In quel libro io parto, in realtà, da una considerazione sulla nostra società, osservando che noi viviamo in un mondo non più cristiano e fornisco qualche esempio del drastico cambiamento che, nell’arco di poche decine di anni, ha portato a tale situazione, provocando la repentina scomparsa di quello che si potrebbe definire il cristianesimo ambientale. Ciò significa che l’ambiente in cui viviamo, almeno in Italia, è ancora pieno di cose cristiane, di segni del cristianesimo, che però sono diventati ormai indecifrabili per la grande maggioranza delle persone perché si è ormai interrotta la catena della tradizione che, assieme a quei segni, trasmetteva anche il sapere necessario per interpretarli. I segni ci sono ancora, ma sono muti: quindi è come se non ci fossero. Essere cristiani nella società greco-romana della prima età imperiale significava invece vivere in un ambiente totalmente privo di riferimenti alla fede che i cristiani professavano, in un contesto sociale completamente alieno, culturalmente connotato in tutt’altro modo, e almeno potenzialmente ostile ad essa.C’è poi da considerare il problema del numero dei cristiani, che gli storici di solito non affrontano volentieri, anche perché le fonti non ci permettono di formulare stime attendibili e sufficientemente circostanziate, ma che è imprescindibile: non si comprende storicamente un fenomeno senza avere almeno l’idea del suo ordine di grandezza. Ora, le ragionevoli congetture che possiamo formulare sulla base dei pochi dati disponibili ci portano a pensare che i cristiani, fino a alla seconda metà del IV secolo, fossero un gruppo fortemente minoritario. È opinione abbastanza diffusa tra gli studiosi che ancora agli inizi del IV secolo, quando si compie la cosiddetta “svolta costantiniana”, i cristiani fossero intorno al dieci/quindici per cento sul totale della popolazione dell’impero romano, stimato intorno ai 60 milioni di persone. Costantino dunque “scommise”, per il suo progetto politico di rifondazione dell’impero, su un gruppo culturalmente forte e socialmente molto attivo sì, ma ancora decisamente minoritario in termini numerici. Se arretriamo di un secolo o due, dobbiamo proporzionalmente ridurre l’ordine di grandezza di quella stima, il che ci porta a ritenere verosimile che, per esempio, alla fine del I secolo i cristiani fossero poche migliaia, disseminati in piccole comunità irregolarmente sparse prevalentemente nella parte orientale dell’Impero, collegate tra loro ma nel modo sporadico e limitato che le comunicazioni di allora consentivano. Pochissimi cristiani immersi in un mondo in cui, lo ripeto, nulla confermava o corroborava la loro identità, così dissonante, per molti versi, rispetto alla cultura dominante. Rari nantes in gurgite vasto: è proprio il caso di applicare l’emistichio virgiliano a una condizione del genere.
Aggiungo un’ultima annotazione: che cosa avevano, i cristiani dei primi secoli, per mantenere viva la propria identità culturale in una situazione del genere? Sorprendentemente poco, a giudicare con i nostri parametri. Se, per esempio, proviamo a immaginare la vita delle comunità fondate dalla missione paolina a Cipro, in Asia Minore, in Macedonia e in Grecia, di cui ci parlano gli Atti degli apostoli, di che cosa potevano disporre, per sostenersi spiritualmente e culturalmente, i membri di quei piccoli gruppi sorti in seguito alla predicazione di Paolo e dei suoi collaboratori, una volta partiti i “fondatori”? Della memoria (per lo più orale) dell’insegnamento inizialmente ricevuto da Paolo e dagli altri missionari, e poi costantemente ripreso sotto la guida degli “anziani”, cioè di coloro che erano stati messi a capo delle comunità, in occasione degli incontri settimanali di celebrazione dell’eucarestia, e di una essenziale regola personale di preghiera quotidiana. Non c’era molto più di questo.
Quale rapporto avevano i cristiani con la società romana?
Di solito, un gruppo minoritario che si trova nelle condizioni che ho appena descritto, tende a comportarsi in uno di questi due modi: o si lascia più o meno lentamente assimilare dal contesto socio-culturale in cui è immerso, assumendone progressivamente le pratiche e – almeno in una certa misura – anche le credenze, conservando, alla fine di tale processo, solo qualche tratto distintivo limitato alla sfera strettamente religiosa; oppure, all’opposto, proprio per reagire al pericolo di “dissolvere” la propria identità, si arrocca in difesa, accentua i tratti identitari più dissonanti, si irrigidisce in un’opposizione radicale al mondo esterno limitando drasticamente i rapporti con esso, sino ad arrivare in certi casi a forme di vera e propria secessione. Che il cristianesimo primitivo non si sia assimilato all’ambiente pagano è evidente, dal momento che ha profondamente cambiato il mondo antico, sino a dar vita nel corso dei secoli a qualcosa che, in mancanza di meglio, continuiamo a chiamare Medio Evo e che, per quanti debiti abbia verso l’eredità culturale greco-romana, è profondamente diverso da essa. D’altro canto, tuttavia, il cristianesimo nella società imperiale romana non ha mai praticato neppure una “cultura della separazione”, bensì piuttosto una cultura dell’incontro e del “dialogo critico” con il mondo esterno. Mi riferisco al fatto che i cristiani, entrando in ogni settore della vita sociale, da una parte ne accettarono gli statuti e le regole, ma dall’altra sottoposero ogni cosa al vaglio di un discernimento (krisis) volto a distinguere ciò che è compatibile con la propria fede e può dunque essere fatto oggetto di un “giusto uso” (che i Padri della Chiesa chiamano chrêsis), da ciò che non lo è e deve quindi essere respinto. Si tratta della linea di condotta già indicata da Paolo nella Prima lettera ai Tessalonicesi (che è probabilmente il più antico testo del Nuovo Testamento): «Vagliate tutto e tenete ciò che è buono» (5, 21). Quando si discute, come spesso la storiografia ha fatto, su quali siano stati i fattori più importanti del successo del cristianesimo, credo che uno dei principali sia senz’altro da riconoscere nel “dinamismo culturale” della loro presenza nella società. In altre parole, il cristianesimo si è affermato anche per la sua capacità critica nei confronti della società pagana.
