A cosa serve la filosofia quando gli esseri umani ci fanno perdere la pazienza?
C’è un momento, nella vita di ciascuno di noi, in cui la filosofia smette di essere una materia studiata a scuola e diventa una necessità. Di solito quel momento coincide con l’incontro con un essere umano.Può essere il collega che risponde a tutti ad una mail che non lo riguardava. Quello che manda un messaggio con scritto «Posso farti una domanda?» e poi scompare. Il parente che a Natale vuole sapere perché non hai ancora fatto quella cosa che, evidentemente, secondo lui avresti dovuto fare. L’amica che chiude ogni messaggio con «ci sentiamo» e con cui non ci si sente dallo scorso inverno. L’esperto universale che non ha mai aperto un libro sull’argomento, ma ha visto un video di sette minuti ed adesso può spiegartelo.
È in quei momenti che duemilacinquecento anni di filosofia occidentale acquistano improvvisamente un’utilità molto concreta. Così nasce Manuale filosofico per sopravvivere agli esseri umani. Sottotitolo: Filosofi, ansia sociale e chat moleste.
E se i filosofi servissero davvero?
Insegno Storia e Filosofia da molti anni e da altrettanti mi capita di assistere alla stessa scena: nomino un filosofo e, almeno all’inizio, qualcuno assume quell’espressione che significa: «Prof, molto interessante, ma esattamente questa cosa a che mi servirà nella vita?»
È una domanda molto meno banale di quanto sembri. Perché se la filosofia rimane confinata tra le pagine di un manuale, tra una verifica ed un’interrogazione, probabilmente abbiamo perso una parte importante del suo significato.
Socrate non faceva filosofia per preparare qualcuno all’interrogazione su Socrate. Non sapeva neanche di essere un filosofo, probabilmente. Girava per Atene facendo domande.
Seneca scriveva della rabbia, del tempo, della morte, dell’amicizia e delle nostre paure.
Epitteto cercava di capire come si possa vivere senza essere continuamente ostaggio di ciò che non dipende da noi.
Schopenhauer aveva maturato sull’umanità opinioni che, diciamo così, potrebbero tornare utili durante certe riunioni di condominio.
Kant si domandava che cosa possiamo conoscere, che cosa dobbiamo fare e che cosa possiamo sperare.
Nietzsche ci invitava a mettere in discussione ciò che avevamo ricevuto già confezionato.
Marco Aurelio, mentre governava un impero, cercava soprattutto di governare sé stesso.
Insomma, questi signori non stavano costruendo soltanto sistemi filosofici: stavano cercando di sopravvivere.
Esattamente come noi.
Il problema non è l’umanità, sono gli esseri umani
L’umanità, in astratto, è meravigliosa. Poi arrivano gli esseri umani.
Ed eccoci alle prese con giudizi non richiesti, aspettative altrui, persone invadenti, manipolatori, pessimisti professionisti, narcisismi assortiti, conversazioni surreali e quella particolare categoria di individuo che riesce a spiegarti con assoluta sicurezza persino il lavoro che fai da trent’anni.
È facile dire «non te la prendere». Molto più difficile è capire come non prendersela.
È facile suggerire «sii te stesso». Un po’ meno facile stabilire chi sia questo “te stesso” dopo anni trascorsi a cercare di corrispondere alle aspettative degli altri.
È facile dire «lascia andare ciò che non puoi controllare». Poi qualcuno visualizza il messaggio senza rispondere ed improvvisamente Epitteto diventa indispensabile.
È proprio questa distanza tra le grandi domande filosofiche e le piccole catastrofi quotidiane che ho voluto esplorare nel Manuale con una convinzione: la filosofia non deve necessariamente darci tutte le risposte. Ma può aiutarci a fare domande migliori.
E qualche volta una buona domanda ci salva da una risposta molto stupida.
Una materia che si insegna al contrario
Insegnare filosofia in un liceo significa attraversare venticinque secoli di pensiero in un triennio.
Chi lo fa sa benissimo cosa comporta: dedicare ad Hegel più o meno il tempo che meriterebbe una sua nota a piè di pagina.
Ma il problema vero non è la fretta. È l’ordine.
Noi insegniamo le risposte. Prima la tesi, poi il sistema, poi le obiezioni al sistema. La domanda da cui tutto era partito, se resta tempo, arriva in fondo. Spesso non arriva affatto.
Solo che nessuno, in venticinque secoli, ha mai pensato qualcosa di interessante partendo da una risposta.
Kant non si è svegliato una mattina con l’imperativo categorico già formulato sul comodino. Ci è arrivato perché si era messo in testa di capire se esista qualcosa che dovremmo fare anche quando non ci conviene per niente.
Uno studente che impara la formula senza aver mai sentito il peso di quella domanda ha imparato una formula. La ripeterà correttamente all’interrogazione. Poi non la userà mai più.
Invertire l’ordine, partire dal problema ed arrivare al filosofo, costa tempo. E ha un difetto molto più imperdonabile: non si può misurare.
Un’interrogazione verifica se uno studente ricorda. Non verifica se ha cominciato a guardare qualcosa in modo diverso. E la scuola, comprensibilmente, insegna ciò che sa valutare.
Non è pigrizia di chi ci lavora. È il modo in cui è costruita la macchina.
