“Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati: riassunto trama

«Il deserto dei Tartari, pubblicato nel 1940, diede a Dino Buzzati la notorietà come scrittore. L’elemento centrale del romanzo, come del resto di tutte le esperienze narrative dell’autore, è l’invenzione di una situazione e di un caso singolari; l’originalità e la forza del romanzo risiedono infatti nella capacità della trama e dell’ambientazione di rendere palpabile e concreta una vita che risulta tale solo nel sogno, cioè nell’attesa della grande occasione, mentre intorno tutto sembra immutabile e senza tempo.

La prima efficace invenzione è la Fortezza Bastiani, una costruzione gialla, imponente, assurda nella sua inutilità e pertanto misteriosa, che racchiude un mondo particolare e diverso ma soprattutto una dimensione esistenziale. Posta in una gola tra due catene di alte montagne, ha davanti a sé un deserto dal quale in tempi lontanissimi i Tartari tentarono l’invasione del paese; la presunta minaccia di una nuova improbabile invasione dovrebbe dare un senso al mantenimento della Fortezza, alla disciplina militare, alla presenza stessa di tanti uomini in quel luogo deserto e alla loro stessa vita. In realtà l’attesa dell’Evento è solo lo stato d’animo di tutti coloro che sono nella Fortezza, ufficiali e soldati, soggiogati da un meccanismo illogico che li induce a scrutare il deserto in cerca di segni anche impercettibili, a fantasticare intorno ad invasioni che prima o poi avrebbero messo in pericolo i confini del paese.

Gli elementi narrativi che danno corpo a questo tema non hanno una rilevanza tale da imporsi subito all’attenzione del lettore, ma diventano via via più frequenti e significativi, fino a creare un clima di irrealtà e di ossessione. Ad esempio i rituali della vita della fortezza, i turni di guardia, i regolamenti, sembrano aspetti realisticamente raccontati della vita militare, ma quando si manifesta la loro assurdità in relazione alia sproporzione tra la puntigliosa e rigida sorveglianza e l’assenza di qualsiasi segnale di pericolo, quello che inizialmente poteva sembrare plausibile diventa allegorico. Un altro elemento basilare nella costruzione del romanzo è l’assoluta assenza di determinazioni di luogo e di tempo: inutile cercare nelle pagine indicazioni sul paese di cui si sta parlando o sugli anni nei quali è collocata la vicenda; ne deriva una mancanza di contesto che conferisce astrattezza a tutta la storia, permettendo così la costruzione di un livello onirico e fantastico.

Tuttavia l’espressione del fantastico è sempre legata agli aspetti reali e materiali del racconto. Ad esempio il paesaggio d’invenzione costruito dall’autore utilizza elementi realistici: montagne rocciose, il deserto che si estende fino all’orizzonte, un edificio militare imponente, le notti, le nebbie, il cielo, i tramonti; ma questi dati ambientali, più volte descritti nei mutamenti di colore e di luce, divengono qualcosa di più. L’autore intende dare ad essi un’aura misteriosa e per questo li trasforma in presenze ossessive, veri e propri «personaggi» del romanzo che hanno un ruolo nella dinamica della storia. Con questo paesaggio e soprattutto con il deserto dei Tartari il sottotenente Drogo, ma anche i suoi compagni, stabiliscono un rapporto, un legame di dipendenza: da lì, da quel deserto che osservano continuamente, deve venire il momento di verità e di gloria della loro vita.

Rispondendo ad un’intervista nel 1971, Buzzati ebbe a dire che «il fantastico che funziona artisticamente è proprio quello che è rappresentato in forma quanto più possibile reale». Ebbene può essere questa la definizione del tipo di narrazione del Deserto dei Tartari: un romanzo che racconta una trama fantastica costruita però con elementi in sé non irreali e che registra i fatti, le azioni, in una narrazione minuziosa e piana secondo un’intonazione più vicina alla cronaca che al racconto surreale. Quest’ultimo aspetto, che nonostante tutto caratterizza il romanzo, nasce quindi dalla macchina narrativa inventata dall’autore e ad essa egli affida il significato allegorico dell’opera.

