“Linguaggi specialistici dell’italiano” di Riccardo Gualdo e Stefano Telve

Prof. Stefano Telve, Lei è autore insieme a Riccardo Gualdo del libro Linguaggi specialistici dell’italiano edito da Carocci: innanzitutto, cosa si intende per «linguaggi specialistici»?
Linguaggi specialistici dell'italiano, Stefano Telve, Riccardo GualdoCorrentemente si distingue tra lingua e linguaggio. Il primo termine indica il codice comunicativo verbale, tipico dell’essere umano: la parola; il secondo si riferisce invece a modalità comunicative più ampie, anche non verbali, come simboli (si pensi alla matematica), suoni (la musica), icone (non solo quadri e dipinti, ma anche grafici, illustrazioni e altre risorse visive).

Nella comunicazione specialistica, cioè propria di ambiti tecnici e scientifici con un alto livello di astrazione (economia, scienze, diritto, e così via), il codice verbale si unisce spesso a codici non verbali, e per questo insieme a Riccardo Gualdo, coautore del volume, abbiamo preferito parlare di “linguaggi” piuttosto che di “lingua”.

Quali caratteristiche presentano i linguaggi specialistici?
Una caratteristica generale, potremmo dire di stile, è la tendenza all’impersonalità. Nei discorsi specialistici l’attenzione è tutta rivolta alla descrizione di un fenomeno (una nozione, un processo o altro): questa descrizione, per poter essere conforme ai principi e ai metodi delle scienze, deve essere quanto più possibile oggettiva, e dunque prescindere dalla soggettività del singolo osservatore, che rimane nascosto nelle pieghe del discorso. Ecco dunque frasi impersonali o passive: “si osserva” o “è stato osservato”, “risulta”, “si ricava”, e così via.

Le caratteristiche più vistose sono però nel lessico. Una delle più importanti risiede nel fatto che il lessico specialistico, quale che sia la disciplina, tende a formarsi in terminologie, cioè in insiemi di termini generati con criteri stabili e ricorrenti, in serie di parole omogenee al loro interno e “aperte”, cioè dal numero potenzialmente illimitato. Facciamo un solo esempio dalla medicina: il suffisso d’origine greca –ectomia/-tomia ‘taglio, asportazione’ si è cominciato ad usare fin dal Medioevo nei primi interventi chirurgici: ad esempio con flebotomia si indicava allora, e si indica ancora adesso, l’operazione di incidere di una vena (greco flebo-) allo scopo di asportare coaguli sanguigni o eseguire un salasso, mentre con litotomia si indicava la rimozione di calcoli (greco lito-) dall’apparato urinario.

La dissezione, e il suffisso che la esprime (-ectomia/-tomia), è evidentemente alla base della chirurgia: tant’è che tra Cinquecento e Seicento si comincia a parlare appunto di anatomia, per riferirsi alla dissezione di un organismo animale o vegetale ed estensivamente alla disciplina che studia quegli organismi appunto mediante dissezione; analogamente, si è cominciato a parlare di zootomia, per dire la stessa cosa ma in riferimento specifico agli animali. Si tratta di una tecnica che, come sappiamo, è destinata a una grande fortuna: tant’è che nei due secoli successivi, durante il Settecento e soprattutto nel corso dell’Ottocento, iniziano a circolare diverse decine di parole simili, in riferimento a parti anatomiche specifiche: adenotomia ‘incisione di una ghiandola’, laparotomia ‘apertura chirurgica della cavità addominale’, ovariectomia ‘asportazione di uno o di entrambi gli ovai’. È una tendenza che non si è arrestata con i tempi moderni, nonostante le tecniche si siano fatte molto più raffinate e ve ne siano altre alternative e meno invasive: sono infatti numerosissime anche tra il 1950 e il 2000 le nuove parole che si sono formate in questo modo (coxotomia, talamotomia, vitrectomia ecc.).