Poi però esiste il rischio opposto, e se ne parla molto meno. Da qualche anno la filosofia “pratica” va parecchio di moda. Seneca è diventato una specie di consulente aziendale, gli stoici un metodo per ottimizzare la giornata, ed i social sono pieni di frasi profondissime su sfondo arancione attribuite a filosofi che non le hanno mai scritte.
Quella non è divulgazione. È l’ennesima forma di consiglio non richiesto, con una bibliografia più prestigiosa.
Perché un consiglio ti dice che cosa fare. La filosofia, quando funziona davvero, ti chiede piuttosto perché lo stai facendo. Ed è una domanda molto più scomoda.
Rendere la filosofia accessibile non significa alleggerirla finché non resta niente. Significa trovarle la porta giusta da cui entrare.
Di solito è una porta piccola e poco solenne: una scena che riconosciamo, un fastidio quotidiano, una situazione in cui ci siamo trovati tutti. Ma una volta dentro, il pensiero è quello vero. Con tutta la sua difficoltà.
Un manuale che non insegna a diventare filosofi
Questo libro non promette serenità eterna. Non insegna a raggiungere l’illuminazione in dieci semplici mosse. Non garantisce che, dopo averlo letto, amerete il prossimo. Francamente, sarebbe chiedere troppo alla filosofia.
L’obiettivo, più modesto e forse più utile, è provare a guardare diversamente alcune situazioni che conosciamo tutti. Per questo nel libro i filosofi scendono dal piedistallo.
Schopenhauer trova finalmente un ambiente nel quale il suo pessimismo può sentirsi compreso.
E Marco Aurelio diventa quasi quel contatto d’emergenza che sarebbe utile avere sul telefono nei giorni particolarmente complicati.
Non si tratta di banalizzare la filosofia. Al contrario. Significa prenderla abbastanza sul serio da pensare che abbia ancora qualcosa da dirci. Ridere, qualche volta, è già filosofia
Ho scelto l’ironia perché credo sia uno straordinario strumento filosofico. L’ironia crea una piccola distanza tra noi e ciò che ci sta accadendo. E quella distanza, qualche volta, è esattamente lo spazio necessario per pensare.
Socrate lo sapeva benissimo. Ridimensionare le nostre certezze, accorgerci delle contraddizioni, scoprire quanto possiamo essere ridicoli proprio mentre siamo convinti di avere perfettamente ragione: tutto questo appartiene alla filosofia da sempre.
Per questo nel Manuale filosofico per sopravvivere agli esseri umani si ride. Degli altri, inevitabilmente, ma parecchio anche di noi stessi.
Perché sarebbe molto comodo dividere il mondo tra noi, persone ragionevoli, e “gli esseri umani”, creature incomprensibili che ci complicano l’esistenza.
C’è solo un piccolo problema: gli esseri umani siamo anche noi. Anche noi abbiamo mandato quel messaggio.
Anche noi abbiamo dato almeno una volta un consiglio che nessuno aveva chiesto.
Anche noi abbiamo giudicato troppo in fretta, parlato troppo, ascoltato poco, avuto bisogno di avere ragione.
La filosofia diventa davvero interessante proprio qui: quando smette di essere un’arma con cui interpretare gli altri e diventa uno specchio. A volte uno specchio poco lusinghiero.
La filosofia come kit di sopravvivenza
Forse, allora, la filosofia non serve a diventare persone che hanno capito tutto. Diffiderei parecchio di chi sostiene di esserci riuscito.
Serve piuttosto ad allenare uno sguardo: a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, a riconoscere le nostre contraddizioni, a mettere in discussione le certezze troppo comode.
Serve a scegliere quali battaglie meritino davvero la nostra energia ed a capire che non siamo obbligati a rispondere a tutto, convincere tutti, piacere a tutti e magari a ricordarci che tra ciò che accade ed il modo in cui reagiamo esiste uno spazio nel quale possiamo ancora esercitare un po’ di libertà.
Non è poco. Soprattutto perché gli esseri umani continueranno ad esistere, continueranno a mandarci vocali interminabili, a dispensare opinioni, a promettere che ci sentiremo, a contraddirci, a deluderci, ad amarci in modi imperfetti e, ogni tanto, persino a sorprenderci. E noi continueremo ad essere uno di loro.
Manuale filosofico per sopravvivere agli esseri umani nasce precisamente da questa constatazione. Non è un manuale per imparare a sopportare gli altri. È un invito ad usare la filosofia per capire un po’ meglio loro, noi stessi e quel meraviglioso, irritante, contraddittorio esperimento che chiamiamo convivenza umana.
Perché dopo duemilacinquecento anni continuiamo ad avere più o meno gli stessi problemi.
La buona notizia è che abbiamo avuto duemilacinquecento anni per pensarci. La cattiva è che, evidentemente, non abbiamo ancora finito. E forse è proprio per questo che abbiamo ancora bisogno della filosofia.
L’Autrice
Mariangela Topa è docente di Storia e Filosofia, specializzata in Bioetica, autrice e divulgatrice. Dopo l’esperienza di diverse pubblicazioni accademiche ha deciso di portare la filosofia fuori dai manuali scolastici, raccontandola come uno strumento per leggere la vita, le relazioni e le contraddizioni dell’essere umano. È ideatrice di “Socrate in pantofole” e di “Filosofia in pillole”, progetti nati proprio per rendere il pensiero filosofico accessibile senza impoverirlo, con un linguaggio diretto e ironico.




