“Dante poeta-giudice del mondo terreno” di Roberto Antonelli

Prof. Roberto Antonelli, Lei è autore del libro Dante poeta-giudice del mondo terreno edito da Viella: un titolo molto impegnativo, poiché sembra alludere a un famoso saggio del grande critico Erich Auerbach. È così?
Dante poeta-giudice del mondo terreno, Roberto AntonelliSì, è un’allusione ovviamente consapevole, poiché intendevo con ciò sottolineare due intenzioni: da una parte riprendere un discorso fondamentale, a mio parere negli ultimi decenni poco meditato, quello di Auerbach, ovvero quello di un’interpretazione complessiva della Commedia, dall’altra sottrarre l’interpretazione del poema a interpretazioni esclusivamente metafisiche, che ovviamente sono ben presenti, ma non costituiscono l’asse fondamentale dello scopo perseguito da Dante. È infatti evidente sul piano letterale l’impegno di Dante a narrare un viaggio nell’Aldilà fino alle ultime possibili visioni celestiali e fino a Dio, fornendo tutte le possibili evidenze filosofiche e teologiche. È però altrettanto evidente – poiché lo dice lo stesso Dante – che tutto ciò è rivolto a ciò che egli potrò fare al suo ritorno dal viaggio ultraterreno, al suo ritorno sulla terra, e dunque è rivolto infine al mondo terreno, alle sue problematiche, ai suoi scontri e alla restaurazione della propria fama e del proprio punto di vista, politico, intellettuale e religioso.

Perché si può considerare la Commedia un gigantesco teatro della memoria e del mondo?
Perché lo stesso Dante ci dice in un passo del Paradiso che egli segue le regole dell’Ars memoriae, dell’arte della memoria ovvero della quarta parte della retorica, che insegnava agli oratori e agli scrittori a ricordare e a organizzare la propria materia narrativa in modo che potesse colpire nel modo più forte la mente e l’immaginazione del lettore. A volerla fare un po’ lunga ma chiara, queste regole per quanto riguardava la memoria delle cose sono: 1) la regola della concretezza: anche nei luoghi più filosofici, teologici o scientifici occorre rendere concrete le immagini e i pensieri; 2) la regola della visualizzazione, ovvero il senso conduttore con cui rappresentare ciò che si vuole comunicare è la vista; 3) La regola della configurazione topica: tutto il palcoscenico della Divina Commedia forma un paesaggio immaginato con strutture topologiche ben determinate: […] l’Inferno con i suoi nove cerchi; il Purgatorio, con le nove cornici; il Paradiso, con le sue nove sfere celesti; 4) la regola della localizzazione: le anime dannate, penitenti o salvate nei tre regni dell’aldilà si trovano tutte “collocate” in determinati luoghi assegnati loro dal […] giudizio divino; infine, 5) la regola dell’itinerario mnemonico: per ricordare occorreva collocare i personaggi secondo un itinerario preciso: e infatti la Divina Commedia … è un viaggio, durante il quale il pellegrino viene in contatto con tutta una serie di personaggi famosi che rappresentano vizi e virtù in quanto personaggi reali, non astrazioni. Il lettore ricorderà in luoghi, in successione logica o “naturale” e vi collocherà le cose da ricordare.

E si tenga presente che queste regole sono ancora seguite a teatro e in tutte le arti in cui è necessario ricordare bene un testo (come a teatro), o organizzare un discorso perché si imprima nella mente degli ascoltatori.

Quale funzione svolgono le fitte relazioni intertestuali che costellano il poema dantesco?
Un’altra regola dell’ars memoriae riguarda la possibilità di ricordare le singole parole del discorso (è la memoria verborum): trasferita dall’arte oratoria a quella letteraria, con questa tecnica si potevano porre in relazione episodi, sentimenti, emozioni, affermazioni anche molto lontane fra loro. La ripetizione delle stesse rime, e serie di rime, come fa Dante, a volte allo stesso verso di canti diversi, consente all’autore di “ispessire” il discorso poetico e porre al lettore la sfida a ricostruire tutte le articolazioni del discorso e a collegare fatti ed eventi del testo che giacciono nella sua memoria ma che altrimenti non porrebbe in relazione. Il testo si arricchisce così di significati secondi che catturano, anche inconsapevolmente, l’attenzione e il desiderio di ricercare e capire dei lettori.

