“Europa unita, sogno dei saggi” di Maria Grazia Melchionni

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Prof.ssa Maria Grazia Melchionni, Lei è autrice del libro Europa unita, sogno dei saggi edito da Marsilio: in cosa consiste l’identità europea?
Europa unita, sogno dei saggi, Maria Grazia MelchionniL’identità europea può essere considerata sotto diversi profili in ognuno dei quali, essendo l’integrazione europea un processo tuttora incompiuto, essa si manifesta con diversa intensità.

Se per identità europea s’intende l’identità europea dei cittadini dell’UE, essa è palese agli osservatori esterni – e non solo per l’esistenza del passaporto europeo, ma in rapporto ai caratteri comuni e alle differenze che essi rilevano in loro rispetto a quelli dei cittadini di altre regioni –; ed è percepita dai cittadini europei stessi – e non solo perché riconoscono come propri i simboli dell’UE (l’inno, la bandiera, l’euro), ma perché vivono immersi in una realtà sempre più plasmata dal processo d’integrazione. Occorre, però, tenere presente che, come il concetto di cittadinanza è per gli Europei un concetto multilivello nel senso che essi sono nel contempo cittadini dell’UE, del proprio Paese e della propria città, così anche la loro identità è plurale, cioè europea, nazionale e locale, in una scala d’intensità variabile a seconda delle circostanze.

Se per identità europea s’intende l’identità politica dell’UE, questa va ricercata negli elementi che integrano l’esistenza di un potere autonomo delle istituzioni europee nel campo della politica estera e di difesa. E qui, purtroppo, non si sono fatti nell’integrazione tutti i progressi necessari: non c’è una politica estera unitaria, perché i 27 Paesi Membri dell’UE hanno centripetenze geopolitiche e percezioni della minaccia diverse, e di conseguenza non può neppure esserci una difesa unitaria. In definitiva, la sicurezza europea continua a essere garantita dalla volontà politica, dalle esigenze strategiche e dal potenziale militare di Paesi esteri, gli Stati Uniti e ora anche il Regno Unito. La debolezza dell’UE sul piano politico e militare è tanto più grande in quanto non esistono ancora né un vero e proprio popolo europeo, capace di esprimere una volontà politica unitaria forte, né un esercito europeo, pronto a integrarla se necessario.

Un terzo aspetto è quello dell’identità culturale dell’UE, ovvero dell’unità o diversità delle culture europee, del quale gli specialisti dell’europeologia hanno discusso molto facendo riferimento non all’alta cultura che, salvo periodi eccezionali, è stata storicamente sempre in dialogo, ma alle culture intese come “forme (che assumono) le relazioni degli individui con l’ambiente sociale e l’ambiente fisico in cui essi vivono e interagiscono all’interno delle loro comunità” (Elisabetta Basile et Alii, Istituzioni e sviluppo economico nel capitalismo contemporaneo. Il caso di Cina e India, Milano, Franco Angeli, 2021, p. 74), quindi alle culture dei diversi popoli europei che si sono evolute separatamente. Di fronte alla ricchezza e varietà delle culture europee, il dibattito ha portato alla conclusione, puramente concettuale, dell’unità nella diversità della cultura europea. D’altra parte, però, esiste un sistema di valori (pace, democrazia, diritti umani, economia sociale di mercato, etc.) che le istituzioni europee hanno elaborato fin dalle origini e cercano di far rispettare ed è intorno a questo sistema, suscettibile di influire in modo omogeneo sugli stili di vita dei Paesi Membri, che si è formata e che si potrà sviluppare nel tempo l’identità culturale dell’UE.

Come si è evoluta l’idea d’Europa nei secoli?
L’idea d’Europa viene dalla notte dei tempi. Essa si è manifestata all’inizio come espressione geografica, come denominazione della terra di fronte che si poteva raggiungere attraverso il Mediterraneo, ed è stata sacralizzata nel mito della fanciulla sottratta alla terra d’Asia e trasportata al di là del mare da Zeus tauriforme per farne la sua sposa.

Nel mondo antico l’epicentro della regione era il Mediterraneo e l’unità che l’Impero Romano vi realizzò era intercontinentale. Tuttavia fu nei secoli in cui Roma diffuse in Europa la sua civiltà che si alimentò nei diversi popoli un sentimento di comune appartenenza, così che nel II°-III° secolo d.C. essi presero a identificarsi insieme e a chiamarsi “europei”.

La frantumazione dell’Impero Romano sotto l’urto delle ondate barbariche non infranse questo sentimento di comunità. La diffusione del cristianesimo lo aveva rafforzato e ci fu nel Medio Evo un avvicendamento della Chiesa all’Impero nel sostenerlo. Cristianità o Europa, questo il titolo del libro con cui il romantico Federico Novalis nel 1799 riconobbe alla Chiesa romana il merito di aver fondato l’Europa.

