“Introduzione ai linguaggi specialistici” di Riccardo Gualdo

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Prof. Riccardo Gualdo, Lei è autore del libro Introduzione ai linguaggi specialistici, edito da Carocci: innanzitutto, che cos’è un linguaggio specialistico e cosa lo distingue dalla lingua comune? 
Introduzione ai linguaggi specialistici, Riccardo GualdoUn linguaggio specialistico è una varietà della lingua comune, che non ha una grammatica e una sintassi diverse da quelle della lingua di tutti i giorni, ma si distingue perché nasce per rispondere alle esigenze di un gruppo di specialisti di un dato settore; ha dunque una propria terminologia specifica e usa alcuni elementi della lingua in modo più regolare e intensivo. Per capire meglio, la terminologia è più rigida e generalmente a ogni parola corrisponde un solo concetto; si usano con più frequenza alcune tecniche di formazione delle parole – pensiamo ai quanto sia ricca di prefissi di origine greca (cardio-, pneumo– ecc.) la lingua medica, oppure all’uso intensivo di suffissi come -tario -torio (affidatario, risarcitorio) e simili nel linguaggio giuridico; e quanto alla sintassi, alla preferenza dei linguaggi specialistici per frasi nominali, cioè con ellissi del verbo, possibili anche nella lingua comune, ma più rare.

Quali sono le ragioni storiche e funzionali di questa distinzione?
I linguaggi specialistici ci sono sempre stati da quando si sono formate le comunità associate più antiche: la casta sacerdotale o quella contabile e amministrativa avevano i loro linguaggi, spesso misteriosi per la gente comune. La funzione prevalente, tuttavia, non è tanto quella di non farsi capire dagli altri, ma quella di capirsi meglio tra specialisti. Pensiamo agli artigiani di una bottega d’arte nel Rinascimento: dovevano sapere con precisione i nomi degli strumenti e delle tecniche per comunicare tra loro. Col tempo, e con il formarsi delle accademie e lo specializzarsi delle professioni, terminologie e usi linguistici si consolidano e si specializzano sempre di più. Oggi chi si occupa di immunologia o di oncologia studia cose molto diverse, pur condividendo un fondo di conoscenze mediche comuni; e lo stesso succede tra chi studia psicolinguistica e filologia romanza, anche se in entrambi i casi l’oggetto è lo studio della lingua.

Quali modi assume la variazione della comunicazione specialistica in italiano?
Dal punto di vista disciplinare, metaforicamente in senso orizzontale, la variazione è notevolissima, per grandi aree disciplinari e, all’interno di ciascuna area, per singole branche e discipline anche molto specializzate. Ci sono però almeno altri due assi di variazione: la variazione verticale, che distingue la comunicazione tra specialisti su argomenti tecnici da quella tra gli esperti e i profani, anch’essa variabile nello spettro che va dalla didattica alla divulgazione e al rapporto professionale: se un idraulico o una ecografista mi spiegano gli aspetti tecnici dei loro rispettivi interventi, molte cose mi saranno poco chiare. C’è poi la variazione degli strumenti e dei canali della comunicazione: la lingua scritta di una rivista di musicologia è ben diversa da quella orale di una lezione sull’opera lirica tenuta – per esempio – da Cecilia Gasdia; e per scrivere un testo destinato a un canale social gli esperti sceglieranno forme di comunicazione ancora diverse. Gli strumenti condizionano molto lo stile e le forme dei testi specialistici, scritti, orali o trasmessi che siano. In questi giorni sto lavorando a un volume sull’uso delle immagini nella comunicazione specialistica, oggi sempre più importante nella didattica, nella divulgazione, ma anche nella ricerca. La scelta di immagini che dialoghino bene – cioè in modo corretto ed efficiente – con i testi verbali è essenziale per una comunicazione specialistica più ricca ed efficace.

