo lo psicologo, ne diffido forse ancora di più.Non ho scritto un manuale. Non propongo dieci regole per essere felici, cinque passi per superare una perdita o sette strategie per diventare persone migliori. Posso raccontare quello che ho capito, o credo di avere capito, attraversando la mia vita. Posso mettere a disposizione pensieri, errori, contraddizioni.
Poi il lettore farà ciò che vuole. Magari troverà qualcosa che gli serve. Magari penserà che sto dicendo una sciocchezza.
Quel “forse” è quindi importante. È quasi una dichiarazione di metodo.
Perché definisce queste riflessioni “instabili”?
Perché sono diventato progressivamente diffidente nei confronti delle idee troppo stabili.
Abbiamo bisogno di certezze. Ci aiutano a orientarci e probabilmente anche a sopravvivere. Ma una certezza, quando diventa troppo solida, rischia di impedirci di vedere tutto ciò che la contraddice.
Nel libro arrivo a dire una cosa che da giovane avrei probabilmente considerato poco lusinghiera: sono una persona contraddittoria.
Oggi non ne sono particolarmente preoccupato. A vent’anni ero molto più coerente. O almeno credevo di esserlo. Con il tempo ho scoperto che la coerenza è spesso una narrazione che costruiamo per tenere insieme pezzi di noi che insieme stanno piuttosto male.
L’instabilità alla quale penso non è confusione. È la possibilità di dire: ieri la pensavo così, oggi non ne sono più tanto sicuro.
A settant’anni passati mi sembra una conquista più interessante dell’avere finalmente capito come funziona il mondo. Anche perché, francamente, non l’ho capito.
Nel libro c’è molta autobiografia. Quanto c’è dello psicologo Rolando Ciofi e quanto dell’uomo?
Non saprei separarli. Sono stato psicologo per gran parte della mia vita e sarebbe ridicolo fingere che questa esperienza non abbia modificato il mio modo di guardare le cose. Ma nel libro non utilizzo la psicologia per spiegare gli altri. Molto spesso faccio esattamente il contrario: uso me stesso come materiale.
Parlo del mio corpo, del peso, delle dipendenze, dei miei genitori, dei figli, di tre matrimoni, della sessualità, della malattia, dell’invecchiamento. Non sempre ne esco particolarmente bene.
Mi interessava vedere che cosa sarebbe successo rivolgendo qualche strumento accumulato in tanti anni di lavoro verso una materia che conosco abbastanza bene e malissimo allo stesso tempo: me stesso.
Uno dei capitoli ha un titolo curioso: “Elogio del citrullo”. E il citrullo, in quel caso, è lei.
Assolutamente sì. Dopo i settant’anni mi è venuta un’idea brillante: diventare scrittore. Non scrivere, perché quello lo facevo già da una vita. Proprio diventare scrittore.
Sono entrato nel mondo editoriale con una discreta dose di ingenuità. Ho speso soldi, creduto a qualche promessa, coltivato aspettative probabilmente sproporzionate.
Insomma, mi sono comportato da citrullo.
Ma riflettendoci ho capito che la parola decisiva non era “ingenuo”. Era “desiderante”. Quando desideriamo intensamente qualcosa diventiamo permeabili. Crediamo più facilmente. Rischiamo.
Naturalmente possiamo proteggerci. Possiamo diventare così prudenti da non prendere più fregature. Ma c’è un inconveniente: potremmo anche non partire più per nessun viaggio.
A una certa età questo rischio mi sembra persino maggiore. Possiamo diventare prudenti fino alla sterilità. Preferisco conservare una piccola quota di citrullaggine. Naturalmente cercando di non farmi spennare troppo.
Un altro titolo piuttosto forte è “Meccanica elementare della guerra”. Che rapporto c’è tra una guerra e la nostra vita quotidiana?
Nel libro parto da un’immagine molto semplice. Per esistere abbiamo inizialmente bisogno che qualcuno ci veda. Normalmente sono i genitori. Lo sguardo dell’altro ci riconosce e, in qualche modo, ci autorizza a esistere.
Ma arriva un momento nel quale, per diventare noi stessi, dobbiamo liberarci proprio da quello sguardo. Uso provocatoriamente l’espressione “uccidere il padre”. Naturalmente non sto parlando di omicidio. Parlo della necessità di differenziarsi da chi ci ha definiti.
E non è affatto detto che i padri abbiano voglia di lasciarsi uccidere.
Da lì nasce il conflitto. Nelle famiglie, nei gruppi, nelle istituzioni e, con dinamiche enormemente più complesse, anche tra i popoli.
La mia idea è che il conflitto non sia necessariamente un incidente che avremmo potuto evitare se fossimo stati tutti più buoni. È anche uno dei modi attraverso i quali ci differenziamo.
Il problema diventa allora come attraversarlo senza trasformare la differenza nella necessità di distruggere l’altro.
Nel sottotitolo usa un’espressione molto concreta: “digerire la vita”. Che cosa significa?
Significa innanzitutto accettare che non tutto è digeribile.
