Iveonte. La Massima Creazione Letteraria: la teogonia sconfinata di Luigi Orabona
C’è un genere di ambizione letteraria che, prima ancora di essere giudicata nei suoi esiti, merita di essere riconosciuta nella sua rarità, ed è quella di chi decide di edificare, pagina dopo pagina, un intero cosmo dal nulla, popolandolo di dèi, di leggi fisiche proprie, di lingue e di genealogie, senza concedersi la scorciatoia di un mondo già dato: ebbene, questa è esattamente l’impresa a cui Luigi Orabona si è votato con Iveonte, e il Volume Primo di questa sterminata epopea, che l’autore stesso non esita a definire, fin dal sottotitolo, “la Massima Creazione Letteraria”, si presenta al lettore come l’atto fondativo di un universo narrativo di proporzioni davvero inconsuete, che pochi, nel panorama editoriale contemporaneo, avrebbero avuto il coraggio e la pazienza di intraprendere fino in fondo.Fin dalla Prefazione, che ha il tono solenne di un proemio antico, quasi esiodeo nella sua volontà di raccontare l’origine delle cose prima ancora che le cose stesse comincino ad accadere, Orabona dichiara le sue intenzioni con una franchezza che spiazza piacevolmente: egli non vuole soltanto narrare una storia, ma vuole consegnare al lettore un intero apparato cosmogonico, un prima e un dopo che si estendono ben oltre i confini di un singolo romanzo, tanto che il racconto che stiamo per leggere altro non è se non la premessa remota, la Teomachia primigenia, di ciò che accadrà molti volumi più avanti, quando l’eroe umano che dà il nome all’intera saga, Iveonte, incontrerà finalmente il proprio omonimo divino, il dio Iveon, in un futuro che l’autore promette senza fretta e senza sconti al lettore, come chi sa di avere davanti a sé non un racconto ma una vita intera da dedicare alla propria opera.
Ed è proprio in questa architettura sospesa fra il presente della narrazione e un avvenire soltanto annunciato che risiede, a mio avviso, la trovata più originale e più coraggiosa del romanzo: perché se è vero che il Volume Primo racconta le vicende del dio Iveon, la divinità dell’eroismo che si muove instancabile fra i pianeti di Kosmos per soccorrere gli oppressi e punire i prepotenti, è altrettanto vero che ogni pagina è percorsa da un filo sottile di attesa, da quella premonizione costante di un incontro futuro fra l’uomo e il dio che porta lo stesso nome, la quale trasforma la lettura in un’esperienza doppia, capace di far convivere il piacere immediato dell’avventura con la promessa, mai sfacciata, di un compimento che verrà.
Il mondo che Orabona costruisce, e qui bisogna renderne merito senza riserve, non è affatto un semplice sfondo decorativo alle imprese dei suoi personaggi, ma un edificio cosmologico coerente e minuziosamente articolato: da un lato Luxan, il Regno della Luce, con le sue province celesti di Beatitudo e dell’Empireo, suddiviso a sua volta nei due Semiempirei governati dai gemelli divini Kron e Locus; dall’altro Tenebrun, il Regno delle Tenebre, da cui muovono le divinità malefiche capeggiate dal terribile Buziur, cacciato all’inizio della vicenda e da quel momento animato da un rancore che innescherà l’intera catena di conflitti narrati nel volume. Fra questi due poli si distende Kosmos, l’universo materiale creato da Splendor, la divinità increata e sommo principio del bene, popolato dai Materiadi, gli esseri intelligenti destinati a farne la propria dimora, e attraversato incessantemente dai due schieramenti divini, ciascuno intento a orientare, secondo la propria natura, il destino di quei popoli lontani.
È in questo scenario che si staglia la figura del protagonista, il dio Iveon, e qui Orabona dimostra di saper costruire un eroe che, pur muovendosi fra folgori e navicelle spaziali chiamate Vurk, fra anelli d’onnipotenza e campi di forza planetari, non smarrisce mai una sostanza intimamente etica: egli non combatte per la gloria fine a se stessa, ma perché, come recita la dedica posta in apertura del volume “a tutti coloro che coltivano gl’ideali di bene, di giustizia e di uguaglianza”, non sopporta di vedere consumata alcuna ingiustizia, ovunque essa si manifesti nell’immensità dei cieli che percorre. Le sue imprese, che lo conducono a liberare il divo Ukton dalle grinfie del perfido Katfur, a soccorrere la giovane Grael sul pianeta Treun, a sconfiggere in duello il feroce Trauz, a debellare l’inquietante entità arcana chiamata Deivora, a redimere infine il popolo dei Salunnesi dalla tirannia antropofaga del dio Broxun, compongono un catalogo di gesta che il lettore attraversa quasi senza accorgersi del tempo che passa, tanto Orabona sa dosare, capitolo dopo capitolo, la posta in gioco e l’intensità dello scontro.
Merita una menzione particolare, in questo affresco corale, la costruzione delle figure femminili: Elesia, la diva che si offre in ostaggio pur di riscattare l’amato Ukton, e Annura, la sposa dello stesso Iveon, la cui figura, pur restando per gran parte del volume sullo sfondo, acquista negli ultimi capitoli un rilievo drammatico fondamentale, quando il suo rapimento a opera della misteriosa Monotriad apre la strada a quell’inseguimento disperato e struggente che chiude il volume, e che lascia il lettore sospeso fra la costernazione per la sconfitta patita dall’eroe e la fiducia, alimentata dalle stesse parole dell’eccelso Kron, che il destino riserverà a Iveon, in tempi lontani, un aiuto tanto inatteso quanto provvidenziale.
Sul piano dello stile, quello che colpisce immediatamente è la scelta di un registro alto, quasi arcaizzante, che rifugge volutamente la sciatteria della prosa contemporanea per abbracciare un periodare ampio, ricco di subordinate, punteggiato da quegli incisi e da quelle interrogative retoriche che erano cari alla tradizione narrativa ottocentesca: uno stile che, se da un lato richiede al lettore una disposizione all’ascolto paziente, dall’altro restituisce alla materia narrata una solennità che ben si addice a una vicenda di dèi e di universi, e che testimonia una cura autentica, quasi filologica, per la parola scritta, non appiattita mai sull’oralità sbrigativa a cui tanta narrativa di genere ci ha ormai abituati.
Va poi sottolineata l’operazione linguistica compiuta da Orabona nella creazione del lessico proprio del suo universo: termini come “kapius”, “gerark”, “Materiadi”, “lucet” o lo stesso “Vurk” non sono semplici etichette esotiche gettate lì per dare colore, ma elementi di un sistema coerente, che l’autore fa emergere gradualmente, senza mai appesantire la narrazione con glosse didascaliche superflue, lasciando che sia il contesto stesso a chiarirne il significato, secondo quella tecnica di immersione progressiva che è propria dei migliori costruttori di mondi.
Ciò che rende infine Iveonte un’opera degna di attenzione non è soltanto la sua mole, che pure impressiona e che testimonia una dedizione fuori dal comune, ma la coerenza morale che la percorre da cima a fondo: dietro l’apparato fantastico, fatto di pianeti, di battaglie cosmiche e di creature mostruose, pulsa infatti una riflessione sui valori che l’autore stesso, nella Prefazione, dichiara imperituri, quelli etici, sociali e religiosi, che accompagnano l’uomo nel suo “infinito peregrinare nel tempo”, e che fanno di questa saga, al di là del suo travestimento mitologico e fantascientifico, un’allegoria sulla lotta perenne fra il bene e il male che ogni lettore, qualunque sia la propria sensibilità, non potrà fare a meno di riconoscere come profondamente umana.





