“Il mito azionista e la tradizione liberale. Cronache di una guerra in famiglia” di Stefano Cacciaguerra Ranghieri

Amb. Stefano Cacciaguerra Ranghieri, Lei è autore del libro Il mito azionista e la tradizione liberale. Cronache di una guerra in famiglia pubblicato da Tab Edizioni: a quali principi si ispirava il Partito d’azione?
Il mito azionista e la tradizione liberale. Cronache di una guerra in famiglia, Stefano Cacciaguerra RanghieriIl PdA tenne alto il vessillo dei valori resistenziali durante la lotta contro i nazifascisti pagando un alto costo di vite umane (il più alto tra i partiti del CLN) e ponendo al centro del suo messaggio non solo i valori della rinascita del paese e una intransigente richiesta di discontinuità nei confronti del ventennio fascista ma anche il ripudio dell’Italia liberale pre-fascista, giudicata troppo succube della monarchia e complice di Mussolini nell’affossamento delle libertà democratiche.

Il PdA trovava le sue radici nella tradizione laico democratica con venature radicali del primo 900 e nel liberalismo progressista che da Mazzini arriva a Gaetano Salvemini e Piero Gobetti culminando nel socialismo liberale dei fratelli Rosselli, fondatori di Giustizia e Libertà. In altre parole l’azionismo si considerava erede e superatore sia della tradizione liberale nella sua versione conservatrice e liberista sia del socialismo in quanto determinismo marxista. Per amalgamare al proprio interno personalità provenienti da storie politiche spesso distanti i dirigenti del PdA invece che accordarsi su di un manifesto politico ideologico che avrebbe fatto emergere le discrepanze tra le varie anime del partito, preferirono puntare pragmaticamente su un documento in sette punti che conteneva indicazioni di massima per un programma riformatore: riforma istituzionale repubblicana e centralità del parlamento democratico, regionalismo e decentramento politico amministrativo; nazionalizzazione dei grandi complessi industriali; riforma agraria; libertà sindacale: laicità e separazione fra Stato e Chiesa; proposta di una federazione europea.

Quali vicende segnarono il rapporto tra cultura liberale e azionismo?
Nella dialettica tra azionismo e cultura liberale uno spazio speciale spetta alla figura di Benedetto Croce e la sua filosofia della libertà che fu presa a modello da generazioni di giovani antifascisti. Attorno a Croce si era formato un prestigioso gruppo di intellettuali liberali, gli stessi Ugo La Malfa, che aveva avuto un apprendistato amendoliano, e Adolfo Tino, che furono tra i fondatori del PdA, furono sensibili alla lezione di Croce. Nel mio libro illustro la polemica tra Benedetto Croce e il liberal socialista Guido Calogero che produsse il gelo tra il filosofo e il nascente Partito d’Azione. Non é qui il caso di entrare nelle sottigliezze del dibattito filosofico sul ruolo espansivo di libertà ed eguaglianza che si risolse in un’implicita critica rivolta a Croce di essere insensibile al tema dell’uguaglianza sociale.

Il battibecco con i liberal-socialisti fece fallire il progetto azionista di cooptare Croce. La frattura tra PdA e liberali divenne insanabile quando i liberali azionisti posero la questione della pregiudiziale repubblicana individuando nella Casa Savoia uno dei maggiori corresponsabili dei mali del fascismo e l’architrave di un sistema istituzionale reazionario.

La frattura ebbe gravi conseguenze sulla tenuta nel dopoguerra dei liberali di tendenza progressista. Una volta separati alla nascita, i due tronconi del liberalismo di sinistra erano destinati all’irrilevanza e all’emarginazione in un contesto politico sempre più dominato dai nuovi partiti di massa e dalla polarizzazione prodotta dalla Guerra Fredda.

Come si realizzò la frattura del movimento liberale?
Il diverbio tra Ugo La Malfa e Leone Cattani a cui si fa risalire l’avvio del divorzio tra sinistra liberale e destra azionista fu soprattutto dovuto ad una diversa valutazione sull’opportunità di inserire nel programma del futuro partito, un riferimento alla riforma repubblicana dello Stato.

Per i futuri azionisti raccolti attorno al giornale clandestino “l’Italia libera” la pregiudiziale repubblicana era necessaria a mantenere il dialogo aperto con i partiti di sinistra che erano allora tutti di indirizzo repubblicano. Si trattava di una valutazione di natura tattica a cui nell’incontro romano dell’aprile 1942, Leone Cattani contrappose una considerazione di segno opposto: l’opzione di attaccare l’istituzione monarchica rischiava non solo di dividere il fronte dei partiti antifascisti, ma anche di privare gli Italiani del diritto di scegliere dopo la liberazione la forma dello stato che avrebbero preferito. La divisione fu frutto di una vera e propria “commedia degli errori” in cui giocarono problemi di comunicazione, l’egocentrismo e la scarsa propensione al dialogo di alcuni protagonisti e, per finire, l’esigenza di finalizzare in tempo utile l’organizzazione dei rispettivi apparati e programmi ideologici. La Malfa tornò a Milano convinto che Cattani fosse monarchico. Il giornale clandestino “l’Italia Libera” pubblicò nel suo primo numero i “sette punti” con il riferimento alla forma repubblicana. Cattani e il suo gruppo non furono preavvisati e ritennero che fosse ormai impossibile ricucire la situazione. Cominciarono a organizzarsi come partito autonomo sotto la guida di Alessandro Casati. Croce che in passato aveva manifestato attenzione nei confronti del gruppo di Tino e La Malfa esitò alcuni mesi prima di prendere posizione. Alla fine esasperato dalle continue schermaglie con i liberal-socialisti scrisse a Casati che era felice di aderire al nuovo partito liberale finalmente senza aggettivi.