In età moderna, quando le guerre di predominio e di religione divamparono in Europa, fu l’aspirazione alla pace che tenne viva l’idea d’Europa nel senso politico, nel senso che si susseguirono proposte al più alto livello per organizzare i rapporti fra i diversi Stati sovrani che erano sorti e che si combattevano in Europa per riportarvi la pace. La fioritura di progetti europeistici fra Quattro e Settecento mostra quanto fosse condivisa da filosofi, filantropi, consiglieri dei principi la considerazione della necessità di ritornare a una forma di unità europea. Il senso della comunità superiore non era, dunque, sparito totalmente con il tramonto della Res Publica Christiana e il sorgere degli Stati indipendenti e con il superamento dei valori fideistici da parte dei valori culturali. Anzi si andò formando nella politica uno spirito generale che abbracciava tutta l’Europa, quello di un diritto pubblico europeo che sancisse una dottrina dell’equilibrio basato sul mantenimento fra i vari Stati della balance of power.

Sul finire del Settecento si andò oltre l’idea dell’obbedienza al diritto pubblico europeo e si avanzarono progetti per la creazione volontaria e universalmente accettata di un superstato di tipo federalista, fra i quali quelli repubblicani di Jean Jacques Rousseau e di Immanuel Kant.

Ciò che seguì concretamente, invece, fu il tentativo napoleonico di realizzare l’egemonia continentale francese in funzione della lotta contro la Gran Bretagna e nella prospettiva dell’impero universale. La sua caduta fu principalmente il risultato delle sollevazioni nazionali dei principali popoli europei.

L’Ottocento vide la progressiva affermazione in Europa dell’idea di nazione, che nel periodo romantico non fu esclusiva ma incline a operare in sinergia con le altre nazioni europee, così come il concerto europeo in una prima fase portava avanti la collaborazione fra gli Stati europei che era stata vincitrice nelle guerre contro Napoleone.

A partire dall’età moderna senso della comunione degli interessi fondamentali e senso della diversità hanno caratterizzato i rapporti fra gli Stati europei, e il prevalere dell’uno o dell’altro hanno determinato ora il sorgere di programmi di unificazione, ora la loro decadenza.

Verso l’ultima parte del secolo XIX° le nazioni costituite in Stati si presentarono reciprocamente come gruppi chiusi nel loro egoismo, dai caratteri inconciliabili, e l’equilibrio delle forze non era più controllabile dal concerto europeo ma affidato alla politica delle alleanze, spesso segrete, quindi era particolarmente instabile. Il concetto dell’unità europea attraversò allora una delle sue crisi più profonde e si prestò anche a deviazioni nazionalistiche come nel disegno della Mitteleuropa di Friedrich Naumann.

Quali vicende hanno segnato i tentativi di unione paneuropea?
Nel secolo scorso, l’evoluzione dell’idea d’Europa fu caratterizzata dagli esiti delle due guerre mondiali, entrambe originate in Europa, combattute principalmente in Europa e nelle quali il prestigio e il potere politico degli Stati europei si logorarono mentre emersero quelli degli Stati Uniti d’America.

La prima guerra mondiale non era ancora finita che fu ripresa la formula “Stati Uniti d’Europa”, lanciata da Victor Hugo nel 1849 in un celebre discorso, non più in senso retorico ma come proposta alternativa al progetto di Società delle Nazioni; e nel periodo fra le due guerre, con denominazioni diverse, l’idea di un’unione degli Stati europei per porre rimedio alle loro insufficienze e per garantire la pace fu dibattuta a livello politico e nella pubblicistica da vigorose personalità, ma senza esiti concreti. In quel tempo l’idea d’Europa doveva fare i conti con l’attaccamento di molti al concetto della piena sovranità statale, con la presenza in Europa di Stati extra-europei come la Gran Bretagna, con la non ancora avvenuta revisione dei trattati di pace e con l’esistenza di una Società delle Nazioni incentrata sull’Europa, nei confronti della quale una nuova organizzazione non sarebbe stata che un completamento.

Quali circostanze resero possibile l’avvio del processo d’integrazione europeo?
Fu durante e dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale – con, fra le altre cose, il pericolo sfiorato che si realizzasse un’Europa dell’egemonia intorno alla più forte potenza europea, non russa -, che maturarono le circostanze per il concreto avvio d’iniziative volte a realizzare un’unione europea basata sul consenso reciproco.

Lo stato di prostrazione economica in cui versavano tutti i Paesi europei, sia vinti sia vincitori, indusse i governi e le élites a pensare a un nuovo assetto europeo come condizione di ripresa economica sostenuta dagli Stati Uniti e di pace, oltre che come strumento di modernizzazione delle strutture politiche ed economico-sociali del vecchio continente.

In questa nuova fase risultarono determinanti i fatti che l’iniziativa europeistica trovò rispondenza nelle collettività umane, animate dai diversi Movimenti europei, e che incontrò il favore dell’Amministrazione americana, senza il cui benestare nel secondo dopoguerra nulla sarebbe potuto accadere in Europa.

