“L’idea di partito nella cultura politica liberale. Dai moderati italiani a Vittorio Emanuele Orlando” di Fabio Grassi Orsini, a cura di Gerardo Nicolosi e Andreas Iacarella

Prof. Gerardo Nicolosi, Lei ha curato con Andreas Iacarella l’edizione del libro L’idea di partito nella cultura politica liberale. Dai moderati italiani a Vittorio Emanuele Orlando di Fabio Grassi Orsini, pubblicato da Tab, che ne raccoglie gli scritti oggetto di parte dei corsi tenuti dal docente nell’Università di Siena: come si espresse il conflitto tra organizzazione e partecipazione individuale nel pensiero politico liberale?
L’idea di partito nella cultura politica liberale. Dai moderati italiani a Vittorio Emanuele Orlando, Fabio Grassi Orsini, Gerardo Nicolosi, Andreas IacarellaIl volume raccoglie parte degli studi che Fabio Grassi Orsini ha condotto sull’idea di partito in Italia nei suoi anni di insegnamento all’Università di Siena. Ne approfitto per precisare che il libro non raccoglie gli scritti sul partito cavouriano e sul Croce politico, già pubblicati altrove, così come non comprende quelli sull’associazionismo mazziniano, tema che fu oggetto di un corso monografico cui Grassi Orsini dedicò molto lavoro e che fu molto apprezzato dagli studenti. Semplificando qui la questione, dopo aver dedicato attenzione all’area liberale, la sua idea era quella di coprire anche la sinistra, mettendo in luce soprattutto la matrice mazziniana e riformista. Ricordo ancora alcune bellissime lezioni sul rapporto tra Marx e Mazzini, che aveva ricostruito grazie al carteggio di Marx con Engels, fornendo lumi sull’astio di Marx nei confronti dell’esule genovese, che serviva a dimostrare indirettamente il grande ascendente che Mazzini esercitò a cavallo del 1848 su tutto il movimento democratico europeo e quindi temuto dai fautori del socialismo scientifico. In questa visione concordava con le analisi di Salvo Mastellone, con il quale in quegli anni ci furono delle occasioni di confronto scientifico. Per quanto riguarda il tema specifico, il conflitto tra partecipazione individuale e organizzazione costituisce per la cultura liberale un po’ il nocciolo del problema e si esprime in primo luogo in una critica serrata, quando non in un vero e proprio rifiuto di forme organizzative troppo compiute e articolate e soprattutto capaci di esorbitare da un terreno propriamente istituzionale. Il problema emerge con particolare evidenza al momento di dover conciliare un sistema liberale con una democrazia di massa.

Come si giunse, nell’area del moderatismo italiano, dal pregiudizio antipartitico alla legittimazione del partito parlamentare?
Intanto, si deve precisare che il pregiudizio antipartitico trovava le sue radici nei riflessi della Rivoluzione francese, che criticava i corpi intermedi come inutili diaframmi tra il cittadino e lo stato e considerati dalla cultura democratica come dei retaggi di ancien régime. Così, a dispetto di una forte politicizzazione del dibattito pubblico nel triennio giacobino, vertente più che altro sui temi della costituzione, si registra ben presto un rifiuto dell’associazionismo politico. Il periodo napoleonico, che mortifica il momento rappresentativo, costituì un’altra fase che in questo senso non favorì alcuna presa dei partiti politici in Italia. Il clima della Restaurazione fece il resto, e così mentre in campo democratico il discorso politico è appannaggio delle società segrete, per poi essere portato avanti su basi “moderne” dal mazzinianesimo, nel campo del moderatismo ci si oppone a quel modello, ritenendolo anche sterile, e si punta piuttosto all’azione culturale o pedagogica, che vede protagonisti grandi intellettuali, mentre a livello politico l’obiettivo è quello di creare un grande movimento nazionale. La frammentazione istituzionale, la mancanza delle istituzioni rappresentative scoraggiano l’organizzazione in partiti, visti come ulteriori elementi di “disunione”. Se il problema era il raggiungimento dell’unità nazionale allora si respingeva l’idea del partito come strumento di organizzazione della politica e gli si dava connotazione assolutamente negativa, equiparandolo alla fazione, alla setta. Il primo moderato a scorgere nettamente la necessità di un partito come attore della politica fu Cesare Balbo: il pregiudizio fu superato nel momento in cui nascono i parlamenti e quindi con l’accettazione della logica della rappresentanza politica. Però attenzione, si tratta di partiti visti esclusivamente nella loro accezione di elementi regolatori della vita parlamentare, nulla di più di questo.

