“Ispirarsi alla paideia. I modelli classici nella formazione” di Elsa M. Bruni

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Prof.ssa Elsa M. Bruni, Lei è autrice del libro Ispirarsi alla paideia. I modelli classici nella formazione edito da Carocci: quale rilevanza ha avuto la paideia per la civiltà occidentale?
Ispirarsi alla paideia. I modelli classici nella formazione, Elsa M. BruniIl peso è stato enorme! Senza dubbio la paideia è stata la cifra più rappresentativa della civiltà occidentale, il “gene” che ha pervaso tutte le forme dell’universo culturale europeo dai tempi più arcaici fino alla modernità. Dobbiamo, tuttavia, intenderci sul significato del termine paideia, un concetto troppo spesso tradotto, e ridotto, come “educazione” nella sua accezione pedagogico-ingegneristica e tecnico-didattica. Non traducibile infatti con l’attuale educazione, la paideia più che corrispondere a un percorso di insegnamento e di apprendimento cognitivo, può dirsi il dispositivo che animava, conservava e diffondeva la coscienza della comunità ellenica. In altre parole, possiamo conoscere davvero la storia del pensiero, della cultura, della politica, la visione del mondo e dell’uomo greco, attraverso la categoria e la consapevolezza del valore che i Greci hanno attribuito alla formazione del tipo umano fissato consapevolmente in un canone ideale. Paideia è modello di vita e di cultura, via via sempre più definito dall’età arcaica fino al periodo classico. Essa raccoglie le concezioni valoriali e spirituali; ha impressa l’immagine della comunità che di converso contribuisce ad alimentare; sintetizza le forme e gli ideali realizzatisi nella storia vera di tutta l’Ellade.

Da Omero ai tragici classici, attraversando le figure dei lirici e continuando in quelle di Erodoto e Tucidide, la paideia ha rappresentato lo specchio della coscienza greca sintetizzata dall’innesto dell’umanismo greco con la storia e con la cultura viva della comunità. L’uomo dei Greci è l’uomo sociale e la paideia, a partire da quella omerica, è in ogni caso formazione dell’uomo che si misura in base alla sua funzione sociale, è formazione continua dell’uomo al servizio della comunità.

In che modo il sistema educativo occidentale trae origine dalla paideia?
Nell’architettura dell’educazione europea è facile rintracciare nelle diverse stagioni storiche la forte adesione delle teorie e delle pratiche educative ai principi di ordine, di armonia, di purezza. In fondo tutto il sistema ha ruotato intorno al raggiungimento degli ideali di un Io puro e di un’educazione disciplinante per una società necessariamente ordinata. L’attuale crisi educativa, come il volume tenta di illustrare, può spiegarsi e può essere superata solo muovendo dalle reali ragioni culturali di questo canone pedagogico, che è sorto e si è affinato attorno a un apparato logico, una sorta di ipoteca razionalistica che ha dato per secoli la certezza di conseguire obiettivi controllati e prevedibili.

Fin dal tempo più antico, l’educazione dell’uomo è stata educazione del cittadino. Al tempo stesso la “scuola”, o meglio gli elitari luoghi dell’educazione formale, sin dalle prime comunità elleniche, sono sorti per preparare alla vita comunitaria, conferendo capacità professionali, riconoscimento sociale e integrazione, nonché trasmettendo il comune patrimonio valoriale.

A una società ordinata, secondo una logica classista, corrispondeva un modello educativo coerente, cioè elaborato e calibrato per sostenerla. A ben guardare, il pensiero educativo europeo ha avuto le idee chiare sia sul “chi” educare sia sul “che cosa” insegnare. Ha avuto le idee chiare sul perché dell’educazione. Dalla grecità più arcaica sino al dopo-Kant si rintraccia l’oggetto-fine dell’educazione dell’uomo nella verità, in ciò che è ritenuto aprioristicamente verità che, in quanto aletheia ma anche episteme, è problema di sopravvivenza per l’uomo stesso, è indiscutibile rimedio alla morte e alla sofferenza. È da qui che si originano i miti, per l’appunto rimedi contro l’imprevedibilità, contro il fluire esistenziale, alla ricerca di un ordine immutabile a cui l’uomo può aggrapparsi. E a questo viene educato, a essere saldo nell’alleanza con l’ordine. E l’ordine riguarda la comunità sociale, la polis che, in quanto tale, deve divenire il fattore di aggregazione e che a sua volta ha nel logos l’insieme di valori conciliabili con i bisogni individuali che devono trovare nel sociale la giusta gratificazione. Il logos è il luogo dei valori della condivisione, mediana e compromissoria che legittima il riconoscimento dei diritti umani storicamente dati. Si tratta di una istanza educativa, ma è parimenti una esigenza etico-politica. È legge universale e discorso carico di senso, è sapienza di tutte le cose e somma di equilibri.

