“La lingua infetta. L’italiano della pandemia” di Daniela Pietrini

Prof.ssa Daniela Pietrini, Lei è autrice del libro La lingua infetta. L’italiano della pandemia edito da Treccani: in che modo la Covid-19 ha modificato il nostro linguaggio?
La lingua infetta. L'italiano della pandemia, Daniela PietriniLa pandemia da Covid-19 è un evento devastante dalla portata inaudita che ha coinvolto, e per molti versi anche travolto, il nostro sistema sanitario, le nostre strutture economiche, ma anche le abitudini e i comportamenti del nostro vivere quotidiano. È quindi inevitabile che un evento di tale portata abbia delle ripercussioni linguistiche che si traducono prima di tutto nella creazione di un’ondata multiforme di neologismi, volti a denominare e comunicare fatti e comportamenti nuovi. La creazione di neologismi non è di per sé una specificità della pandemia, ma un fenomeno che accompagna ogni trasformazione del costume, della tecnica, della società, anzi la capacità di adattare il proprio lessico ai mutamenti sociali, al progresso tecnico-scientifico, all’emergere di comportamenti e realtà attraverso la creazione di neologismi è una delle caratteristiche più affascinanti di ogni lingua viva, non certo esclusiva dell’italiano. Ciò che è particolare nel contesto di Covid-19 è il succedersi tumultuoso di così tanti neologismi nel breve periodo, parole nuove che si accavallano con un ritmo quasi frenetico che va di pari passo con il rapido dilagare del coronavirus stesso, e che in parte può essere considerato la spia linguistica del senso di smarrimento della società di fronte alla pandemia. È invece ancora troppo presto per dire quante e quali di queste parole nuove diventeranno una componente stabile del nostro lessico e quali invece cadranno nel dimenticatoio quando la pandemia sarà finalmente superata. Inoltre la prospettiva meramente lessicale dei tanti neologismi legati a Covid-19 non è l’unico risvolto linguistico della pandemia. Un aspetto a cui finora è stato dato meno risalto riguarda la misura in cui la pandemia possa aver modificato le nostre abitudini comunicative. Mi riferisco in particolare alle formule di apertura di una conversazione a distanza: se l’avvento del telefonino aveva determinato uno slittamento dal “Pronto, chi parla?” della chiamata nell’era del telefono fisso al “Ciao, dove sei?” della conversazione con il cellulare, la familiarità che in tempi di Covid abbiamo dovuto acquisire con i sistemi di videochiamata e di videoconferenza ha portato a nuove forme di apertura della comunicazione a distanza come “Ciao, mi senti?” o “ti vedo, ma non ti sento” e simili. Anche nel campo dei saluti si sono sviluppate nuove prassi comunicative, che riguardano però non tanto il linguaggio verbale, quanto quello gestuale, come il saluto “gomito a gomito” e, ancora più recentemente, quello con la mano destra sul cuore, entrati in uso per evitare il contatto fisico di baci e abbracci e delle strette di mano pre-Covid.

Quali neologismi sono stati coniati?
Non ha tanto senso stilare un elenco dei neologismi legati a Covid-19, ne vengono coniati quotidianamente di nuovi, come “variante covid” tanto per fare un esempio recente. Proprio “covid”, l’acronimo che costituisce il nome della malattia, è passato rapidamente da nome tecnico dell’infezione specifica a elemento lessicale alla base di neologismi di ogni tipo, formati sia per derivazione (come “ante-covid” coniato aggiungendo a “covid” un prefisso) che per composizione (come “paziente covid”), eventualmente anche accostato a un elemento di provenienza esterna (come nel caso di “covid-free”). La lista di neologismi di questo tipo è infinita, soprattutto nell’italiano, mentre per esempio in tedesco la maggioranza dei neologismi legati alla pandemia è stata creata sulla base non di “covid” ma di“corona” (per cui per esempio quello che in italiano si chiama “paziente covid” in tedesco è il “Coronapatient”). È inoltre importante sottolineare che quando si pensa a un neologismo si pensa di solito solo alla forma lessicale nuova, alla parola “mai sentita”, ma a volte la forma è per così dire vecchia, a essere nuovo è il suo significato (la linguistica parla in questo caso di neologismi semantici). Basti pensare all’esempio di “tampone” e di “tamponare”: il termine “tampone” non è una parola nuova, ma nell’italiano comune pre-covid aveva il significato del batuffolo di cotone o di garza utilizzato per fermare un’emorragia o, più in generale, del mezzo di fortuna con cui chiudere un’apertura, usato eventualmente in senso figurato per indicare il mezzo con cui porre momentaneamente rimedio a una situazione difficile. Con la pandemia si è diffuso nell’uso comune il significato prettamente specialistico di “tampone” nel senso di batuffolo sterile utilizzato per prelievi diagnostici, portando con sé anche un ampliamento semantico del verbo “tamponare”, che mel contesto attuale della pandemia non significa otturare una ferita con un tampone o rimediare alla buona a una situazione incresciosa, e nemmeno urtare un veicolo con l’auto, ma “effettuare il tampone covid”.