Ci accadono cose che riusciamo a comprendere, elaborare, collocare dentro una storia. E altre no. Restano lì. Perdite, errori, incontri, ingiustizie, occasioni mancate. Qualche volta anche felicità che non sappiamo spiegare.
“Digerire” non significa trasformare tutto in qualcosa di positivo. Questa idea mi sembra persino un po’ violenta. Ci sono esperienze dolorose che rimangono dolorose. Non hanno necessariamente qualcosa da insegnarci.
Significa forse riuscire a incorporarle nella propria storia senza pretendere che smettano di essere ciò che sono. E accettare che rimanga qualche residuo indigesto.
Anche sul perdono sembra avere cambiato idea scrivendo il libro.
Sì. Ed è un buon esempio di ciò che intendo per riflessioni instabili.
Per molto tempo ho avuto una posizione piuttosto netta. Se qualcuno ti fa del male, puoi difenderti, allontanarti, elaborare ciò che è successo. Ma perché dovresti perdonarlo?
Oggi questa posizione non mi basta più.
Mi sono accorto che qualche volta non perdonare significa continuare a rimanere legati proprio alla persona o all’evento dal quale vorremmo liberarci.
Sto allora cominciando a pensare al perdono in maniera diversa. Non come assoluzione morale. Non significa dire che ciò che è accaduto andava bene. E neppure dimenticare.
Potrebbe essere semplicemente un modo di ridurre l’ingombro che quell’evento continua ad avere nella nostra vita.
Non sono ancora sicuro di pensarla davvero così. E mi piace che nel libro si veda questa incertezza.
Il libro affronta temi piuttosto seri — malattia, dipendenza, conflitto, solitudine, morte — eppure ricorre spesso all’ironia. Perché?
Probabilmente perché mi ha salvato parecchie volte. L’ironia consente di prendere sul serio le cose senza prendere troppo sul serio se stessi.
Quando parlo dei miei fallimenti, del mio rapporto con il corpo o delle mie contraddizioni, potrei costruire una narrazione drammatica. Sarebbe anche facile.
Ma la vita reale raramente è soltanto drammatica o soltanto comica. Spesso le due cose convivono nella stessa scena.
L’ironia introduce una piccola distanza. Non cancella il dolore. Impedisce però che il dolore occupi tutto il paesaggio.
Lei parla anche molto dell’età. Questo libro sarebbe stato possibile a quarant’anni?
Questo libro no. A quarant’anni avrei potuto scriverne un altro. Forse migliore, forse peggiore. Ma certamente non questo.
Quando sei giovane guardi soprattutto avanti. A una certa età la prospettiva cambia. Il passato diventa molto più grande del futuro.
Eppure non provo particolare nostalgia. Non vorrei tornare ad avere vent’anni. Neppure quaranta. Quelle età le ho già vissute.
L’età porta via parecchie cose, ma ne concede qualcuna. Una, almeno per me, è la libertà di non dover più diventare qualcuno.
E, paradossalmente, proprio dopo i settant’anni ho deciso di provare a diventare scrittore. Evidentemente le contraddizioni continuano a funzionare.
Verso la fine del libro parla di ciò che vorrebbe lasciare ai figli, ai nipoti e persino ai bisnipoti. È una sorta di testamento?
Spero proprio di no. Non voglio lasciare un modello. E ancora meno dei valori scolpiti nella pietra.
Ai miei figli vorrei lasciare soprattutto il permesso di trovare una strada diversa dalla mia. Di sbagliare senza dover essere all’altezza di una narrazione già scritta.
E poi ci sono i libri. Ogni tanto immagino che fra cinquant’anni un mio bisnipote possa trovarne casualmente uno mentre svuota una libreria. Magari leggerà una pagina e poi lo butterà via.
Va bene. Forse in quelle poche righe riconoscerà non me, ma un modo di stare dentro le domande. Magari gli resterà per qualche ora una frase o un dubbio.
Mi piace pensare a un’eredità così. Leggera. Che può essere raccolta oppure ignorata senza colpa.
A chi si rivolge allora Riflessioni instabili? Agli psicologi?
Spero proprio di no. O almeno, non soltanto.
Naturalmente uno psicologo riconoscerà questioni che appartengono anche alla nostra disciplina. Ma non è un libro professionale.
Mi piacerebbe che lo leggesse chiunque abbia cominciato a sospettare che la vita sia un po’ più complicata delle spiegazioni che ne diamo.
Chi ha qualche certezza incrinata. Chi ha sbagliato abbastanza da non credere più troppo alle ricette. Chi riesce ancora a incuriosirsi davanti alle proprie contraddizioni.
E magari anche qualche citrullo. Purché ancora desiderante.
Rolando Ciofi, psicologo, ha affiancato per oltre quarant’anni l’attività professionale alla scrittura e alla riflessione sui cambiamenti della psicologia e della società. È autore di saggi e romanzi. Tra le sue pubblicazioni più recenti Psicologia in bilico e Luce obliqua (in fase di stampa). In Riflessioni instabili intreccia autobiografia, osservazione psicologica e riflessione sull’esperienza umana, affrontando senza pretese di sistematicità i temi del corpo, dei legami, del desiderio, del conflitto, dell’invecchiamento e della morte.