Quale rilevanza assumono, nel capolavoro dantesco, i giudizi sui comportamenti e le emozioni degli esseri umani?
Sono tutte tappe di una progressiva acquisizione di coscienza delle proprie colpe da parte del personaggio-Dante (che dobbiamo imparare a distinguere dall’Autore-Dante), ovvero di colui che è stato scelto per vedere nell’Aldilà -nella finzione narrativa- le conseguenze negative o positive delle azioni di tutta l’umanità, dalle origini al proprio tempo, per poi narrarle. Alla fine del viaggio il personaggio diverrà Autore al suo ritorno sulla terra: ovvero al termine della “visione” e del poema (ma Dante non chiarisce mai se si sia trattato di une vero viaggio fino al cielo, di un sogno o di una visione, per aumentare il tasso di credibilità del poema). Quei giudizi debbono servire alla penitenza e all’autopurgazione prima di tutto del personaggio Dante e attraverso di lui di tutta l’umanità, posta di fronte alla rappresentazione delle conseguenze del Bene e del Male.

Come sono rappresentate nel poema la giustizia divina e quella umana?
Attraverso le pene e i premi che Dante vede rappresentati nel suo viaggio ultraterreno, Dante vede in anticipo su ogni essere umano il giudizio dato da Dio alle azioni sulla terra di ogni essere umano. Naturalmente è un giudizio di Dio così come immaginato e voluto da Dante, anche al di là dei criteri del suo tempo, sia sul piano religioso che giurisprudenziale (pensiamo solo ai papi condannati all’Inferno!). Si crea così spesso una contrapposizione o un conflitto fra l’animo e i sentimenti di Dante come personaggio che viaggia nell’Aldilà per purgarsi dei propri peccati e ciò che Dante come autore fa incontrare al viaggiatore nell’Aldilà; si pensi al caso di Francesca da Rimini, condannata dal giudizio divino, ma vista con affetto e pietà da Dante personaggio e viaggiatore. È uno dei procedimenti attraverso cui Dante drammatizza la narrazione, come del resto prevedeva la quinta parte della retorica, l’actio, l’azione.

Quale ruolo è chiamato a svolgere il lettore della Commedia?
Il lettore diviene così il terzo protagonista del poema, poiché ogni personaggio incontrato e la sua pena o il suo premio divengono un problema con cui confrontarsi. È giusto il giudizio divino rappresentato nel poema? E se no perché? Sono possibili altre soluzioni? E oggi le pene e i premi rappresentati nel poema sono ancora attuali? E se il giudizio di Dio fissato nella Commedia è giusto, cosa dovrebbe fare il lettore, cosa dovrei fare io, per migliorare?

Il poema diviene così strutturalmente un’opera di carattere interattivo, poiché chiama continuamente anche il lettore a giudicare, a pensare. E dante infatti spesso, in punti particolarmente importanti, si rivolge direttamente al lettore per metterlo in guardia, esortarlo, chiamarlo a partecipare.

Roberto Antonelli è professore emerito di Filologia romanza dell’Università “Sapienza” di Roma, Vicepresidente (Presidente per la Classe di scienze morali) dell’Accademia dei Lincei, Socio straniero dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres dell’Institut de France e Direttore della rivista «Studj romanzi». Ha pubblicato la prima edizione critica con commento (1979 e 2008) del primo grande poeta italiano, Giacomo da Lentini. Ha pubblicato, fra libri e saggi, più di 200 lavori, comprese, in collaborazione con Maria Serena Sapegno, due storie della letteratura italiana (L’europa degli scrittori, 2008, in 7 voll. e Il senso e le forme, 2011, in 5 voll.).

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