Una struttura di ottone e mogano alta quanto un uomo, nascosta sotto un telo di canapa nella soffitta di un padre morto lasciando soltanto debiti e casse chiuse a chiave: è da questo oggetto, più prossimo alle fantasticherie di Verne che a qualsiasi immaginario digitale, che prende avvio il libro di Antonio Pennuto, un romanzo il quale, pur adottando l’armamentario del viaggio nel tempo, non ha alcuna intenzione di interrogare i paradossi della fisica e sceglie invece, con coraggio e con notevole coerenza, di interrogare il rimpianto. La macchina che il padre di Arnaldo ha battezzato Il Tessitore di Secondi non produce mai un vero enigma scientifico, e il lettore capisce presto che non è quella la posta in gioco: ciò che l’Autore mette al centro è la domanda, comune a chiunque abbia superato una certa soglia anagrafica, se una vita mancata possa essere rifatta, e soprattutto a quale prezzo.La vicenda si lascia riassumere in poche righe senza per questo tradire la complessità del percorso. Arnaldo, sessantacinque anni, una vita professionale sfaldatasi sotto il peso di un contratto capestro e una solitudine mai confessata, torna un’ultima volta nella casa paterna e trova in soffitta il congegno che il padre, ingegnere visionario e sognatore inattuale, non aveva mai spiegato a nessuno. Basta inserire nell’alloggiamento vuoto l’orologio da taschino ricevuto sul letto di morte, con la raccomandazione di non caricarlo mai oltre il terzo scatto, perché il pavimento si liquefaccia e Arnaldo si risvegli venticinquenne nell’estate del 1982, sul portico di una villetta al mare, con la memoria intatta di quarant’anni che non sono ancora accaduti. Da qui prende avvio una seconda vita condotta come un’opera di riparazione metodica: l’approccio a Clara sul viale del Bagno Sirena, compiuto in tre minuti anziché in tre mesi di timidezza; il contratto di Bernardo stracciato sul tavolino di un bar; il sorpasso non tentato sulla strada sarda dove, nella cronologia originaria, un camion rosso aveva reso Clara zoppa e Dario terrorizzato dai viaggi; il nodulo al polmone intercettato con mesi di anticipo. Ma ogni filo tirato tende il tessuto altrove, e il romanzo, con intelligenza, fa emergere il conto: Bernardo ricompare dove non dovrebbe, un secondo orologio affiora dalla sabbia recando l’incisione che nessuno vorrebbe leggere, e la felicità costruita comincia a vibrare ai bordi come una realtà che dubita di se stessa.
Il pregio maggiore del libro è di aver capito, e di far capire al proprio protagonista, che la partita non si gioca affatto contro il tempo. La rivelazione arriva nel decimo capitolo, sul molo dei vecchi magazzini del porto, quando Dario rimprovera al padre di non vederlo davvero, di trattarlo come un progetto da completare secondo un disegno già deciso: è la pagina più bella del romanzo, e forse la più sorprendente, perché smonta dall’interno la logica stessa del viaggio a ritroso. Arnaldo non salva il figlio anticipando il dolore, ma sedendosi accanto a lui e lasciandogli la libertà di sbagliare; non riscrive il passato, riscrive se stesso nel presente. Da quel momento l’orologio cessa di vibrare, e il lettore comprende che la macchina non era mai stata altro che una figura, la personificazione meccanica dell’ostinazione con cui rifiutiamo di accettare la nostra vita così com’è stata.
Su questa intuizione poggia la tenuta morale dell’intero impianto, che trova il proprio culmine nel tredicesimo capitolo, quando Arnaldo, tentato un’ultima volta dalla possibilità di tornare indietro e fare ancora meglio, si guarda allo specchio e pronuncia le due parole che valgono tutto il libro: basta così. Il rimpianto, avverte il diario di Bernardo prima di essere bruciato, è un mostro che non muore mai e che sussurra sempre di non aver fatto abbastanza; sconfiggerlo non significa raggiungere la perfezione, ma dichiararla non necessaria. È una tesi antica quanto la sapienza morale europea, eppure il romanzo la riporta alla vita senza predicarla, incarnandola in un gesto minimo e concreto.