In che modo termini medici e specialistici sono entrati nel linguaggio comune?
Dobbiamo prima di tutto distinguere tra i termini di origine specialistica che con la diffusione della pandemia sono entrati nell’italiano comune e quelli che sono filtrati solo nel linguaggio giornalistico. Proprio “tampone” nel senso di “tampone diagnostico” è un esempio di termine specialistico (almeno dal punto di vista di uno dei suoi significati) entrato nell’italiano comune. Lo stesso “coronavirus” non è affatto un neologismo, ma un termine specialistico della biologia e della medicina che come tale esisteva già in italiano, repertoriato nei dizionari specialistici già dal 1975 e persino già presente sporadicamente in testi giornalistici di divulgazione scientifica. Ma forse l’esempio più indicativo è “asintomatico”, termine tecnico per indicare chi sia stato infettato ma non presenti sintomi di una malattia, termine pre-esistente a Covid-19 ma diffusosi soprattutto durante la pandemia anche nell’italiano comune proprio per il rischio particolare rappresentato dalle persone che, non presentando alcun sintomo, non si sono rese conto di aver contratto il virus e hanno quindi contribuito a diffondere il contagio. Un altro esempio sono i verbi “intubare” e “estubare” che ormai sono di dominio pubblico ma che prima della pandemia appartenevano al gergo ospedaliero e difficilmente filtravano nella stampa o nel discorso comune della comunicazione quotidiana. Ci sono poi termini del discorso specialistico che vengono ripresi e riadattati dal linguaggio dei giornali, non senza alcuni fraintendimenti e travisamenti. Un esempio è “plasma iperimmune”, termine che indica il plasma particolarmente ricco di anticorpi ricavato da soggetti che hanno già superato la malattia infettiva. Il potenziale espressivo del prefisso di intensificazione “iper-“ ha proiettato il termine al centro dell’attenzione della stampa, la quale però, nel tentativo di mediare tra il discorso specialistico e quello comune, è arrivata talvolta a snaturarlo in espressioni quali “super plasma” e simili, che non conservano più traccia dell’originario valore tecnico-scientifico.