Il progressivo arricchimento del lessico specialistico, costruito in buona parte su questi meccanismi ‘seriali’, è naturalmente correlato all’esigenza di trovare termini che abbiano un significato quanto più possibile preciso. Ecco dunque che se dal punto di vista della formazione delle parole, il lessico specialistico tende a essere seriale, dal punto di vista della semantica, è caratterizzato da una forte “precisione denotativa”, che si ottiene soprattutto attraverso la “monosemia”, cioè la biunivocità tra un termine e il suo significato.

Le cose non sono però così semplici, perché ci sono anche tendenze opposte, che creano un forte dinamismo all’interno dei linguaggi specialistici. Alla monosemia, alla serialità, alla precisione denotativa si oppongono la polisemia, l’arbitrio, la vaghezza.

Ancora nell’ambito della medicina, sono ad esempio polisemici gli elementi leuco-, che può significare sia ‘bianco’ (leucocito) sia ‘globulo bianco’ (leucemia), e pneumo– che può riferirsi al polmone (pneumobacillo) oppure significare ‘aria’ (pneumotorace). Queste parole sono introdotte rispettando il meccanismo di formazione consolidato (l’uso di determinati prefissi o suffissi) ma non il loro significato abituale. A volte però l’introduzione di una nuova parola può avvenire attraverso una strada diversa rispetto a questo meccanismo. Osservando per la prima volta un certo fenomeno, nel 1964, il fisico Murray Gell-Mann non lo denominò formando un termine composto da prefissi, suffissi o altri elementi correnti ma decise, in modo del tutto arbitrario e con un certo estro personale, di fare ricorso a una parola che aveva trovato nel romanzo di James Joyce Finnegans Wake (dove peraltro non aveva alcun significato), cioè quark. A fronte di un fenomeno sconosciuto e ancora tutto da capire, si usa insomma un termine qualsiasi, in attesa che la scienza possa poi dotarlo di un significato più preciso. Un meccanismo simile è sfruttato anche nell’ambito del diritto, ed è noto come “vaghezza”. La vaghezza consente al giurista di ragionare su categorie astratte, sganciate da vincoli temporali e contingenti: ecco dunque espressioni come buon padre di famiglia, comune senso del pudore, danno ingiusto, ragionevolezza, espressioni che non sono ulteriormente definite, se non volta per volta da chi le deve applicare in relazione alle particolari condizioni del caso. È un po’ come il q.b., “quanto basta”, che si incontra nelle ricette di cucina per indicare la giusta quantità di sale o di altri ingredienti: quantità che è compito del cuoco di turno determinare sulla base delle circostanze.

Che rapporto esiste tra linguaggi specialistici e lingua comune?
Il rapporto è strettissimo. Molte parole specialistiche nascono come parole comuni e poi assumono un significato ristretto, specifico per gli scopi di una determinata disciplina. Le espressioni del diritto appena citate ne sono già un esempio. Ma pensiamo anche a parole come bene e protestare che il diritto attinge dal vocabolario comune dotandole di accezioni del tutto particolari. Oppure viceversa: le parole possono compiere il percorso inverso e diventare, da parole tecniche, parole comuni, come è avvenuto ad esempio con influenza e collera. Il passaggio da un ambito all’altro fa parte del dinamismo della lingua, dal mutamento delle nozioni di riferimento e dall’uso della metafora, che è fortissimo in molti campi e specie nelle scienze, della fisica, della geometria, i cui lessici di base sono composti da parole di tutti i giorni ma con ben altri significati: forza, massa, campo, fuoco. E altrettanto, forse ancor di più, vale per il diritto, in cui qualsiasi parola può essere dotata di accezioni tecniche: «Tra i linguaggi specialistici il linguaggio giuridico è forse quello che più si “sporca” con la lingua comune», osserva efficacemente Riccardo Gualdo in apertura di capitolo.