Per quali ragioni le forze eredi del Risorgimento nazionale rifiutavano il modello del partito organizzato extraparlamentare?
Le forze liberali eredi del Risorgimento hanno il bagaglio culturale descritto sopra. Con la nascita del parlamento nazionale si può dire che il pregiudizio del partito venga superato: già Cavour nel Parlamento subalpino aveva maturato l’idea di un grande partito liberale, un forte raggruppamento di “centro” composto dagli uomini “ragionevoli” del centro-sinistra e del centro-destra, capace di emarginare le ali estreme dei retrivi e dei rivoluzionari mazziniani. La storiografia, penso soprattutto ai lavori di Fulvio Cammarano sull’Italia liberale, ha approfondito il tema dei tentativi di organizzazione extra-parlamentari, di raccordo tra le varie associazioni di notabili che pure esistevano sul territorio, ma che furono sempre molto timidi e mai coronati da un vero successo. Come scrivo nell’introduzione, i liberali non si organizzarono fuori dal Parlamento perché nella sostanza, sino a un certo punto, non ne ebbero bisogno: suffragio ristretto, azione prefettizia, deputazioni provinciali, tessuto notabilare, erano tutti fattori che permisero di derogare al problema partito assicurando il successo alle forze liberali. Ricordo che i liberali, nelle loro varie accezioni, furono al potere ininterrottamente dal 1861 al 1922: si può discutere quanto si vuole sulle incompiutezze del sistema, ma non sulla capacità di gestire il potere. E d’altronde, che cos’è la politica se non conseguimento e gestione del potere?

Come si articolò il dibattito sulla forma partito tra i principali esponenti della cultura liberale?
Il valore del libro consiste proprio nella ricostruzione di un dibattito che percorre per intero la storia d’Italia dalla Restaurazione alla Grande Guerra. Certo, presenta delle lacune che Grassi Orsini non riuscì a colmare, ma se si guarda alla sua produzione scientifica complessiva, se ne trova taccia in altri suoi saggi. Nel primo moderatismo il giudizio sul partito politico è di netta condanna: Tommaseo, per esempio, criticava aspramente le società segrete e il metodo cospirativo e proponeva un movimento di opinione che doveva avere come obiettivo l’educazione del popolo per la formazione di una coscienza nazionale. Un’attenzione particolare veniva riposta nello spessore della classe politica che avrebbe dovuto prendere la guida di questo movimento e negli strumenti per ottenere il risultato: le istituzioni economiche, i giornali, le riviste, gli opuscoli di propaganda, la scuola, le accademie, le associazioni culturali e la letteratura, alla quale assegnava una funzione nazionale. Stessa “condanna senza appello” si ritrova in Rosmini, che dedica però al tema un intero capitolo della sua Filosofia della politica, edita per la prima volta nel 1837. In Gioberti c’è un rifiuto di una visione dialettica tra conservazione e progresso, auspicando una armonizzazione tra le parti, quindi sostanzialmente escludendo una competizione tra partiti. Quello che colpisce in questi primi moderati, è non solo la coscienza del problema in un contesto ostico come quello degli stati preunitari, ma anche l’apertura del dibattito alle correnti di pensiero più all’avanguardia al tempo circolanti in Europa. Sorvolando sulle singole posizioni, la parte sui moderati italiani si conclude proprio con le posizioni di Balbo, in cui c’è una evoluzione da un iniziale scetticismo ad una legittimazione dei partiti come espressioni delle differenze di opinioni e sempre agenti in seno alle istituzioni parlamentari. Con il raggiungimento dell’unità nazionale il problema assume nuovi connotati e ruota attorno al corretto funzionamento del sistema parlamentare, di cui si avverte una crisi a partire dalla fine degli anni Sessanta e primi anni Settanta dell’Ottocento in parallelo con il declino della Destra storica. Qui le attenzioni dell’autore si concentrano su temi di grande interesse – e forse non molto indagati dalla storiografia – come i tentativi di organizzazione di un partito conservatore, per esempio. Grande attenzione viene riservata alle posizioni di Bonghi sul tema della crisi della rappresentatività del parlamento, di Minghetti e di Zanichelli su quello della degenerazione del “partito di governo”. A proposito di Minghetti, Grassi Orsini si discosta dalle letture che vedono nel costituzionalista di Bologna il capostipite dell’antipartitocrazia: in realtà Minghetti era un sostenitore della necessità dei partiti nei regimi parlamentari. Così come risultano interessanti le note su Luigi Palma, maestro di Mosca, e su Attilio Brunialti, di cui mette in risalto la lettura di Bryce e le attenzioni per i partiti americani, che costituiscono un importante elemento di confronto per la cultura politica europea, non dimenticando l’ampio dibattito che al proposito si era sviluppato in Inghilterra. Alla scuola elitista Grassi Orsini aveva dedicato molti studi, arrivandovi dalla lettura democratica che ne aveva fatto Salvemini, come scrivo nella introduzione. Quello che l’autore vuole mettere in evidenza, oltre al tema della classe politica, è la netta percezione, già a partire dal finire degli anni Novanta dell’Ottocento, delle degenerazioni del modello di partito organizzato di massa. In particolare riguardo a Mosca, Grassi Orsini sosteneva che nella equiparazione del partito/chiesa il costituzionalista siciliano antivedeva la possibilità di una deriva di tipo totalitario. Sono tutte da leggere le considerazioni sullo “spirito gesuitico” riscontrabile nelle prime associazioni socialiste, visto come una esagerazione dello spirito settario, portato alle estreme conseguenze. Non meno intense sono le considerazioni di Pareto e di Michels, severi osservatori del modello socialista. Michels equiparava il moderno partito politico a “una organizzazione di guerra”. Mi permetto di ricordare che Grassi Orsini condusse questi studi tra gli inizi e la fine degli anni Novanta quindi in qualche caso in anticipo rispetto a posizioni storiografiche che presero corpo successivamente.