Notevole anche la scelta di sottrarre a Clara il ruolo passivo di premio da riconquistare. Il dialogo sulla collina, nel quattordicesimo capitolo, rivela che lei aveva capito tutto fin dal primo giorno sul molo, perché c’era troppa saggezza in quegli occhi per un ragazzo di venticinque anni, e che aveva scelto di tacere perché ciò che contava non era la provenienza dell’uomo ma chi quell’uomo era stato per la sua famiglia. Il colpo di scena non serve a stupire, serve a restituire dignità di soggetto alla figura femminile, e a trasformare la riparazione da impresa solitaria in patto condiviso.
La scrittura si affida a un sensorialismo diffuso e piuttosto felice, che lavora per accumulo di odori e di suoni più che per descrizione: la crema solare e il pesce fritto dei chioschi, i gelsomini della sera, la salsedine e il legno vecchio che si mescolano nell’ultima pagina fino a rendere indistinguibili il 1982 e la soffitta originaria. La metafora tessile, dichiarata nel titolo, viene filata con coerenza attraverso l’intero arco narrativo, dal filo di seta della prima minaccia anonima al tessuto finalmente privo di strappi della conclusione, e la scelta di immaginare la macchina in ottone, mogano e quadranti di vetro, esplicitamente affiliata all’immaginario di Verne anziché all’estetica digitale, costituisce una dichiarazione di poetica: il tempo qui è artigianato, non algoritmo.
Non mancano zone in cui il romanzo avrebbe potuto concedersi maggiore respiro. La scansione per stazioni, che attraversa quattro decenni in quindici capitoli brevi, garantisce un andamento da ballata ma lascia in penombra alcune figure del secondo cerchio, dalla nuora ricercatrice al nipote Marco, e riduce talvolta Bernardo a funzione antagonistica più che a carattere pienamente esplorato, nonostante il diario postumo gli restituisca in extremis una densità che il lettore avrebbe gradito incontrare prima. Allo stesso modo, la minaccia del tributo temporale resta in prevalenza simbolica, e chi cerchi nella narrativa fantastica una tensione più propriamente drammatica potrebbe desiderare che il prezzo annunciato dall’incisione sull’orologio si facesse, almeno una volta, irreparabile.
Sono osservazioni che non intaccano il valore complessivo di un’opera che sa esattamente cosa vuole dire e lo dice con misura. L’uomo che riuscì a viaggiare nel tempo è un romanzo consolatorio nel senso nobile del termine, un apologo sulla paternità, sull’attenzione e sulla sufficienza, che congeda il lettore con l’immagine di Elena seduta nella soffitta ripulita, con l’orologio inerte tra le mani e una lettera che non insegna a viaggiare nel tempo ma a creare un presente che non abbia bisogno di essere cambiato. Poche formule riassumono meglio il senso ultimo del libro, e pochi finali riescono, come questo, a chiudere il cerchio senza serrarlo.
L’Autore
Mi chiamo Antonio Pennuto, sonon nato a Siracusa il 19/02/1951, diploma Maturità classica conseguito nell’anno scolastico 68-69, ho frequentato per 4 anni l’università di Catania, facoltà di Filosofia. Coniugato dal lontano 1970 con tre figli e ad oggi tre nipoti, le gioie più grandi della mia vita. La mia vena di scrittore nasce dall’adolescenza ispirata dallo studio dei classici e dalle esperienze positive e negative della vita. Ho scritto il libro L’uomo che riuscì a viaggiare nel tempo e due racconti ed una raccolta di poesie intitolata Questo sono io in cui raccolgo tutte le emozioni, le aspettative e le delusioni di una vita intera ed altri due libri di fantascienza: L’invasione aliena sventata e La fine della confederazione galttica. Continuo a scrivere brevi racconti che presto riunirò in una raccolta e che spero di far conoscere.




