Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose, Gianrico CarofiglioNessuna scena del crimine e nessun avvocato investigatore per il nuovo libro di Gianrico Carofiglio, Della gentilezza e del coraggio, recentemente pubblicato da Feltrinelli. Questa volta l’ex magistrato propone ai suoi lettori una riflessione sulla politica, sul linguaggio e sulla comunicazione, che diventa anche riflessione sulla società e sulla democrazia.

La “gentilezza” del titolo non è semplice buona educazione o garbo, ma “metodo per affrontare e risolvere i conflitti e strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane”. Si tratta quindi di un mezzo di interazione con gli altri, utile non solo a veicolare un messaggio ma anche a creare relazioni umane ricche di significato. Il “coraggio” non ha invece a che fare con la temerarietà o la spericolatezza, ma è “il buon uso della paura”: così come in natura la paura è l’emozione primaria di difesa che anticipa il pericolo e ci prepara alla fuga o alla lotta, così il coraggio è qui inteso come “risposta corretta a fronte delle molte risposte sbagliate che circolano come agenti patogeni nelle nostre società ricche, diseguali e anziane.”

Ciò che non deve mancare all’ascoltatore, sia esso interlocutore politico o semplice cittadino, è dunque l’attenzione critica, la capacità di distinguere tra il buon comunicatore e il manipolatore. Mentre il primo utilizza le parole per esprimere significati concreti, il secondo le impiega al solo scopo di influenzare i propri uditori per indurli a fare ciò che lui desidera.

Talvolta la cattiva comunicazione è chiaramente riconoscibile fin dalla sintassi “frammentaria e sconnessa”, dal vocabolario limitato e dalla “ripetizione continua delle stesse parole e delle stesse espressioni”, altre volte è necessario andare più a fondo per comprendere il tentativo manipolatorio. Accade infatti sempre più spesso, nel dibattito politico ma non solo, che gli argomenti vengano deliberatamente presentati in modo superficiale o addirittura del tutto errato. Le falsità, poi, vengono ripetute così spesso da farle apparire reali. Carofiglio cita il cosiddetto “effetto Dunning-Kruger”, il fenomeno per cui più si è incompetenti, più si è convinti di non esserlo. Rientra certo nell’esperienza di ciascuno di noi aver dovuto sostenere una surreale discussione con qualche conoscente che, benché chiaramente ignorante su un dato argomento, contrapponeva argomentazioni talmente insensate da non poter essere smontate ricorrendo a ragionamenti logici e puntuali. “Trasformiamo la possibilità di accedere a un gran numero di informazioni con la persuasione infondata di poter interloquire su tutto. Da questo nasce il pericoloso rifiuto – quasi il disprezzo – per le (vere) competenze e per i (veri) saperi. A ciò si aggiunga che la ricerca accelerata, nevrotica, ossessiva di atomi di informazione sconnessi dal quadro di un sapere è dominata dalla fretta, altra perniciosa categoria della modernità. Esiste infatti una differenza fondamentale tra fretta e rapidità.”

A esemplificazione di questo concetto, Carofiglio porta il tema del crimine violento. Il crimine è millantato come in continua crescita da alcuni componenti delle forze politiche, tanto che la stragrande maggioranza della popolazione ha la percezione di una crescente insicurezza. Eppure, specifica lo scrittore, le statistiche dicono il contrario: “Nel periodo fra l’agosto 2018 e il luglio 2019 gli omicidi commessi sono stati 307. Nello stesso periodo fra il 2017 e il 2018 sono stati 357. Nel 1991 furono 1916. Sempre fra il 2018 e il 2019 vi è stata una riduzione delle rapine del 14 per cento e dei furti di oltre l’11 per cento.”. È quindi chiaro che la propaganda e la diffusione di paure irrazionali determinino una visione non corretta della realtà che, poco per volta, poi finisce per sostituirsi ai fatti reali. Si tratta di una comunicazione che fa presa su suggestioni, pregiudizi e impulsi irrazionali. Sono invece i dati oggettivi a dover essere conosciuti ed evidenziati, anche perché solo una conoscenza approfondita dei problemi permette di affrontarli in modo efficace.