Quali caratteri assume la paideia?
In generale il modo di pensare e congegnare l’educazione ha corrisposto a una doppia missione: formare il cittadino ideale e assicurare il mantenimento della struttura sociale. Su questa equazione, ormai centosessanta anni fa, è nata la scuola dell’Italia unita, la cui architettura e il cui spirito formativo logico-razionale sono stati garantiti da una geometria centralistica che, come opzione di politica scolastica, ha assicurato uniformità ai processi formativi nell’intero territorio nazionale e, come ordinamento, ha previsto l’articolazione di più rami curricolari, demarcanti i vari status sociali.

La matrice e la ragione di questa modellizzazione sono antichi, anzi antichissimi. Sin dall’esempio dell’educazione di Achille, appare evidente questo tratto della pedagogia occidentale che, più che all’uomo in carne e ossa, più che all’esistenza reale, più che ai bisogni umani e formativi autentici, ha guardato all’essenza, alla forma perfetta, all’assoluto umano con finalità e significati che mutavano con il mutare delle stagioni. Tirteo, ad esempio, esortava gli Spartani a difendere la patria con i suoi versi; Solone invitava gli ateniesi a rispettare e rispecchiarsi nelle leggi della polis; Saffo trasmetteva il senso e l’importanza dell’eleganza dei modi; Socrate insegnava ai giovani ad essere padroni di sé stessi; Platone fondava sulla teoria dell’amore la sua intera opera di educatore.

Ma il carattere strutturante razionalistico, fatto di opposizioni fra mente-corpo, mente-affetti, ragione-passione, di differenziazione dei percorsi educativi sulla base dell’appartenenza di classe pur condividendo tutti un comune sistema dei valori, restano il tratto di una visione antropologico-educativa che dai presupposti platonico-aristotelici ha seguito una linea retta fino ad oggi, attraversando l’elaborazione cristiana di Agostino, quella logica di Cartesio, il razionalismo di Kant per riproporsi rafforzato nel neoidealismo di Gentile.

È il cogito che contrassegna il soggetto ed è il puro intelletto a fare da garante per una formazione altrettanto pura, non inquinata da semplici opinioni (la doxa, gli scarti dell’apparenza) e da pericolosi turba-menti (i conflitti del cuore). È la mente che assicura all’uomo il suo “dover essere”, guidandolo in un itinerario di formazione che è conformazione e che necessita di essere disciplinata. Tutto quanto non è nouscogitoratio, se vive, lo fa solo nelle forme e nei modi della censura.

Pensiamo a quanto sia attuale questo tema!

Quali diverse possibilità e alternative elaborarono i Greci sulla questione centrale del “divenire uomini”?
L’esempio di Odisseo è paradigmatico. Il processo di formazione dell’uomo di Itaca si apre al nuovo, rompe con le categorie tradizionali, si muove sul terreno dell’inedito. Ha una sua forza, una autonomia che paradossalmente si farà immagine di un modello alternativo alla monocorde educazione ellenica e alla sua influenza su tutti i campi del pensiero successivo. Odisseo ha una personalità complessa, di gran lunga più sfaccettata rispetto a quella degli altri eroi: matura e si sviluppa affermando se stesso non più sul campo di battaglia, così che non sono più sufficienti per sé i valori della forza fisica e del coraggio sul campo come lo erano per Achille. La sua psyche presenta specchi concentrici, non è simboleggiata dalla linea retta dell’uomo iliadico ma è una psyche a più livelli.

Dobbiamo allora saper distinguere, soprattutto nei fondamenti culturali ed etici, due percorsi ben differenti rintracciabili già nelle pagine dell’epos omerico. Uno si è innestato nella storia e ha avuto fortuna in virtù, come si è ricordato, della sua piena corrispondenza alla vocazione propria della grecità e successivamente della cultura occidentale. L’altro, per alcuni versi privo della purezza e dell’armonia della logica greca, più animato di carica umana e non direttamente identificabile con l’idea di ordine e di armonia universale, è sicuramente più vicino allo statuto antropologico del postmoderno. Recuperare questo filone che ha camminato in periferia, che vede Odisseo come capofila accompagnato da altri illustri esempi, è compito necessario della ricerca pedagogica attuale, impegnata in una ricomprensione analitica della complessità educativa in vista fra l’altro della sua medesima validazione scientifica.

