“Elogio dell’ignoranza e dell’errore” di Gianrico Carofiglio

Prof. Gianrico Carofiglio, Lei è autore del libro Elogio dell’ignoranza e dell’errore, edito da Einaudi. Viviamo in una società che ha fatto dell’errore uno stigma, una sconfitta: per quali ragioni, a Suo avviso?
Elogio dell’ignoranza e dell’errore, Gianrico CarofiglioOggi viviamo in un mondo dove l’errore è spesso visto come un vero e proprio marchio di incompetenza o debolezza. È come se la nostra cultura, così ossessionata dal successo e dalla perfezione, avesse deciso che sbagliare sia una cosa da evitare a tutti i costi. Ma pensiamoci bene: quante volte impariamo davvero qualcosa di significativo senza passare attraverso qualche errore? Questo modo di pensare ci porta a temere il fallimento, facendoci perdere un sacco di opportunità per esplorare, innovare e sperimentare.

L’errore, invece, è una parte essenziale del nostro processo di crescita. Se non fossimo mai disposti a sbagliare, non ci sarebbe spazio per il miglioramento, né a livello personale né come società. Al contrario, continuando a demonizzare il fallimento, finiamo per creare una cultura in cui la paura di sbagliare ci paralizza. Serve un cambio di prospettiva: dobbiamo iniziare a vedere l’errore non come un ostacolo, ma come una chance per imparare e migliorare. Accettare questa realtà ci permetterebbe di affrontare le sfide con più coraggio e creatività, rendendoci non solo individui migliori, ma anche una società più aperta, resiliente e pronta ad affrontare il futuro.

Quando, l’ignoranza, diviene virtuosa?
A prima vista può sembrare strano, ma l’ignoranza non è sempre una cosa negativa. Dipende dal significato che diamo al termine e soprattutto dalla consapevolezza o meno di questa condizione che ci riguarda tutti. Quando siamo in grado di riconoscere di non sapere qualcosa, stiamo già facendo un passo importante: ci apriamo all’opportunità di imparare. Viviamo in un’epoca in cui siamo sommersi da informazioni, e questa sovrabbondanza può confondere più che chiarire. In un contesto del genere, dire “non lo so” non è un segno di debolezza, ma un atto di coraggio e onestà. Dunque di forza.

Riconoscere la nostra ignoranza ci rende più curiosi, più umili e, paradossalmente, più saggi. È proprio questa consapevolezza che ci spinge a fare domande, ad ascoltare gli altri e a cercare risposte nuove. Pensateci: quante volte una conversazione significativa nasce proprio da una domanda sincera? In questo senso, l’ignoranza non è un limite, ma un punto di partenza. Ci invita a non avere sempre una risposta pronta, a esplorare con mente aperta e a costruire connessioni più profonde con chi ci circonda. In definitiva, l’ignoranza diventa una virtù quando ci spinge a migliorare, a riflettere e a creare relazioni autentiche e arricchenti. Alla fine, non sapere tutto è proprio ciò che ci rende umani.

A cosa ci può portare il riconoscere i nostri errori?
Ammettere di aver sbagliato, ammettere di aver fallito non è mai facile, ma è uno dei gesti più liberatori e trasformativi che possiamo fare. Quando ci prendiamo la responsabilità di un errore o di un fallimento, smettiamo di nasconderci dietro scuse e ci apriamo a nuove possibilità. È un momento di grande sincerità con noi stessi, in cui possiamo davvero riflettere sulle nostre azioni e capire cosa ci ha portato a fare quella scelta. Questo tipo di introspezione è fondamentale per conoscere meglio chi siamo e come possiamo migliorare.

Non solo: riconoscere i nostri errori ci rende più empatici verso gli altri. Sbagliare è una parte inevitabile dell’essere umano, e accettarlo ci aiuta a costruire relazioni basate sulla fiducia e sull’apertura. Quando siamo disposti a dire “ho sbagliato”, comunichiamo agli altri che è ok non essere perfetti, e questo può creare un clima di grande collaborazione, sia nella vita personale che nel lavoro.

Ma c’è di più: ogni errore contiene una lezione preziosa. Quando impariamo dai nostri sbagli, sviluppiamo una maggiore resilienza e diventiamo più capaci di affrontare le difficoltà che verranno. In fondo, il vero segreto non è evitare gli errori, ma trasformarli in opportunità per crescere e migliorare. Accettare i propri fallimenti, insomma, non è solo un atto di coraggio, ma anche il primo passo verso una versione migliore di noi stessi.

Quali esempi di figure virtuose adduce nel libro?
Il libro è pieno di storie, mi piace la scrittura saggistica che si nutre di narrazioni. E peraltro, simmetricamente, mi piace arricchire i romanzi di parti riflessive di tipo saggistico. Fra i tanti aneddoti sul cambiamento e l’innovazione mi piace ricordarne uno che, più di altri, ha una struttura paradigmatica del tema del libro. Nel 1968, un ricercatore della 3M, Spencer Silver, stava cercando di creare una colla molto forte. Invece, scoprì un adesivo debole che poteva essere attaccato e staccato senza lasciare residui e dunque senza rovinare le superfici con cui entrava in contatto. Si trattava obiettivamente di un fallimento (lo scopo era di realizzare un adesivo molto forte e ne era venuto fuori una molto debole) e nessuno immaginò un uso possibile per questo ritrovato. Fino a quando, durante una presentazione aziendale, Silver fece conoscere ad Arthur Fry, uno dei colleghi presenti, la sua colla a presa debole.

Fry cantava nel coro della sua chiesa e durante le prove perdeva facilmente il segno, perché i foglietti colorati che utilizzava per segnare le pagine di canti e inni cadevano fuori dal libro. Fry pensò che se avesse usato la strana colla del collega per fissare i segnalibri alle pagine, avrebbe risolto il suo problema senza rischiare di danneggiare il libro.

Fu così che nacque il Post-it: un colossale successo commerciale, un oggetto indispensabile in uffici e case di tutto il mondo, una vera e propria icona della contemporaneità.