Come si inserisce nel processo comunicativo il discorso specialistico?
Il discorso specialistico ha assunto dal secondo Novecento in avanti un’importanza sempre maggiore, ed è stato osservato che ha ormai acquisito lo status di varietà di prestigio: è un riconoscimento sociale e culturale di grande rilievo perché tradizionalmente questo ruolo è stato saldamente detenuto dal sapere umanistico e classico, d’impronta greca e latina (che tuttavia, bisognerà ricordarlo, continua ad essere una componente fondamentale e ineliminabile di tutta la terminologia specialistica). Negli ultimi decenni, in particolare, un ruolo sempre più importante nella comunicazione, anche in relazione al discorso specialistico, è stato svolto dal pubblico/lettore, che con la vertiginosa ascesa dei mass media è stato coinvolto nel circuito dell’informazione quotidiana non solo come fruitore, nella fase di ricezione del sapere, ma soprattutto come co-protagonista della fase di produzione, contribuendo a suggerire i modi della comunicazione e a evidenziare i temi principali di molti argomenti di interesse pubblico. Una comunicazione di questo tipo ha assunto una portata davvero molto ampia, estendendosi verso i territori della divulgazione e della didattica, che ne hanno risentito profondamente.

Come si è evoluto il linguaggio della medicina?
La convivenza, nel lessico medico attuale, di termini di circolazione medievale (alopecia, collirio) accanto a voci di conio recente (karoshi e tomoterapia) e la pari dignità scientifica tra gli uni e gli altri, accanto a voci, sia pure rare, d’origine araba (come nuca e sciroppo) e oppure greche e latine giunte a noi tramite il francese in epoca moderna (cirrosi, difterite), lasciano facilmente comprendere che quello medico è uno dei linguaggi specialistici di formazione più antica.

Nel corso del Novecento, però, i tradizionali modelli umanistici fondati sul latino e sul greco, che rimangono comunque risorse imprescindibili, sono stati affiancati dalla cultura di stampo anglosassone in lingua inglese; lingua che si è notoriamente diffusa in epoca recente come lingua della comunicazione scientifica internazionale. Questa situazione lascia immaginare cambiamenti importanti nel prossimo futuro e, in particolare, per la medicina, come ha osservato Luca Serianni, il rischio di una «crescente divaricazione» tra «un linguaggio semplificato, accessibile a chi non è medico o non lo è ancora (lo studente)» e «un linguaggio iperspecialistico, che rischia di essere criptico per gli stessi medici con alta specializzazione».

In che modo si caratterizza il linguaggio del diritto?
Diciamo subito che il diritto ha con la lingua un rapporto speciale. Questo perché, come molti esperti giuristi dicono, il diritto non è fatto di lingua, ma è lingua, perché l’atto giuridico riposa interamente nella sua espressione linguistica: sia per il fatto stesso che questa esista (diversamente, non esisterebbe neanche un certo reato o un certo diritto), sia per il fatto che esista in quella specifica formulazione (una formulazione diversa genererebbe interpretazioni, applicazioni ed esiti diversi). Non a caso, “Il diritto è lingua” è il titolo del primo paragrafo di un bel volumetto dedicato all’italiano del diritto scritto da Sergio Lubello appena pubblicato per Carocci (febbraio 2021). Più nel dettaglio, la lingua giuridica conserva alcune caratteristiche dell’italiano letterario tradizionale, come ad esempio una forte ipotassi, con periodi molto lunghi composti da incisi e frasi subordinate spesso poste prima della frase reggente, e l’anteposizione di aggettivi rispetto al sostantivo (debite rimostranze, parziale ricusazione), e, possiamo aggiungere, un uso abbondante del participio passato e presente. Con quest’ultimo si sconfina peraltro nel lessico, dato che spesso se ne fa un uso sostantivato: si pensi a l’acquirente, l’inadempiente, o all’espressione dante causa. Ma parlando di lessico, la caratteristica maggiore risiede nella presenza del latino (de iure, omissis, ad personam, an debeatur) e di parole colte di origine latina o greca (enfiteusi, rogatoria, contumacia).

Stefano Telve insegna Linguistica italiana presso l’Università degli studi della Tuscia (Viterbo). Si occupa principalmente di sintassi e linguistica testuale dell’italiano in diacronia, grammaticografia del Cinquecento e del Settecento, parlato trascritto, linguaggi specialistici e di italiano lingua per musica.

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