Esiste una evidente lacuna da colmare, proprio sul terreno del rapporto che la riflessione pedagogica ha instaurato nel tempo con le fonti e con l’elaborazione culturale originaria, con l’universo delle elaborazioni filosofiche ma anche con quello dei poeti, ai quali non si può non fare riferimento in quanto archè di un sistema educativo compiuto, la paideia, che proprio in Ellade viene sistematizzata e con la quale l’Occidente e l’Europa hanno per forza dovuto fare i conti. Dobbiamo saper recuperare, attraverso questa rilettura onnicomprensiva del patrimonio culturale, il dinamismo intrinseco e l’essenza in divenire della paideia, troppo spesso considerata un feticcio da venerare o un immobile riferimento a cui conformarsi passivamente.

In che modo la genealogia della paideia può ispirare una rinnovata fase di civiltà?
Il problema educativo odierno evoca una crisi culturale, che supera o comunque non trova radice semplicemente entro l’argine di una problematica di ordine didattico o metodologico né potrà mai trovare soluzione con la pura azione didattica. Al contrario, la crisi educativa mostra sempre più di essere indice, se vogliamo riflesso, della perdita di significato dell’idea, come cornice spirituale e intellettuale, a fondamento dell’architettura, delle pratiche e dei processi di formazione umana.

Sono venute meno narrazioni credibili e affidabili a far da sostegno all’impresa educativa e a far da guida al compito formativo proprio della scuola, e dell’università, attaccate oggi, e a ragione, proprio per essere anacronistiche e ridotte a fabbriche di indottrinamento, sostenute da quella che Chomsky ha definito qualche anno fa una «pedagogia delle menzogne».

Oggi si guarda e ci si preoccupa di approvare o bandire il nuovo che ormai si è imposto prepotentemente, si attivano e sperimentano metodi di insegnamento ritenuti efficaci per fare in modo che si apprendano conoscenze, ma non si riflette sulla necessità di offrire un messaggio culturalmente formativo. D’altra parte, un apprendimento per essere tale, per diventare cioè realmente un patrimonio cui affidarsi durante tutta la vita, per essere generatore di pensiero critico e indipendente, per riuscire ad attivare trasformazioni positive nel soggetto, necessita di una ragione significativa per chi apprende. Chiamiamola motivazione, definiamola curiositas, decliniamola come interesse che conferisce senso e significato all’esperienza, che fa sì che vi sia formazione umana, prima che disciplinare, e che la scuola e l’istruzione funzionino quali centri di produzione culturale, quali luoghi di esercizio di interazione umana intellettuale.

La sapienza antica offre una strada, anzi propone una varietas di possibilità per ripensare le forme e i modi del valorizzare l’uomo e il suo “farsi uomo”. La lezione degli antichi può consentire di riappropriarci del significato più autentico di un’educazione e una scuola che siano realmente di tutti e per tutti. Là dove in gioco c’è il futuro dell’uomo, di qualsiasi provenienza sociale e geografica; là dove sono minati i valori e diritti fondamentali; là dove in ballo c’è la possibilità di una realizzazione autentica per le giovani generazioni; in tutto ciò è necessario promuovere un rinnovato slancio del pensiero, tale da opporsi con forza alla mortifera supremazia del nichilismo, dell’ignoranza, della chiusura, del ripiegamento sul dogma, dell’autoreferenzialità tecnologistica, della discriminazione sociale e culturale che sta generando una pericolosa, nuova povertà educativa.

La paideia non è semplice educere, ma è cultura, definizione organica di valori, di principi, di formazione umana, di costruzione di abiti mentali e valoriali da tradurre nella vita della comunità.

Elsa M. Bruni è professore ordinario di Pedagogia generale e sociale e coordinatore del dottorato di ricerca in “Human Sciences” presso l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. A partire dalla sua prima monografia, si è occupata della storia dei processi culturali e formativi e dell’indagine del modello educativo occidentale attraverso il riferimento alla classicità greca. Fra i suoi libri: Greco e Latino. Le lingue classiche nella scuola italiana (1860-2005) [2005], La parola formativa. Logos e scrittura nell’educazione greca (2005), Pedagogia e trasformazione della persona (2008), Intersezioni pedagogiche (2012), Achille o dell’educazione razionale (2012).

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