“Il «flagello delle Indie». L’epidemia colerica del 1836-37 nel Mezzogiorno” di Alberto Tanturri

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Prof. Alberto Tanturri, Lei è autore del libro Il «flagello delle Indie». L’epidemia colerica del 1836-37 nel Mezzogiorno, edito da Morcelliana: in che modo l’epidemia di colera del 1836-37 colpì il Regno delle Due Sicilie?
Il «flagello delle Indie». L'epidemia colerica del 1836-37 nel Mezzogiorno, Alberto TanturriIl Regno delle Due Sicilie, in cui i primi casi della malattia si verificarono nell’agosto 1836, fu in assoluto l’ultimo stato europeo ad essere toccato dalla seconda pandemia colerica, che, partita dal Bengala nel 1828, si diffuse, attraverso percorsi sia marittimi che terrestri, prima in Asia e quindi in Europa, e persino in America. Molti si erano cullati nell’illusione che il clima mite e la salubre aria di questa parte dell’Italia costituissero un solido antemurale contro il contagio. In una parte della pubblicistica medica, anche estera, era diffusa l’opinione che Napoli fosse naturalmente protetta, grazie alla solfatara di Pozzuoli e al Vesuvio, che agendo come sorta di enormi bracieri, erano in grado di dissolvere le impurità e le componenti mefitiche dell’atmosfera. I primi casi si riscontrarono a Trani, città portuale al centro di intensi traffici commerciali, che non per caso fu la “porta d’ingresso” del colera anche nella successiva epidemia del 1910-11. Tuttavia, i medici inviati dal governo per accertarsi della comparsa del morbo, per pavidità imputarono le morti a febbri endemiche provocate dal ristagno di acque malsane. Questo provocò forti ritardi nell’applicazione di misure di limitazione della mobilità: molti individui, verosimilmente già infetti, intuendo il pericolo, lasciarono il centro contagiato, diffondendo inconsapevolmente il morbo nel resto del territorio. A scusante solo parziale del timore degli emissari governativi, va detto che, essendo ben noto che chi annuncia una sventura è quasi altrettanto odioso, agli occhi del popolo, di chi la porta, erano frequenti (e sono documentati in altre realtà coeve) casi di aggressione popolare nei confronti di medici, rei soltanto di aver dichiarato senza reticenze la presenza del morbo. Ad ogni modo, il riconoscimento ufficiale della malattia si ebbe soltanto un mese dopo la comparsa dei primi casi, quando era ormai troppo tardi per prendere provvedimenti efficaci. Si cercò di porre un argine al contagio attraverso strumenti già sperimentati in occasione di altre emergenze sanitarie, come la peste di Noja del 1815-16: le città infette furono circondate da cordoni sanitari presidiati da cittadini armati e la possibilità di spostarsi all’interno del Regno subordinata al possesso di una bolletta sanitaria (una specie di green pass dell’epoca), cioè un documento attestante che da venti giorni il latore godeva buona salute, e non proveniva, né aveva viaggiato, per luoghi toccati dal contagio. Si trattava di provvedimenti che sarebbero stati efficaci se fossero stati tempestivi. In realtà, il ritardo fu esiziale, dato che il 3 ottobre si verificarono i primi casi del morbo a Napoli, città che specie nei suoi quartieri più sporchi e sovraffollati, sarebbe stata il vero epicentro dell’epidemia nel Regno.

Quale fu l’impatto del colera sulla società meridionale e quali le ripercussioni a livello politico?
L’epidemia si diffuse attraverso due successive ondate: la prima andò dall’agosto 1836 al marzo 1837, mentre la seconda (dopo una tregua di soli 36 giorni) dall’aprile al dicembre 1837. A conferma dei costanti fattori ambientali e climatici che influenzano la diffusione di questo morbo, si può notare che la già citata epidemia del 1910-11 ebbe un andamento temporale praticamente identico. Molto diverso fu peraltro l’impatto demografico del colera nella prima e nella seconda ondata. La prima interessò soltanto 7 province del Regno (tutte nella parte continentale), con una mortalità complessiva di 7.567 persone, mentre la seconda coinvolse tutte le province continentali con la sola eccezione della Calabria Ulteriore II e si estese anche alla Sicilia, con una mortalità di 160.241 persone, ripartite nel modo seguente: 90.988 nelle province continentali e 69.253 in Sicilia. Sommando la mortalità delle due ondate, si arriva alla cifra di 167.808 decessi, più o meno equivalente a quella riscontrata finora in tutta Italia per il Covid-19. Va peraltro detto che tale cifra è certamente inferiore alla realtà. Nel comunicare infatti al governo i rispettivi dati di morbilità e mortalità, le autorità comunali e provinciali avevano sempre interesse a sminuire la portata del contagio, nel timore di vedere introdotte a loro danno misure di restrizione della libertà di commercio e di movimento. Senza contare che le cifre potevano essere dolosamente ridimensionate anche dai medici, con lo scopo di ridurre il rapporto fra malati e deceduti, e far dunque apparire in una luce più favorevole il proprio operato. Alla luce di una valutazione complessiva, sia in termini assoluti che in rapporto alla popolazione, il Regno conseguiva un triste primato: nessuno stato italiano chiudeva i conti con il colera con un bilancio così pesante di vittime. Basti dire che il secondo stato più colpito della penisola, cioè il Regno Lombardo – Veneto, con un totale di 55.444 morti, aveva ricevuto un danno demografico pari ad appena un terzo del Regno delle Due Sicilie. Se si considera il rapporto fra il numero dei morti e le rispettive popolazioni, le cose non cambiano: in tutto il Regno (Sicilia inclusa), si ebbe un rapporto di 21,3 morti ogni 1.000 abitanti, ancora di gran lunga il più alto della penisola, seguito a notevole distanza dal Ducato di Parma, con un rapporto di 11,5 su 1.000. Non c’è nulla di strano se tali cifre fossero secretate: il bilancio contraddiceva infatti l’immagine di dinamismo ed efficienza che il governo aveva vantato nei suoi comunicati ufficiali e appannava il prestigio della nazione con gli stati esteri. Solo una lunga e faticosa indagine (estesa tanto agli archivi di Napoli che di alcune città di provincia) ha consentito di ricostruire le proporzioni del danno demografico, finora ignoto per le province del Mezzogiorno continentale.