L’influenza della politica americana sull’avvio del processo d’integrazione economica, politica e militare dell’Europa occidentale – perché, nella Guerra fredda fra Stati Uniti e URSS, una cortina di ferro aveva diviso il continente in est e ovest – fu importante e caratterizzò la prima fase dell’integrazione europea, dalla fine della guerra alla metà degli anni Cinquanta, ma questa fu una delle circostanze, insieme a quelle citate prima e ad un’altra ancora, che fu decisiva: l’emergere di personalità creatrici.

Quali vicende hanno segnato lo sviluppo dell’invenzione comunitaria?
La radicalizzazione del contrasto con l’Unione Sovietica fu determinante nell’orientare la politica ufficiale di Washington a favore dell’unificazione politica, economica e militare dell’Europa ancora libera dall’influenza di Mosca.

Il Piano Marshall, programma di ricostruzione economica dell’Europa concertata con gli Stati Uniti, che dopo il rifiuto dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti riguardò solo i Paesi dell’Europa occidentale, fu la premessa dell’avvio del processo d’integrazione economica europeo perché fu in seno all’organizzazione incaricata di gestire gli aiuti americani (OECE), che si ristabilirono i contatti di collaborazione fra le Amministrazioni degli Stati europei e si sperimentò un nuovo stile di convivenza, volto a ricercare l’accordo dal quale dipendeva l’elargizione degli aiuti piuttosto che a difendere posizioni di prestigio.

C’è un filo che lega quell’esperienza all’esperienza successiva della nascita delle Comunità Europee, rappresentato dalla personalità di Jean Monnet, responsabile dell’attuazione del Piano Marshall in Francia e poi inventore della CECA e ispiratore di Euratom e della Comunità Economica Europea, e da un manipolo di funzionari dei diversi Paesi europei, che in quegli anni tennero in mano i negoziati europei con la determinazione di portarli a buon fine.

Non furono operazioni facili, perché difficile è l’integrazione fra realtà storiche complesse, e spesso furono esterni i fattori che agirono da catalizzatori per ottenere la fusione delle volontà degli Stati europei, primo fra tutti il pericolo rappresentato da una minaccia militare che produsse effetti sia nel determinare il lancio del Piano Schuman sia nello sbloccare i negoziati per i Trattati di Roma e avviarli verso una conclusione che prima della crisi di Suez era considerata quasi da tutti molto improbabile.

Chi sono stati i protagonisti della nascita delle Comunità Europee?
Per la visione e per il metodo, che gli appartengono, è corretto considerare Jean Monnet il padre delle Comunità Europee, che senza di lui non avrebbero visto la luce.

Nel decennio 1947-1957 hanno operato per la nascita della CECA, della CEE e di Euratom diverse personalità politiche e funzionari valorosi dei Sei Paesi fondatori, fra i quali principalmente: Robert Schuman, Christian Pineau, Félix Gaillard; Maurice Faure, Robert Marjolin, Pierre Uri, Émile Noël per la Francia; Konrad Adenauer, Hans von der Groeben, Walter Hallstein, Carl Friedrich Ophüls per la Repubblica Federale Tedesca; Carlo Sforza, Alcide De Gasperi, Gaetano Martino, Lodovico Benvenuti, Vittorio Badini Confalonieri, Attilio Cattani, Roberto Ducci per l’Italia; Paul-Henri Spaak, Robert Rothschild, Jean-Charles Snoy et d’Oppuers per il Belgio; Jan Willem Beyen, Gerard Marius Verrijn-Stuart, Johannes Linthorst Homan per i Paesi Bassi; Joseph Bech, Lambert Schaus, Pierre Pescatore per il Lussemburgo.

Erano persone che credevano nell’idea dell’unione europea, che non volevano si ripetessero sul continente le guerre fratricide, né che si ricostituissero regimi illiberali ma si sviluppassero democrazie prospere grazie all’apertura dei mercati, come negli Stai Uniti.

Fra loro spiccano per l’originalità del ruolo, oltre a Jean Monnet: Konrad Adenauer, che da grande statista qual era legò il futuro del suo Paese a quello di un’Europa democratica; Carlo Sforza e Alcide De Gasperi che videro nella prospettiva europea e atlantica rispettivamente il percorso da seguire per reinserire l’Italia nella politica internazionale e una garanzia per le nuove, fragili istituzioni repubblicane; Paul-Henri Spaak, che come Presidente del Comitato intergovernativo che redasse il Rapporto Spaak come base di negoziato per i trattati Euratom e CEE, e poi della Conferenza intergovernativa di Val Duchesse che li portò a buon fine, mostrò di possedere una capacità di manovra, una finezza politica, e una forza di negoziatore che in quel ‘negoziato impossibile’ fecero la differenza.

Maria Grazia Melchionni ha insegnato Storia del risorgimento all’Università di Milano ed è stata a lungo professore Jean Monnet di Storia e politica dell’integrazione europea presso la Sapienza e la Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma. Ha scritto libri sulla storia dell’Italia contemporanea e sui temi europei, oltre a numerosi saggi e articoli. Dal 2006 è direttore della «Rivista di Studi Politici Internazionali».

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