“L’utopia in movimento. Herbert Marcuse e le lotte sociali (1964-1979)” di Ruggero D’Alessandro

L'utopia in movimento. Herbert Marcuse e le lotte sociali (1964-1979), Ruggero D'AlessandroDott. Ruggero D’Alessandro, Lei è autore del libro L’utopia in movimento. Herbert Marcuse e le lotte sociali (1964-1979), edito da Castelvecchi. Il filosofo tedesco è stato definito un “cattivo maestro”: che rapporti intercorsero tra Marcuse, la sua filosofia e i movimenti studenteschi degli anni Sessanta-Settanta?
Anzitutto rifiuto il concetto stesso di “cattivo maestro”: da un lato mi fa pensare ai topi che seguono stoltamente il pifferaio di Hamelin nell’omologa fiaba dei fratelli Grimm. La cultura dev’essere ben altro: critica, formazione, apertura mentale.

D’altro canto, si ha un’immagine spesso strumentale di alcuni intellettuali, tanto nelle dittature quanto nelle democrazie liberal-capitaliste.

Nel caso di Herbert Marcuse e della “Scuola di Francoforte” siamo di fronte a un gruppo fra i più originali intellettuali critici dell’intero Novecento. Una critica che si articola e si rivolge tanto al modello capitalista occidentale quanto al socialismo reale.

Marcuse studia, fa ricerca, insegna in relativo isolamento fino alla svolta della metà anni Sessanta. Ad accompagnarlo nel suo lavoro teorico e pedagogico fra Germania e Stati Uniti per sessant’anni è la stella polare rappresentata dalla lotta per la giustizia sociale e l’eguaglianza nella diversità, contro l’oppressione e lo sfruttamento.

Del resto, inizia ben presto trovandosi vicino alla Lega di Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht nella Berlino 1918/19, ex capitale imperiale, ora rivoluzionaria e votata al massacro. Un Marcuse ancora ventunenne assiste agli omicidi dei capi della sinistra comunista per mano dei protofascisti Frei Korps, protetti dalla socialdemocrazia al potere – la triade Scheidemann, Ebert, Noske. Il tradimento da parte dei presunti eredi di Engels e Kautsky non dovrebbe essere dimenticato; si pensi al monumento progettato da Ludwig Mies Van Der Rohe, geniale architetto dell’area Bauhaus. Poi raso al suolo dai nazisti appena giunti al potere.

Il francofortese, per ricordare un’altra tappa più teorica, sviluppa una critica assai articolata al sistema di potere sovietico dell’epoca di Krushev; si tratta di Soviet Marxism, lucido lavoro di ricerca apparso nel 1958. Anche sulla scorta del magistero svolto al prestigioso Russian Institute della Columbia University (New York).

Al momento in cui appare l’opera forse più nota, L’uomo a una dimensione (1964) cresce la fama. Quello che in pochi anni diventa un vero e proprio successo in libreria e sui mass media, a mio parere, è dovuto sostanzialmente all’intreccio fra le prime manifestazioni della protesta studentesca e gli scritti del francofortese. Ovviamente, penso proprio al ’64 quando coincidono l’arrivo dell’opera marcusiana fra gli scaffali delle librerie e lo scoppio della rivolta all’Università di Berkeley (settembre ’64/gennaio ’65.) Non si deve pensare che il libro sull’umanità unidimensionale cominci a girare in migliaia di copie ; come accade invece al Libretto rosso di Mao Tse Dong. Piuttosto, man mano che va affermandosi quella che verrà definita “cultura del ‘68” si crea un legame con l’ormai anziano pensatore. Nel senso che le migliaia di suoi lettori trovano sinergie intellettuali fra la loro prassi e la teoria marcusiana. In seguito, alcuni vanno a ripescare opere precedenti: anzitutto il noto Eros e civiltà, uscito nel 1955.