Per quanto concerne invece la risposta istituzionale che l’esecutivo seppe opporre all’aggressione epidemica, la politica governativa conobbe due stagioni. La prima fase, che durò dalle prime misure preventive del 1831 fino all’ottobre-novembre 1836, fu caratterizzata dall’impiego dei tradizionali strumenti di difesa, cioè quarantene e cordoni sanitari, che si rivelarono insufficienti a fronteggiare il colera, vuoi per la scarsa tempestività della loro istituzione, vuoi anche perché, specie nel caso dei cordoni frontalieri, il fiorente e organizzato contrabbando ne vanificava di fatto la presenza, attraverso continui contatti con persone potenzialmente infette. Senza contare che i cordoni erano una misura utile (se tempestiva), ma non sufficiente. Essi bloccavano uomini e merci, ma non potevano arrestare il corso dei fiumi, nei quali i vibrioni trovavano un habitat spesso favorevole: sospinti dalle correnti, i bacilli potevano raggiungere in tempi relativamente brevi località distanti, e questo concorre a spiegare gli imprevedibili percorsi geografici dell’epidemia. Seguita con perseveranza finché possibile, la politica dei cordoni fu abbandonata solo quando ne fu manifesta l’inutilità. Nell’ottobre 1836 ci si rese conto che essi non erano serviti né a preservare il territorio del Regno dalla temuta malattia, né, una volta che essa fece la sua comparsa all’interno dello stato, a circoscrivere le aree infette. Fu così che tutti i cordoni marittimi e terrestri furono aboliti, e si inaugurò una nuova fase nella gestione dell’emergenza. Da allora, il governo mirò principalmente a preservare il tono delle attività produttive e dei flussi commerciali interni: per tale ragione, autorizzò le autorità provinciali a prendere tutte le misure reputate necessarie per proteggere i rispettivi territori dal colera, ad eccezione dei cordoni e di altre misure “vessatorie”. Questa vera e propria delega normativa in favore delle autorità provinciali si tradusse in una prevedibile (e sconcertante) varietà di regimi locali. Vi furono aree come il Molise, in cui fu dato libero corso alla circolazione di merci e persone, ed altre come l’Abruzzo Citeriore o la Terra d’Otranto che adottarono invece restrizioni molto severe, con tutti i possibili casi intermedi. Le forti differenze di mortalità fra provincia e provincia che si registrarono vanno spiegate anche alla luce di questo aspetto. Nel complesso, dunque, non può parlarsi di un approccio univoco all’epidemia da parte del governo. Vi furono due fasi: la prima, ispirata dalla tradizionale impostazione autocratica e militaresca, si rivelò fallimentare alla prova dei fatti. La seconda, pur entro i limiti di un chiaro orientamento generale, lasciò margini di intervento abbastanza ampi ai poteri locali, dando luogo ad una diversità di regimi che ebbe i suoi effetti sull’incidenza del morbo nelle varie province.