Come interpretava Vittorio Emanuele Orlando il problema del partito politico?
Anche in questo caso, Grassi Orsini mette in evidenza come non sia possibile ascrivere Orlando alla categoria dei detrattori dei partiti politici, sebbene questi se ne fosse occupato soltanto incidentalmente nella sua pur consistente produzione scientifica. Quando trattava della decadenza del governo parlamentare, Orlando sosteneva che il vero problema fosse la presenza di deputati che non rappresentavano né una forza intellettuale, né una forza politica, né una forza sociale, ma che erano semplicemente degli speculatori, dei corruttori. Quindi il problema non era l’ingerenza dei partiti, né i difetti intrinseci al sistema parlamentare, di cui, come è noto, Orlando era un grande estimatore: i problemi derivavano dal livello della classe politica come conseguenza della decadenza della società. Posso confermare che Grassi Orsini, che dedicò ad Orlando dei corposi studi per un lavoro condotto per l’Archivio storico del Senato, fu molto impressionato da una recensione scritta dal costituzionalista siciliano nel 1953 al libro di Maurice Duverger Le partis politiques uscito per Colin due anni prima. In particolare, a colpirlo non erano tanto l’opposizione di Orlando ad uno statuto pubblico dei partiti o le sue ripetute dichiarazioni di insofferenza nei confronti della disciplina di partito. Grassi Orsini era piuttosto interessato a sottolineare le riserve di Orlando nei confronti delle conclusioni di Duverger secondo le quali il modello di partito organizzato di massa, strutturato e capillare, fosse il punto di arrivo di una evoluzione che segnava quasi “la fine della storia”. A questo proposito, scriveva Orlando che la storia di tutte le rivoluzioni ricordava da vicino il movimento del pendolo, che non ritorna esattamente nella posizione dello stato di riposo, ma la oltrepassa per poi ancora retrocedere e così via. Dunque, si chiedeva Orlando: «quale sicurezza abbiamo noi nell’assumere un termine che in rapporto al nuovo ordine futuro possa considerarsi di arrivo, di cui, dunque, sia assicurata una sia pur relativa stabilità?». Queste considerazioni del “vecchio” Orlando, che risalgono al 1953, cioè nel momento di massimo fulgore del partito organizzato e strutturato di massa, sembravano di un grande valore profetico, se si pensa al crollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica in Italia e alla successiva nascita di soggetti della politica che in qualche caso, almeno da un punto di vista organizzativo, nulla avevano a che vedere con il modello impostosi nei primi cinquant’anni di vita repubblicana. Questo per dire che il problema è ancora sentito e vivo, in parte irrisolto. Le considerazioni contenute in questo volume soltanto apparentemente appartengono a tempi a noi lontani.

Gerardo Nicolosi è Professore Associato di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche e internazionali dell’Università degli Studi di Siena

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