Occorre distinguere attentamente: da un lato è indubbio che L’uomo a una dimensione venda copie a centinaia di migliaia dal ’64 a oggi. Nel nostro Paese si tratta di 250.000 in sessant’anni; delle quali decine di migliaia proprio fra metà anni Sessanta e fine Settanta. Cioè, nei 14/15 anni in cui dura il sommovimento politico, culturale, sindacale, studentesco compreso fra le prime occupazioni universitarie e liceali, e la repressione istituzionale, fino ai postumi del “caso Moro” e al “caso 7 aprile”. Con il passaggio all’edonismo e il ripiego sul privato negli anni Ottanta Marcuse diviene reperto di un’epoca che appare d’un tratto quasi preistorica.

In che modo il pensiero marcusiano ispirò la ribellione studentesca?
Un documentario/intervista a Marcuse curato da Giovanni Lisi viene trasmesso nella primavera del ’68 dal Primo canale RAI, in non casuale coincidenza con il Maggio francese. Mi sembra una testimonianza quasi perfetta per rispondere alla sua domanda.

Si vede uno scattante settantenne (che allora rappresentava un’età paragonabile agli ottanta/ottantacinque odierni) aggirarsi fra aula, corridoi e giardini della bella sede di La Jolla della University of California (che dispone di numerosi atenei, fra San Francisco, Los Angeles, San Diego, Santa Cruz). Un centinaio di studenti riempiono una grande aula in stile di moderno anfiteatro. A piedi nudi, masticando gomma americana, in jeans, barbe e capelli lunghi, ascoltano il pensatore parlare della dialettica di Hegel con l’inconfondibile accento berlinese.

Nel giardino è attorniato da una decina di giovani, conversa amabilmente, sgranocchia sandwich e si gode uno dei suoi amati sigari. Risponde rilassato alle domande del giornalista RAI; quando costui gli chiede cosa pensi dell’essere accomunato a Marx e Mao su tante scritte murali il pensatore sorride divertito e replica sornione che sono matti quelli che scrivono un simile slogan.

Marcuse pensa che alla prassi segue la teoria; in ogni caso la seconda non deve mai imporsi sulla seconda. In fondo è ciò che accade in quegli anni così appassionati e complessi. È pressoché impossibile stabilire come si muova la freccia che collega pensiero marcusiano e azione studentesca. Penso si tratti di nutrimento reciproco: a volte può esserci un notevole influsso dei citati volumi più famosi. Ma non al punto da potersi affermare, per esempio, che la Sorbona viene occupata per suggestione marcusiana: sarebbe semplicemente ridicolo.

Un verso di White Rabbit dei Jefferson Airplane, straordinario gruppo di musica pop (1965/74), raccomanda «feed your head», «nutri la tua testa». In fondo, amori, rapporti sociali, libri, film, musica, viaggi hanno l’immensa virtù di nutrire la mente, come i cibi fanno con il corpo. In quei dodici/quindici anni anche i testi più noti di Marcuse svolgono questo prezioso compito. Penso però che il discorso non valga per un testo come Ragione e rivoluzione, uno dei lavori di riflessione più belli sul pensiero hegeliano; resta un libro per addetti ai lavori e persone di ampia cultura filosofica.

Quale atteggiamento mantenne il filosofo tedesco nei confronti delle contestazioni di quel tempo?
Precisato che Marcuse non si è mai considerato quella sorta di santino che molti giornali e TV gli appiccicavano addosso, occorre distinguere i periodi. Nel 1967 si reca a Berlino (dove nasce nel 1898) in occasione del grande convegno sulla guerra del Vietnam organizzato dal principale gruppo di attivisti della Nuova Sinistra tedesco occidentale, la SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund, Lega tedesca degli studenti socialisti).

Il suo intervento viene ascoltato e applaudito da due mila persone; lo si vede in un bel documentario dedicato alla Scuola di Francoforte (ARTE TV, 2001). Il filosofo si dichiara vicino a quei giovani, dalle menti coraggiose e aperte, alla loro radicalità che si oppone al corso del mondo – fra violenza e ingiustizia sociale, spreco e miseria morale/materiale. La speranza di un cambiamento lo si trova proprio fra le fila di due soggetti sociali: i giovani occidentali e gli abitanti delle grandi metropoli del Terzo Mondo, fra Africa, Asia e Centro/Sud America.