Come uscì il Regno dalla drammatica congiuntura sanitaria?
L’eredità del colera va misurata principalmente in termini di morte, dolore e miseria. Se volessimo provare a individuare alcuni effetti positivi in quella che fu soprattutto una spaventosa tragedia, potremmo parlare di alcuni elementi di modernizzazione, che al di là dei suoi inestimabili costi umani e materiali, il colera apportò alla società e allo stato. Il primo consiste nella vasta opera di sanificazione ambientale che la legge promosse, a più riprese, nell’intento dapprima di creare condizioni sfavorevoli allo sviluppo dell’epidemia, e in seguito (fallito questo obiettivo) di limitarne quantomeno la diffusione. Gli effetti di questi interventi normativi consistettero in strade più linde, vicoli e cortili ripuliti delle loro usuali immondizie, edifici meno squallidi, latrine meno puteolenti, industrie quali macelli e concerie, i cui scarti di lavorazione erano reputati nocivi per la salute pubblica, allontanati dai centri abitati. Furono promosse indagini sulle caratteristiche del rifornimento idrico, e si cercò di migliorare tanto la qualità delle acque potabili, quanto lo smaltimento dei rifiuti urbani. Certo, non vi furono interventi spettacolari. In varie città, anzi, queste sanificazioni ambientali si ridussero a semplici operazioni di facciata: passata la paura, verosimilmente tutto tornò come prima. Non si spiegherebbe altrimenti perché, in una città come Napoli, in occasione delle epidemie di colera che a imperversarono nei decenni seguenti, i quartieri più colpiti furono sempre gli stessi: Mercato, Pendino, Porto e Vicaria. Soltanto dopo la grave epidemia del 1884, si sarebbe cercato un radicale rimedio attraverso sventramenti di tipo haussmaniano che avrebbero modificato in profondità l’assetto urbanistico della capitale. Negli anni ’30, naturalmente, interventi di tale portata non erano neppure concepibili, tuttavia un certo (anche se forse effimero) miglioramento del decoro e della pubblica igiene delle città meridionali sicuramente vi fu.

Il secondo “insegnamento” del colera si collega alle modalità di sepoltura. A tale proposito, va ricordato che fin dal 1817 (anche in questo caso all’indomani di una grave crisi sanitaria, cioè la peste di Noja), si era fatto obbligo a tutti i comuni del Regno di dotarsi entro tre anni di un cimitero extraurbano, nel quale tutti i cadaveri avrebbero dovuto da allora in poi inumarsi, mettendo fine al plurisecolare uso delle sepolture negli ipogei delle chiese. Nella grande maggioranza dei comuni, tuttavia questo decreto era rimasto lettera morta, dato che, da un lato essi non avevano risorse per edificare i cimiteri, e dall’altro la mentalità popolare aborriva l’idea di seppellire i morti al di fuori delle chiese: trattamento tradizionalmente riservato a categorie reputate infami, quali prostitute, attori e suicidi. Spia del mancato adempimento dell’obbligo previsto dal decreto del 1817 fu un nuovo intervento normativo sulla materia, alla fine del 1828, che previde un nuovo termine cronologico entro cui tutti i comuni avrebbero dovuto dotarsi di un cimitero: il 1° gennaio 1831. Anche questa prescrizione restò tuttavia in buona misura inapplicata, per le medesime ragioni che avevano ostacolato l’esecuzione della prima. Fu solo con il colera che la necessità di reperire luoghi di sepoltura al di fuori dei centri urbani si impose, seppure in maniera fortemente traumatica, come una necessità di ordine soprattutto igienico. La stessa prevalente dottrina medica attribuiva un potere contagioso ai cadaveri (peraltro, come oggi si sa, non del tutto infondatamente), e inoltre le sepolture tradizionali non erano sufficienti ad accogliere il gran numero di deceduti che l’epidemia aveva prodotto. Questa volta i comuni del Regno dovettero adeguarsi in massa alle nuove modalità di inumazione, dando luogo ad un mutamento in questo caso non effimero ma permanente.

A quali sviluppi originali ed eterogenei portò il colera?
Un particolare contributo dell’epidemia alla modernizzazione del Regno riguarda il livello delle strutture istituzionali, e più precisamente la dialettica fra i diversi apparati della burocrazia statale che avevano gestito le varie fasi dell’emergenza. Una volta messa da parte la politica di ispirazione autocratica e militaresca dei cordoni sanitari, infatti, il governo inaugurò un approccio che, limitandosi ad indicare una via maestra, lasciava ampi margini di azione alle autorità provinciali. Di questa delega normativa, le province fecero largo uso, dando vita a regimi notevolmente diversi. Lo spirito di indipendenza delle singole province si spinse in taluni casi ad adottare misure in aperto contrasto con i vincoli posti dal governo. Sotto il profilo delle istituzioni, si può pertanto dire che l’epidemia produsse una ridefinizione dei rapporti di forza fra potere centrale e autorità locali, aumentando in queste ultime il grado di autonomia e la consapevolezza del proprio potere: in definitiva un’evoluzione abbastanza originale per uno stato autocratico.

Alberto Tanturri è professore associato di Storia moderna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e socio onorario dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria. È autore di vari contributi sulla storia della medicina e della sanità pubblica. Tra i più recenti, si ricordano: “L’infausto dono dell’Arabia”. Vaiolo e vaccinazione nel Mezzogiorno preunitario (1801-1861) (Unicopli, Milano, 2014) e “Il soffio avvelenato del contagio”. La peste di Noja del 1815-16 (Unicopli, Milano, 2018), che ha ricevuto nel 2019 il premio di saggistica storico-sanitaria “Massimo Piccinini”.

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