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Come hanno reagito alla pandemia altre lingue come ad esempio francese e tedesco?
Così come il virus non si ferma di fronte ai confini nazionali, anche il suo lessico non può che essere globale. Le diverse lingue si ritrovano tutte di fronte alla necessità di denominare concetti e provvedimenti analoghi e spesso le singole denominazioni rimbalzano da un paese all’altro e da una lingua all’altra influenzandosi a vicenda. Emblematiche da questo punto di vista sono le vicende del termine “lockdown”. L’Italia è stato il primo paese dopo la Cina a chiudere la maggioranza delle attività produttive e ridurre al minimo i contatti sociali per cercare di bloccare il contagio. Per denominare l’insieme di misure adottate si è ricorso inizialmente a diverse espressioni dell’italiano, tutte solo parzialmente adatte a denominare un provvedimento senza precedenti nella storia del nostro paese, come “coprifuoco” (che però è connotato in senso militare e si riferisce comunque soltanto alle ore serali), “serrata” (che però evoca le lotte sindacali), “clausura” (di sapore monastico) ecc. Quando poi i paesi di lingua inglese hanno adottato misure di contenimento analoghe a quelle prese dall’Italia, il termine anglo-americano “lockdown” si è diffuso anche da noi, dapprima accompagnato da commenti e glosse, poi in maniera autonoma. Parallelamente il francese ha scelto la via della creazione autoctona proponendo il termine “confinement”, riprodotto spesso persino nella formula “confinement à l’italienne” (cioè confinamento all’italiana), e anche quest’ultimo termine si è diffuso in italiano come calco traduzione “confinamento”. Anche durante la cosiddetta “fase due” ogni paese ha scelto percorsi lessicali autonomi: l’italiano è ricorso alla locuzione di stampo giornalistico “fase due”, il tedesco ha preferito un termine del linguaggio comune come “Lockerungen” (cioè “alleggerimenti, allentamenti”, riferito alle misure restrittive adottate in precedenza), il francese ha applicato al termine “confinement” un prefisso reversativo “dé-“ creando il termine “déconfinement” (cioè deconfinamento) per indicare la fine del confinamento. Molti paesi però hanno fatto ricorso alla stessa parola chiave “normalità” e soprattutto alla formula “nuova normalità” (declinata nelle diverse lingue) per denominare il periodo di convivenza con il virus.

In che modo il “lessico del contagio” evidenzia i flussi comunicativi tra discorso giornalistico, istituzionale, scientifico, pubblicitario e dei social network instauratisi durante l’emergenza sanitaria?
La società contemporanea della comunicazione è costitutivamente interdiscorsiva, caratterizzata cioè da un continuo incrociarsi dei livelli discorsivi, dal discorso politico a quello mediatico fino al discorso comune e viceversa. Un esempio può essere la formula “Io resto a casa”, che nasce nel discorso politico dell’ex-presidente del Consiglio Giuseppe Conte, viene rilanciata dai giornali assumendo il valore di un vero e proprio slogan, viene diversamente rimodulata nei titoli a stampa e filtra nel discorso degli utenti comuni sotto forma di hashtag #iorestoacasa, è riproposta nei social network, sugli striscioni appesi ai balconi o addirittura stampata sulle magliette, per poi subire diverse trasformazioni (#ioleggodacasa, #iocucinoacasa ecc.), e arrivare fino al discorso pubblicitario, ripresa in innumerevoli parafrasi e variazioni dagli spot andati in onda durante la prima fase della pandemia. Parallelamente la formula viene tradotta in altre lingue, e così la ritroviamo anche in tedesco (#WirBleibenZuHause) o in francese (#JeResteChezMoi).

Quale eredità è destinata a Suo avviso a lasciare sul linguaggio l’emergenza sanitaria?
È difficile fare previsioni non solo sull’andamento della pandemia, ma anche sui suoi risvolti linguistici. Sicuramente alcune parole lasceranno traccia nel nostro lessico, non fosse altro che come testimonianze di una fase che ha segnato profondamente la nostra realtà. Probabilmente i termini del lessico specialistico filtrati nell’uso comune ci resteranno, per cui è probabile che si userà per esempio “asintomatico” anche in futuro in relazione ad altre malattie. Quanto agli altri termini, tutto dipende anche dalla durata della pandemia stessa, dal mondo che verrà dopo e da quanto il nostro futuro sarà segnato da altri eventi pandemici (cosa che nessuno di noi si augura). È inoltre possibile immaginare il riuso giornalistico di fraseologismi che abbiano la propria origine nel lessico di Covid-19, per esempio ho letto recentemente l’espressione “il docente zero” per indicare il primo docente colpito da un determinato provvedimento, espressione evidentemente ricalcata su “paziente zero”. Infine si osserva già adesso una certa pervasività del virus nel discorso mediatico anche in contesti non immediatamente legati alla pandemia. Mi riferisco in particolare al ricorso alla metafora del virus in espressioni del tipo “il virus dell’egoismo” ecc.

Daniela Pietrini è professoressa ordinaria di Linguistica italiana e francese presso l’Università di Halle-Wittenberg (Germania)

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