“L’Occidente è vivo. W l’Occidente. Per sfatare la retorica del declinismo” di Paolo Messa

L'Occidente è vivo. W l'Occidente. Per sfatare la retorica del declinismo, Paolo Messa«Da oltre trent’anni, una delle narrazioni più pervasive e affascinanti della scena intellettuale globale è quella che descrive l’Occidente come una civiltà al tramonto. È un sentimento che emerge ciclicamente e che si manifesta con particolare intensità nei momenti storici di maggiore fragilità sistemica, quando crisi economiche, tensioni sociali, transizioni politiche, sfide tecnologiche e inquietudini culturali attraversano allo stesso tempo gli Stati Uniti e l’Europa. Non è un’idea nuova: dall’inizio del XX secolo, quando Oswald Spengler pubblicò Il tramonto dell’Occidente, la previsione di una decadenza irreversibile ha affascinato generazioni di studiosi, opinionisti e osservatori della politica internazionale. È un mito moderno, sempre disponibile, sempre pronto a riemergere quando il mondo sembra più complesso e meno comprensibile. La differenza tra la fase attuale e le precedenti ondate di pessimismo, tuttavia, è che oggi questa narrativa non si limita a nascere spontaneamente nei dibattiti accademici, nei media o nell’opinione pubblica occidentale: viene deliberatamente amplificata, plasmata e strumentalizzata da una serie di attori geopolitici che hanno tutto l’interesse a indebolire il modello della liberal-democrazia. L’idea del declino, cioè, non è soltanto un mito culturale, ma un’arma.

Secondo il rapporto del National Endowment for Democracy Winning the Battle of Ideas (febbraio 2024), il declinismo occidentale è diventato negli ultimi quindici anni uno degli strumenti privilegiati attraverso cui le autocrazie cercano di insinuare dubbi, sfiducia e rassegnazione nelle società aperte. Non si tratta di una semplice critica politica, ma di una strategia organica e sofisticata che combina politica estera, comunicazione digitale, manipolazione informativa, costruzione di alleanze mediatiche e sfruttamento delle vulnerabilità psicologiche e identitarie delle democrazie per erodere la loro legittimità dall’interno. I regimi autoritari, osserva Joseph Siegle, non cercano tanto di convincere il mondo che l’autoritarismo sia superiore alla democrazia – obiettivo difficilmente perseguibile perché contraddice l’evidenza empirica della storia moderna – quanto di insinuare l’idea che la democrazia sia irrimediabilmente inefficiente, caotica, corrotta, instabile e incapace di garantire prosperità.

Il cuore della strategia è semplice: se la democrazia appare fragile, lenta, litigiosa e incapace di governare le sfide del XXI secolo, allora l’autoritarismo non deve davvero dimostrare di essere migliore; gli basta sembrare meno peggiore. Il declino dell’Occidente diventa un racconto seducente non perché corrisponda a dati oggettivi, ma perché fa leva su emozioni profonde come la nostalgia, la paura del cambiamento, il senso di smarrimento di fronte alla complessità globale e l’illusione di un passato più semplice e ordinato. I regimi lo sanno, e costruiscono con grande abilità un discorso che trasforma ogni difficoltà delle democrazie in un presunto segno di collasso imminente.

Ma il declinismo non attecchisce soltanto perché viene diffuso dall’esterno. La sua forza deriva anche da una caratteristica intrinseca dell’Occidente: una tendenza all’autocritica radicale che è parte integrante del suo DNA culturale. Le democrazie liberali hanno fatto della trasparenza, della libertà di espressione e del dibattito pubblico i propri fondamenti. Ogni problema – che si tratti di disparità economiche, ingiustizie sociali, scandali politici o errori istituzionali – viene immediatamente esposto, discusso, amplificato e messo sotto esame. È una dinamica salutare, perché permette alle democrazie di correggersi attraverso meccanismi interni, ma produce allo stesso tempo una costante narrativa di crisi. Le autocrazie, al contrario, nascondono le proprie debolezze, censurano le informazioni, reprimono il dissenso e presentano un’immagine di compattezza che è solo apparente. La differenza tra trasparenza e opacità genera una percezione distorta: ciò che è normale nelle democrazie appare patologico, mentre ciò che è patologico nei regimi totalitari appare normale.

È in questo spazio percettivo distorto che si inserisce la retorica del declino. Ed è in questo spazio che si rende necessario un lavoro di ricostruzione critica. Il presente saggio nasce precisamente da questa esigenza: non per negare i problemi che affliggono l’Occidente – sarebbe intellettualmente disonesto – ma per riportare la discussione a un livello di realismo e di comparazione che oggi è quasi completamente assente. I dati mostrano con chiarezza che l’Occidente, pur attraversando trasformazioni profonde, non è affatto una civiltà morente: è, semmai, il sistema internazionale più dinamico, resiliente, innovativo e capace di autocorreggersi. È la parte del mondo che genera maggior valore aggiunto, maggiore innovazione tecnologica, maggiore libertà personale, maggiore capacità di attrarre talenti globali. È il luogo in cui più persone vogliono vivere, lavorare, studiare e crescere. È il laboratorio principale della scienza mondiale. È la piattaforma culturale dominante. E soprattutto è la sede delle istituzioni politiche che – pur con imperfezioni e crisi – garantiscono un livello di dignità umana e di diritti individuali senza precedenti.

Cosa fare, dunque? Da un lato, smontare con metodo e rigore la narrativa del declino, mostrando come essa sia, in larga parte, una costruzione politica funzionale agli interessi degli autoritarismi. Dall’altro, riportare in primo piano la vitalità dell’Occidente, la sua capacità di innovare, la sua forza nella gestione delle crisi, la sua attrattività globale e la sua vocazione storica a difendere la libertà. Occorre ricostruire un’immagine dell’Occidente che non sia trionfalistica ma realistica; che non sia apologetica ma consapevole; che non nasconda i problemi ma li contestualizzi; che non ceda alla tentazione del fatalismo ma riconosca la straordinaria capacità di un sistema politico basato sulla pluralità delle voci e sull’alternanza pacifica del potere.

La domanda fondamentale è semplice ma cruciale: l’Occidente è davvero in declino o è vittima di una percezione costruita? La risposta, come cercheremo di dimostrare in queste pagine, è che l’Occidente non sta finendo: sta cambiando. E proprio nella sua capacità di cambiamento risiede la sua forza più grande.»