“Un amore” di Dino Buzzati

Un amore, Dino BuzzatiChi pensa che l’attesa del piacere sia essa stessa il piacere, probabilmente non ha ancora letto Un amore di Dino Buzzati.

Un amore può avere diverse chiavi di lettura, ma è prima di tutto il racconto dell’angoscia ossessiva e logorante che il protagonista, Antonio Dorigo, prova nei confronti della bella Laide, sullo sfondo di una Milano frenetica che è anche un’implacabile fucina di solitudine.

Il protagonista è, in effetti, fondamentalmente solo. Antonio è un borghese colto, ha un lavoro stimato come scenografo teatrale, ma è tormentato da un’insicurezza che lo porta a cercare l’amore a pagamento nella casa della signora Ermelina, che offre discrezione e soprattutto, secondo Antonio, “ci tiene alla qualità della sua merce”.

Qui incontra Laide, una giovanissima, presunta ballerina della Scala, per cui nasce un’attrazione impossibile da controllare razionalmente. Abbandonata ogni difesa, Antonio soccombe: cerca di avere la ragazza tutta per sé coprendola di attenzioni, premure, e soprattutto soldi, che sembrano non bastare mai. In cambio di qualche ora insieme, ottiene solo frustrazioni, attese umilianti, piccole e grandi bugie.

È il più classico degli schemi, raccontato ovunque nella letteratura a volte come un gioco amoroso, altre come una guerra. Qui prevale l’immagine di un torrente di disperazione: immerso in acque impetuose, sballottato di qua e di là, Antonio “vorrebbe raggiungere la riva ma ha paura perché se raggiungesse la riva il fiume non lo trascinerebbe più e nel fiume, poco più avanti, fugge la Laide”.

Civettuola e volubile, Laide è come una sirena in grado di stregare la mente dell’uomo, tormentarlo con le sue doti inconsapevoli, assoggettarlo al suo volere grazie a quelle labbra “piegate in fuori come petali, maliziosamente”, o alla erre pronunciata in modo sensuale. Dal punto di vista di Antonio, ogni gesto di Laide è fonte di malessere, di incompiutezza, di una capitolazione senza fine.

Di amore, tra Laide e Antonio, c’è poco o nulla. Non è un caso che il sesso, descritto senza censure al punto che il romanzo è spesso definito erotico, non è mai reale e vissuto dal protagonista. Le fantasie e le perversioni non escono mai dalla mente di Antonio.

Amante-amata, vittima-carnefice. Ma davvero la dicotomia è così semplice? La risposta della letteratura, quella vera, è sempre no. Buzzati lo sa bene e lo restituisce al lettore sotto forma di piccoli indizi. Laide è insopportabile e manipolatoria, ma diventa presto chiaro che, se anche diventasse una donna fedele e devota, non riuscirebbe a calmare le insicurezze di Antonio.

La gelosia di Antonio rasenta la follia. Vorrebbe che Laide uscisse solo con lui e fosse sempre raggiungibile, e ha pensieri violenti che non mette in pratica soltanto per vigliaccheria o “decoro”. Un amore è un libro difficile da sopportare perché è un punto di vista crudelmente maschile, abietto, lucido nella sua meschinità, sul corpo femminile. Laide, messa sul piedistallo che ha contribuito a creare, ma da cui non le è possibile scendere, è vittima di uno sguardo ossessivo e giudicante. Per questo la tregua finale tra lei e Antonio ha il sapore di una resa che lascia svuotati entrambi e che non dà nessuna consolazione.

C’è poi un tema caro a Buzzati, già affrontato nel romanzo che l’ha reso più famoso, Il deserto dei Tartari: il riscatto da un’esistenza mediocre, l’incanto della vita non vissuta, la mano tesa del Grande Gatsby verso la luce verde.

Per Laide la luce verde è la vita agiata, fatta di feste, auto di lusso, appartamenti in centro, ma anche di rispettabilità borghese: “ecco la vita delle famiglie giuste, così ordinata, mediocre e noiosa, che disprezzare è tanto facile eppure di tanto in tanto le viene il sospetto che sarebbe bello vivere così, anzi capisce che proprio quello è il suo vero profondo desiderio, il porto a cui lei sarebbe felice di approdare, il mondo diverso dal suo e a lei negato”.

Per Antonio invece, Laide è la chiave di accesso a un mondo vivido, schietto, non asservito alle convenzioni: “Lei era fuori, era straniera, apparteneva a un’umanità diversa, irraggiungibile, era l’incarnazione di… di… della del… maledizione di tutto quello che lui finora non aveva avuto finora e idiotamente disprezzava, della follia, delle notti spavalde e condannate”.

Come Laide, anche la lingua scelta dall’autore è vorticosa e indomabile: il flusso di coscienza di Antonio è alternato a pagine in terza persona, e i tempi verbali cambiano spesso nella stessa frase. L’assenza di qualsiasi criterio lascia il lettore disorientato, ma rende anche il ritmo irresistibile. Buzzati si dimostra un vero maestro nel ricordarci le infinite possibilità della scrittura.

Questo libro, pubblicato nel 1963, fa eco alle critiche di Pasolini agli “italiani piccolo-borghesi”, mettendo in scena la doppiezza di una società elitaria che, schiacciata dalla monotonia, accetta l’intrusione di personaggi del sottobosco, li seduce con promesse di ricchezza e di rispettabilità per poi risputarli fuori.

Antonio non vuole ammettere davvero Laide nella sua vita, presentarla ai suoi amici o alla sua famiglia: richiederebbe un coraggio (un amore?) che non possiede. Non coglie la sua ipocrisia fino a quando un’altra prostituta amica di Laide non gli apre gli occhi: “Ci considerate di una razza inferiore, voi borghesi, anche se di noi avete bisogno, anche quando ci strisciate ai piedi. E tu lo chiami amore questo?”.

Molti sognano una vita di avventure e trasgressioni, ma non tutti la vogliono fino in fondo. La tentazione, superato un bivio, è sempre quella di guardarsi indietro con sospetto. Del resto il bivio è così vicino, ci invita a tornare sui nostri passi, a fare la scelta saggia, assennata e convenzionale. E il più delle volte, ci dice Buzzati con questo romanzo, succede proprio così: torniamo indietro.

Anna Galvagno

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