L’apparire di tali movimenti per l’autore di Eros and Civilisation rappresenta un possibile incarnarsi della speranza, un’utopia possibile nel suo farsi a poco a poco concreta. La simpatia, la gioia, la cauta vicinanza, il non farsi problemi a criticare laddove c’è da criticare sono i sentimenti con cui, mi sembra, Marcuse guardi a quei movimenti.

Direi che ci sono tre fasi nel rapporto quasi ventennale fra lui e i gruppi politici giovanili e radicali – fasi rappresentate da altrettanti volumi.

Il periodo di pessimismo della ragione/ottimismo della volontà (per citare Gramsci) è illustrata da L’uomo a una dimensione e Critica della tolleranza (1965). La coscienza è vigile e occorre un profondo cambiamento; altrettanto quanto la società di tardo industrialismo risulta ben corazzata dal conformismo e da quello che Marcuse chiama «chiusura dell’universo di discorso», citando l’omonimo capitolo dal testo del 1964.

Quindi, sulla scia del piccolo “miracolo” costituito dal “Maggio rosso di Parigi” ecco la pubblicazione di Saggio sulla liberazione (1969) in cui si ritrovano echi profondi della fantasia al potere, della dialettica della liberazione, del Great Refusal, il grande rifiuto espresso dalla parte più cosciente e anticonformista della società occidentale.

Infine, un titolo come Controrivoluzione e rivolta (1973) illustra bene un certo disincanto, con la pace in Vietnam, il tema della crisi economica e petrolifera, la dinamica di Stagflation. Il gigante americano appare ferito e umiliato con la pace di Parigi e l’ignominiosa fuga del 1975 da Saigon. Inizia il riflusso che colpirà l’Italia solo a fine anni Settanta.

Per quali ragioni egli riservò un’aspra critica alla ribellione studentesca?
Faccio fatica a parlare di aspra critica di Marcuse agli studenti degli anni metà ‘60/70. Quantomeno occorre svolgere, a mio parere un paio di precisazioni. Di quella gioventù il filosofo – per esempio negli scritti degli anni Settanta o in occasione della citata intervista – apprezza spontaneità, passione per la vita, anticonformismo, lo schierarsi contro la guerra vietnamita.

Nel caso degli hippies, invece, il filosofo misura spesso la propria distanza da alcune caratteristiche: individualismo, chiusura in torri d’avorio alternative, sfiducia per la politica, disinteresse verso le ideologie, estraneità all’idea di trasformazione sociale.

Le comuni dei “figli dei fiori” non si attirano di certo l’ostilità di un pensatore nato pur sempre nel 1898; però, non è con quei mezzi che, a suo parere, si possono attivare i meccanismi di rivolgimento collettivo di una società così complessa, securitaria, militarizzata, conformista come quella di capitalismo maturo (Late Capitalism).

Questa è anche una risposta a coloro che già mezzo secolo fa scambiavano Marcuse per un babbeo sognatore e illuso.

In ultimo, tengo a sottolineare come qualsiasi deriva di violenza terroristica sia rifiutata nel modo più netto da Herbert Marcuse. Risposta, questa, alla stolta vulgata di chi ancora oggi equipara le idee di 50/60 anni fa alla culla della lotta armata.

Ruggero D’Alessandro (Palermo, 1962) ha conseguito la laurea in Legge e la laurea in Scienze Politiche. Dal 1994 vive in Svizzera, a Lugano, dove lavora come quadro per la pubblica amministrazione (nei dipartimenti di giustizia, economia, socialità, infine cultura). Nel 2002 ha conseguito il dottorato in Sociologia all’Università di Losanna. Tiene regolarmente seminari (finora in dodici università di cinque Paesi europei). Le pubblicazioni comprendono: trenta volumi di saggistica, sei romanzi, due raccolte di poesie, una sessantina di saggi su riviste accademiche e capitoli in volumi collettivi, una decina di articoli sulla stampa. Sei volumi sono tradotti in inglese, francese, tedesco. Collabora alla rivista culturale online “Tortuga”. È appassionato di yoga, palestra, rock, letteratura, cinema, libertà.

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