Come si sviluppa il dibattito intorno all’unificazione dei linguaggi del sapere?
La ricerca di una lingua unificata e ordinata per le scienze è molto antica: vi aspirano già le opere di Aristotele e il cosiddetto corpus Hippocraticum di medicina nel IV secolo prima di Cristo. Ma la spinta all’unificazione è sempre forte nelle fasi di avanzamento delle conoscenze: nel Seicento e ancor più nel Settecento; a fine Ottocento nell’età del positivismo e poi ancora con il neopositivismo degli anni Trenta del Novecento. In termini molto semplici, si cerca da un lato una lingua unica (il latino, poi il francese, oggi l’inglese) per comunicare il sapere; oppure si tenta di creare un linguaggio artificiale, un codice simbolico sganciato da qualsiasi rapporto con le lingue naturali; una metalingua, come la chiamò il grande matematico tedesco David Hilbert all’inizio del secolo scorso. E poi si punta a unificare, standardizzare, le terminologie, stilando glossari internazionali a cui devono attenersi gli esperti delle diverse discipline. Ma se alcune scienze hanno in parte raggiunto questi obiettivi, ricorrendo a una simbologia molto formalizzata e a una lingua veicolare comune, che oggi è l’inglese semplificato, i problemi di comunicazione non sono affatto risolti, e forse non potranno mai esserlo del tutto. E resta il fatto che nelle fasi di apprendimento e di divulgazione delle discipline le lingue naturali sono uno strumento ancora irrinunciabile. Dato che le parole orientano la costruzione del pensiero, senza una buona padronanza linguistica della lingua non è possibile costruire un solido sapere specialistico.

Quali problemi pone la traduzione specialistica?
La traduzione specialistica è proprio una risposta alla variazione dei linguaggi specialistici e alla “biodiversità” delle lingue naturali, oggi accentuata dai fenomeni sociali della globalizzazione, grazie alla quale molto più che in passato le persone si spostano da un luogo all’altro, portando con sé le loro lingue. Nonostante le spinte all’unificazione la traduzione specialistica è una disciplina di grande importanza nella società contemporanea: tra l’altro è un ambito che garantisce ai giovani più sbocchi professionali della traduzione letteraria, arte nobilissima, ma quantitativamente più marginale. Pensiamo alla traduzione di manuali di istruzione, di terminologia industriale, ma anche al doppiaggio di documentari scientifici, che richiede un’adeguata conoscenza sia dei diversi linguaggi specialistici sia della variazione linguistica nella lingua d’arrivo: quest’ultima competenza è spesso sottovalutata perché si ritiene, sbagliando, che basti conoscere bene la lingua di partenza per tradurre in modo preciso ed efficace.

Come si forma il vocabolario specialistico?
Il vocabolario specialistico si forma perlopiù attraverso tre procedimenti: la rideterminazione del significato di parole comuni, il travaso di terminologia da altri linguaggi specialistici, la neologia. Comincio con la rideterminazione: una parola apparentemente semplice come angolo ha in geometria un significato ben preciso e molto diverso da quello che si intende nella lingua di tutti i giorni; ma lo stesso succede in altri settori: la corda di un violino non indica lo stesso oggetto della corda in una palestra ed è cosa ben diversa dalle corde vocali… Tra l’altro la rideterminazione può avvenire anche con un cambio di categoria grammaticale: Dante è il primo a usare in italiano vocale e consonante come sostantivi, mentre prima erano solo aggettivi. Il travaso da un linguaggio specialistico a un altro è un procedimento di tipo metaforico: diciamo che il nostro computer è infettato da un virus usando figuratamente termini biomedici; la genetica parla di codice e di RNA messaggero prendendo queste parole dalla linguistica. La neologia è la creazione di parole nuove: avviene servendosi di elementi già esistenti nella lingua, con vari meccanismi formativi, per esempio l’aggiunta di prefissi e suffissi; oppure prendendo parole, forme e significati da altre lingue: oggi la fonte è soprattutto l’inglese angloamericano, in passato ha dominato a lungo il francese. I prestiti da altre lingue possono mantenere la forma e in parte la pronuncia originale (download in informatica, outsourcing in economia, screening in medicina), oppure adattarsi in modo più o meno forte alla morfologia italiana; per restare nei tre settori che ho appena citato resettare in informatica, shortare in economia, shuntare in medicina. Spesso parole già esistenti in italiano modificano il loro significato sul modello di parole straniere; si parla in questo caso di calchi semantici: oggi sentiamo spesso l’espressione evidenze scientifiche, ma evidenze non significa altro che “prove”, per calco sull’inglese evidence. Èuna forma di influsso più nascosto, impercettibile anche per gli esperti, che anzi sono i maggiori diffusori di calchi.

Riccardo Gualdo è ordinario di Linguistica italiana all’Università degli Studi della Tuscia. È socio dell’Accademia dell’Arcadia e dell’Accademia della Crusca. È stato presidente dell’Associazione italiana per la terminologia. Ha collaborato al Vocabolario della lingua italiana Treccani e all’edizione Mondadori dei poeti della Scuola siciliana. Studia la lingua scientifica italiana antica e dell’età contemporanea e ha pubblicato molti studi sull’influsso dell’inglese sull’italiano e sulla lingua contemporanea, della politica, del diritto, del giornalismo e della pubblicità.

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