Quali aree politiche componevano il Partito d’azione e quale ruolo vi ebbe la sinistra crociana?
Il Partito d’Azione nacque dalla confluenza di tre movimenti di diversa ispirazione: gli eredi del movimento di Giustizia e Libertà fondato dai fratelli Rosselli e guidato da Emilio Lussu; i Liberal socialisti raccolti attorno a Aldo Capitini e Guido Calogero; il Movimento dell’Italia Libera di Tino e La Malfa di cui conosciamo già l’ispirazione liberal-democratica. Fino a quando continuarono le ostilità, gli azionisti riuscirono a mantenere sotto traccia le contraddizioni tra correnti che esplosero nel dopoguerra dopo la fallimentare esperienza del governo Parri a guida azionista. In cosa consistevano le differenze tra i giellini e i moderati del Pda? i primi consideravano il Partito d’Azione un semplice prolungamento dell’esperienza di Giustizia e Libertà con vigorose misure sociali di collettivizzazione delle imprese, una radicale riforma agraria, il rinnovamento dello stato mediante il decentramento dei poteri a livello regionale facendo leva sulla rete del CLN. I principali interlocutori del partito dovevano essere gli operai, i contadini, i sindacati, gli intellettuali e partiti della sinistra con cui andava avviato un discorso di riunificazione socialista.

Radicalmente diverse le prospettive della cosiddetta Destra azionista che promuoveva ardite riforme di stile keynesiano che rimanevano nell’alveo di un riformismo borghese avanzato. Il loro obbiettivo era creare un grande partito democratico dei ceti medi, un’idea che derivava da Giovanni Amendola, sottraendo questi ultimi al crescente influsso della Democrazia Cristiana. I liberal-socialisti erano un movimento di giovani che per motivi generazionali non avevano conosciuto il mondo pre-fascista e ne giudicavano insufficienti le ideologie. Consideravano libertà e giustizia come due facce complementari di uno stesso principio etico. Finirono per coadiuvare la sinistra giellina nell’acquisizione del controllo del PdA. Per Sinistra Crociana si intende la partecipazione al PdA di tre importanti filosofi di matrice crociana, Adolfo Omodeo, Carlo Ragghianti, Guido De Ruggiero che sostennero che la lezione di Benedetto Croce trovava la sua corretta applicazione nella prassi azionista e non nella vetusta tradizione del liberalismo classico.

Come si giunse all’emarginazione delle componenti borghesi-riformiste nel Partito d’Azione e nel Partito liberale?
Fu un processo inevitabile che con la fine del conflitto e la crescente polarizzazione del sistema politico italiano prodotta dalla guerra fredda portò, sia nel partito liberale che nel partito d’azione, ad un riequilibrio di poteri a favore delle componenti più estreme. Mentre il PdA, aggregando gruppi come i liberal-socialisti e i giellini, che avevano già effettuato una scelta di riunificazione socialista, perdeva ogni credibilità come partito della borghesia progressista, il PLI espropriato del suo tradizionale elettorato borghese dalla DC liberale e anti integralista di De Gasperi diveniva il punto di riferimento di un elettorato eminentemente agrario e monarchico. Il destino del Partito d’azione venne deciso dal congresso di Roma da cui risultò una schiacciante vittoria della sinistra grazie al concorso del Liberal socialisti. Emilio Lussu chiamato alla direzione del Partito confermò nel successivo congresso del 1947, che fu l’ultimo, l’indirizzo di riunificazione socialista decretando lo scioglimento del Partito d’Azione. Ferruccio Parri, Ugo La Malfa e gli altri membri dell’ala più moderata del Pda abbandonarono il partito confluendo nella “Concentrazione Democratica Repubblicana” che ebbe storia breve.

La sinistra liberale tollerò l’ingresso nel partito dei vecchi notabili prefascisti e di clientele agrarie meridionali. A seguito dei mutati equilibri interni la Destra assunse un peso preponderante nel partito. I suoi cavalli di battaglia erano la formazione di un blocco di destra con “l’Uomo qualunque” diventato beniamino dell’opinione di destra rimasta orfana del fascismo e la convocazione di un nuovo referendum a favore della monarchia. La sinistra di Cattani con il voto di Benedetto Croce riuscì a bloccare la fusione con “l’Uomo qualunque” ma non poté impedire che il controllo del partito passasse alla Destra di Lupinacci e Lucifero che assunse la segreteria.

Cattani, Carandini, Panunzio e altri esponenti della sinistra lasciarono il partito che subì un clamoroso rovescio alle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

Stefano Cacciaguerra Ranghieri proviene dai ranghi della Carriera Diplomatica. Ha ricoperto numerosi incarichi internazionali, specializzandosi sui temi della Diplomazia Culturale e della Cooperazione Multilaterale. Tra le sedi in cui ha prestato servizio figurano la Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite a New York, il Consolato Generale a Chicago, alcune sedi dell’area latinoamericana tra cui Venezuela e Messico. È stato ambasciatore in Honduras e nel Granducato di Lussemburgo.

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