Si tratta in sostanza di quella che Chomsky chiamava la “strategia della distrazione”, l’arte di deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti inondandolo di informazioni insignificanti, impendendo nel contempo alle persone di approfondire e comprendere i dati essenziali, dall’economia alla scienza (stupisce peraltro che Chomsky, i cui studi nell’ambito della linguistica hanno portato a riflessioni fondamentali sulla comunicazione, sulla costruzione del consenso e sugli effetti su politica e democrazia, non venga mai citato nel breviario di Carofiglio).

Chi fa un’affermazione, soprattutto in ambito politico, aggiunge poi Carofiglio, deve essere disponibile a dimostrarne la veridicità. Si tratta del cosiddetto “onere della prova” – il principio in base al quale chi vuole dimostrare l’esistenza di un fatto ha l’obbligo di fornire le prove per tale esistenza – la cui rilevanza non è limitata al solo ambito giudiziario. Al contrario, è fondamentale all’interno del dibattito democratico, poiché la sua applicazione permette il controllo sulla correttezza dell’esercizio della democrazia.

Alla cattiva comunicazione e al linguaggio dai toni aggressivi, Carofiglio contrappone la discussione ragionevole e il confronto dialettico, in cui non sono consentite espressioni volutamente ambigue e oscure, ma anzi si è tenuti ad accertarsi che l’interlocutore abbia ben compreso il significato di quanto viene detto. Evitando gli attacchi personali e scorretti, il buon comunicatore dovrà invece difendere le proprie tesi con argomentazioni chiare, ben strutturate e trasparenti. Contro l’eccessiva autoreferenzialità, Carofiglio suggerisce l’umorismo e l’autoironia, “la cui pratica consapevole è uno degli strumenti (non certo l’unico) per evitare gli scivolamenti individuali e collettivi verso pratiche tossiche di tipo narcisistico.”

L’umorismo è inoltre legato alla capacità di coltivare il dubbio. Dubitare permette all’ascoltatore di restare vigile, così come evitare pregiudizi e certezze inossidabili consente di mantenere la mente aperta al dibattito e alle nuove idee. Insomma, l’esercizio del dubbio e la capacità di porre domande sono uno stimolo per l’intelligenza e una forma di difesa contro l’autoritarismo.

“Vi è poi un altro aspetto non meno importante che emerge dalla riflessione sul rapporto fra domande, dubbio e qualità della vita civile”, aggiunge lo scrittore. “La tolleranza dell’incertezza, la tolleranza dell’errore e la disponibilità ad ammetterlo sono infatti requisiti fondamentali di personalità e società sane, e di democrazie vitali. Esse accettano l’idea che la complessità del mondo in cui viviamo supera spesso la nostra capacità di comprenderlo, e proprio questa (coraggiosa) accettazione è una delle premesse per un agire politico laico, tollerante ed efficace.”

Gli esempi che Carofiglio porta a sostegno delle proprie argomentazioni riguardano per lo più i rappresentanti dei cosiddetti partiti populisti: sopra tutti Trump, e in ambito italiano Salvini e Berlusconi. Se è vero che una certa parte politica ha fatto del linguaggio demagogico il proprio stile comunicativo di elezione – e il Presidente degli Stati Uniti ne è un esempio lampante – è pur vero che le insidie della cattiva comunicazione, delle argomentazioni superficiali e del narcisismo colpiscono ormai sempre più in modo trasversale. In più le tecniche di comunicazione manipolatoria e persuasiva non sono certo solo appannaggio della politica, ma in generale della società, dai media, social o tradizionali, al marketing.

Non sapremo forse mai se questo breve saggio riuscirà nell’intento di migliorare la nostra classe politica, ma almeno avrà avuto il merito di stimolare nel lettore, cittadino ed elettore, l’uso del pensiero critico.

Silvia Maina

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