A questo proposito, si legga ciò che Buzzati scrive nelle pagine che fanno da introduzione all’edizione del 1986 del romanzo; racconta come è nato e spiega che in quegli anni, tra il 1933 e il ’39, lavorava di notte al «Corriere della Sera» impegnato in un compito ripetitivo e monotono: «i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo altri uomini, alcuni della mia età altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume»; e continua spiegando che con la scelta del protagonista e dell’ambientazione intendeva «esemplificare il tema della speranza e della vita, che passa inutilmente, con una maggiore evidenza, perché la disciplina e le regole militari erano assai più lineari, rigide e inesorabili di quelle instaurate in una redazione giornalistica».

Come si vede è una esplicita dichiarazione del peso e dell’importanza che l’invenzione della situazione narrativa riveste nel romanzo ed anche l’esplicitazione del significato che essa ha. Ma al riguardo si leggono subito dopo affermazioni decisive; scrive Buzzati: «Pensavo, insomma, che, in un ambiente militare, la mia storia avrebbe potuto acquistare perfino una forza di allegoria riguardante tutti gli uomini». Nella mente dello scrittore il progetto appare quindi assai chiaro e prevede la costruzione di una storia emblematica della vita degli uomini interpretata come vana attesa tenuta viva da una altrettanto vana illusione. La Fortezza è allora allegoria del destino, rappresentazione metaforica della condizione umana, mentre il deserto riassume in sé l’illusione, la tensione di un’attesa a volte angosciosa, a volte accompagnata da speranza ed esaltazione.

Una volta affidato alla situazione narrativa il valore esemplare del romanzo, Buzzati ricorre ad una narrazione priva di punte, ordinatamente scandita in trenta brevi capitoli; anche la lingua e lo stile non riserbano sorprese e sembrano piuttosto avvicinarsi ora a modi convenzionali, ora a soluzioni «facili» e spesso ripetute.

Riassunto

All’inizio del romanzo il protagonista, il giovane sottotenente Giovanni Drogo, è mandato alla sua nuova destinazione: una fortezza situata in un luogo semideserto, alla quale è affidata la difesa dei confini dalla minaccia di un’invasione dei Tartari. Il luogo è lontano dalla città non solo geograficamente ma anche per l’atmosfera irreale che lo domina: una ferrea e complicata disciplina che prevede inesorabili addestramenti, turni di guardia, parole d’ordine, in previsione di un attacco che appare del tutto improbabile. Infatti all’orizzonte non compare mai nulla che dia una qualche credibilità al compito di difesa della fortezza, tanto che basta l’apparizione improvvisa di un cavallo a scatenare fantasie e aspettative di invasioni. Alla vista poi di un gruppo di persone che si avvicinano alle mura scatta l’allarme nell’intera guarnigione, e quando si scopre che sono agrimensori col compito di fissare la linea di confine la delusione è forte e generale.

Drogo, appena giunto, è fermamente deciso a chiedere un trasferimento per andarsene al più presto, ma poi è preso da una sorta di attrazione e di magia che lo avvince a quella vita fuori dalla realtà. Sceso in città per una licenza, non riesce ad inserirsi nella vita di un tempo e ritorna alla fortezza. Nell’ansia dell’attesa e in questa dimensione irreale passa quindici anni, che lo consumano; si ammala infine proprio quando i Tartari compaiono veramente all’orizzonte. Via via che il nemico tanto sognato si avvicina e nella fortezza i preparativi di difesa divengono frenetici, Drogo continua a peggiorare e muore prima di vedere se l’assalto alla fortezza sarà una realtà o l’ennesima speranza delusa.»

tratto da Letteratura italiana. Storia, forme, testi. 4. Il Novecento di Giovanna Bellini e Giovanni Mazzoni, editori Laterza

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