In quali ambiti maggiormente si misurava la distanza con la società romana?
I punti di contrasto erano molti, ma nel libro mi soffermo in particolare su uno di essi. Dopo aver trattato del rapporto dei cristiani con il sistema giudiziario, l’economia e la scuola, affronto nell’ultimo capitolo il problema del loro atteggiamento nei riguardi del mondo degli spettacoli, che aveva un’enorme rilevanza nella società greco-romana di età imperiale. È un argomento estremamente affascinante e complesso, a cui ho dedicato molti anni della mia attività di ricerca, pubblicando una quindicina di anni fa un’ampia monografia, Il teatro di Dio. Il problema degli spettacoli nel cristianesimo antico, Morcelliana, Brescia 2008. Diversamente da come si sono comportati in altri campi, come ad esempio la letteratura e la retorica, il diritto, l’arte e così via, nei confronti di tutto il mondo dei ludi, nelle sue varie espressioni che andavano dal teatro alle competizioni sportive e ai munera gladiatoria, le autorità ecclesiastiche mantennero sempre un atteggiamento di radicale rifiuto, andando decisamente controcorrente (anche rispetto alle inclinazioni dei fedeli e agli interessi politici degli stessi imperatori divenuti cristiani). Non è possibile riassumere qui in poche righe le ragioni e il significato di tale presa di posizione, per certi versi sorprendente e che potrebbe a prima vista sembrare in contrasto con la logica della krisis e del giusto uso. Basti dire che, esaminata più attentamente, quella linea di condotta – certo non riproponibile oggi! – svela un grado di elaborazione intellettuale del “problema dello spettacolo” veramente impressionante e capace di fornire anche a noi oggi, immersi come siamo in una “società dello spettacolo” che ci ha portato ormai a smarrire la distinzione stessa tra mondo reale e mondo virtuale, spunti di riflessione veramente preziosi.
In che misura la condizione dei primi cristiani è assimilabile alla società contemporanea e quali insegnamento possono trarne i cristiani di oggi?
Come ho detto prima, la somiglianza è dentro una differenza fondamentale: noi veniamo da venti secoli di storia cristiana, da cui non possiamo certo prescindere. Abbiamo, dietro di noi, un enorme patrimonio di fede e di cultura che può esserci di aiuto se lo viviamo come “tradizione vivente” e non come un fardello del passato. Il punto di contatto con le prime generazioni cristiane è che noi siamo tornati a vivere, almeno in Europa, in una società che ormai ignora e prescinde quasi totalmente dal cristianesimo; indifferente, più ancora che ostile, alla sua voce (anche a causa della timidezza e del conformismo con cui vivono molti cristiani). Le chiese in Europa dal punto di vista sociologico sono da considerarsi come dei gruppi minoritari sempre meno influenti sulla società in generale. Ora, può essere forte, tra i cristiani che se ne rendono conto, la tentazione di vivere questo declino con triste rassegnazione, ripiegandosi ancor di più su se stessi, in una versione intimistica della vita cristiana che tradisce profondamente il mandato missionario di Cristo, che costituisce invece la stessa ragion d’essere della Chiesa: «sarete testimoni di me a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» è l’ultima parola rivolta dal Risorto ai suoi discepoli riportata nel Nuovo Testamento (Atti 1, 8). Altrettanto sbagliata è la reazione opposta, di chi non si arrende e pensa sì di combattere, ma fa una battaglia di retroguardia, come se fossimo “gli ultimi dei cristiani”. Nel libro cerco di proporre una prospettiva totalmente diversa: i cristiani sono sempre “primi cristiani”, perché il cristianesimo è sempre iniziale. La conoscenza e il confronto con i nostri padri nella fede, dunque, sono preziosi non per riprodurre anacronisticamente scelte pastorali e modi di presenza nella società storicamente condizionati e oggi non più proponibili, bensì per imparare un atteggiamento, un modo di concepire se stessi e il proprio ruolo nel mondo, vorrei dire una “postura” intellettuale ed umana che ci renda al tempo stesso molto più liberi e protesi all’incontro con tutti ed estremamente “critici”, cioè capaci di rappresentare quella “differenza”, quell’alterità di cui il mondo omologato di oggi ha un disperato bisogno.
Leonardo Lugaresi, studioso di storia del cristianesimo antico e di letteratura patristica, ha conseguito il Dottorato in scienze religiose all’Università di Bologna e all’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha insegnato Letteratura cristiana antica all’Università di Bologna e Storia del Cristianesimo all’Università di Chieti. È autore di numerose pubblicazioni, tra cui l’edizione commentata delle Orazioni IV e V di Gregorio Nazianzeno contro l’imperatore Giuliano (Firenze 1993 e 1997) e un’ampia monografia sul problema del giudizio cristiano sugli spettacoli: Il teatro di Dio. Il problema degli spettacoli nel cristianesimo antico (II-IV secolo), Brescia 2008. Insieme ad altri studiosi del mondo antico ha fondato l’Associazione Patres, che si occupa di ricerche e divulgazione sul tema del rapporto tra cristianesimo e cultura greco-romana, nella prospettiva di una valorizzazione dell’attualità del pensiero patristico.




