“Women in creative industries. Il gender gap nell’industria musicale italiana” di Alessandra Micalizzi

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Dott.ssa Alessandra Micalizzi, Lei è autrice del libro Women in creative industries. Il gender gap nell’industria musicale italiana, edito da FrancoAngeli: qual è la condizione femminile nel mondo musicale italiano?
Women in creative industries. Il gender gap nell'industria musicale italiana, Alessandra MicalizziPartiamo dal presupposto che l’industria musicale, come molte altre industrie creative, è particolarmente complessa: molto frammentata, caratterizzata da tante piccole realtà indipendenti e poche Major; tanti aspiranti artisti e poche figure di spicco; poche regole e molta opacità nella gestione degli stessi rapporti di lavoro. Le donne in tutto questo sono poco presenti: gli studi condotti in questo ambito ci dicono che poco più del 20% degli artisti è donna; percentuale destinata ad abbassarsi drasticamente se consideriamo l’ambito del cantautorato e della produzione (meno del 3%). Nelle case discografiche dove il lavoro è più strutturato, non vi sono grosse differenze numeriche (la percentuale di donne equivale a quella degli uomini) eppure anche lì si possono riscontrare criticità nelle pari opportunità in termini di posizioni ricoperte e di evoluzioni delle proprie carriere. Le donne sono spesso presenti in alcuni settori (come la comunicazione) ma assenti nella maggior parte dei casi ai vertici. E se vi sono hanno poteri di azione più limitati.

Il vero tema è che la musica è un ambiente durissimo caratterizzato da una corsa ad ostacoli verso il grande traguardo: il successo o la vetta. Ma non tutti affrontano lo stesso cammino ed è su questo punto che emergono le differenze di genere. Perché dietro l’aura del concetto di successo si celano barriere invisibili che ostacolano l’ingresso delle donne.

Quali stereotipi e pregiudizi sulle donne allignano nel mondo e nell’immaginario musicale?
Le nostre intervistate ci dicono che lo stereotipo più diffuso tra chi lavora sul palco è quello della cantante-vetrina: che sappia cantare e di bella presenza. Non le si richiede ad esempio di sapere scrivere la musica o i testi, perché a quelli ci pensano gli uomini (come dimostrano le percentuali indicate sopra). Non le viene chiesto di avere competenze tecniche perché proprio su queste, le donne sono considerate più fragili o addirittura non all’altezza. Abbiamo raccolto la testimonianza di produttrici bravissime che si sono sentite dire che i loro lavori erano sicuramente il risultato del contributo di altri (uomini).

Più comune e trasversale a tutti i settori vi è poi la convinzione diffusa che le donne siano portate all’accoglienza, alla cooperazione e meno alla leadership. Affermazioni smentite dalle ricerche condotte proprio sulle donne che fanno carriere nel settore musicale della produzione.

Il Suo studio si avvale di numerose interviste a donne con una consolidata carriera nei diversi settori dell’industria musicale (musiciste, cantanti, cantautrici, addette alla produzione, manager, etc.): cosa emerge dal loro racconto?
Emerge che sicuramente sono stati compiuti dei passi avanti ma ancora c’è da fare e che il cambiamento è possibile se condiviso con tutti i player dell’industria, intendendo con questo tutte le realtà che vi operano (soprattutto quelle più grandi che possono imprimere il cambiamento) e tutti i soggetti singoli che la popolano (artisti, musicisti, manager), uomini e donne che siano.

Il grosso problema è rappresentato dalla mancanza – o quasi di modelli positivi o comunque differenti rispetto alle immagini stereotipiche e condivise sulle donne e la musica.

Per affermare nuovi modelli occorre popolare la scena musicale, senza dubbio, ma anche farli circolare il più possibile e tra i giovanissimi. Per questo il progetto ha visto anche la realizzazione di una fiaba per bambine e bambini intitolata “Viola può fare la musica”, nata con l’intento di favorire il sedimentarsi di un messaggio positivo che possa già semplicemente rendere possibile immaginarsi o immaginare la propria carriera in ambito musicale.

Emergono anche gli effetti della interiorizzazione di una cultura patriarcale ancora molto forte nel nostro Paese. Interiorizzazioni che riguardano anche le donne e che portano le stesse professioniste a interrogarsi molto di più su come e se fare questo mestiere.

Abbiamo rilevato, in sostanza, un alto senso critico, a volte paralizzante, tra le donne. Quelle che arrivano a costruirsi una carriera nella musica sono forti, determinate e motivate da un’alta forza di volontà.

In che modo l’esistenza di fenomeni diffusi di sessualizzazione e oggettivazione ostacola la creatività delle donne e ne limita le carriere?
Non mi sento di dire che possa ostacolare la creatività delle donne l’oggettivazione. I piani su cui interviene sono ben altri: questi meccanismi rendono lecito e scontato un certo modo di comportarsi all’interno di un settore che dovrebbe essere “professionale” e sufficientemente serio da uscire dalla logica del favoritismo sessuale.

Non era oggetto del nostro studio, però dai racconti sono emerse chiaramente situazioni in cui si desse per scontato una disponibilità che non era richiesta e nemmeno espressa, per l’ottenimento di un lavoro. O che si usassero metri di giudizio centrati sul corpo e non sulla prestazione.

Il tema dell’oggettivizzazione è molto complesso e ampiamente trattato nel testo.

Ci sono segni di speranza per il futuro?
Ci sono sicuramente come detto in apertura. Sono rappresentate dalle azioni dal basso delle donne che operano nel settore e che già da diversi anni hanno attivato delle reti di networking lavorativo e di sostegno per l’ingresso nell’industria (key change ed Equaly ne sono un esempio).

Lo sono anche i casi, ancora purtroppo singoli e che fanno notizia, delle donne che si distinguono in questo settore (pensiamo alla notizia recente della direttrice d’orchestra della Scala…o alla posizione dirigenziale assunta da due donne in due grosse major in Italia).

Lo sono anche i piccoli gesti: come ad esempio quello di cedere il proprio mazzo agli uomini della band o all’artista maschio del gruppo, come è accaduto lo scorso anno a Sanremo.

Alessandra Micalizzi, psicologa e PhD in Comunicazione e nuove tecnologie, è docente e ricercatrice presso il SAE Institute di Milano dove insegna Sociologia dei nuovi media, Psicologia del game e Fondamenti di marketing per l’industria culturale

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