“Pier Paolo Pasolini e la ricerca della fede” a cura di Luca Crapanzano

Don Luca Crapanzano, Lei ha curato l’edizione del libro Pier Paolo Pasolini e la ricerca della fede, pubblicato da Franco Angeli: in che modo il ‘sacro’ rappresenta una categoria fondamentale dell’intera opera dello scrittore friulano?
Pier Paolo Pasolini e la ricerca della fede, Luca CrapanzanoPer rispondere a questa domanda utilizziamo la definizione di Mircea Eliade i cui testi sono alla base del film Medea del 1970: il sacro è la realtà ultima da cui la vita trae potenza e forza. Possiamo dire che esso è il fondo ontologico dell’universo e che la storia, nel suo dipanarsi e manifestarsi, altro non è che una ierofania. Il sacro è una visione del mondo alla quale non tutti però possono accedere, occorre resistere all’attrazione esercitata dalla storia di far ripiombare l’uomo solo con i piedi per terra. Il reale per eccellenza per Pasolini è il sacro, poiché soltanto il sacro è in modo assoluto, agisce efficacemente, crea e fa durare le cose. Gli innumerevoli gesti di consacrazione tradiscono l’ossessione del reale, la sete del primitivo per l’essere. Possiamo immaginare l’arte poetica di Pasolini al pari del ricercatore d’oro che tra la sabbia e il fango dovrà trovare e fare emergere in tutto il loro splendore, le pepite lucenti. Il poeta ha il compito di cercare e svelare, attraverso l’artificio povero delle parole, della loro musicalità e della loro sillabazione, il sacro che è celato in esse e nella realtà che evocano. Il poeta purificando le parole dalle incrostazioni liricheggianti, avrà il compito di aprire nella mente e nel cuore del lettore uno squarcio verso l’assoluto e il sacro.

Che rapporto ebbe Pasolini con la Chiesa cattolica?
Pasolini ha grande rispetto della tradizione cattolica italiana, da intellettuale si rende conto che molta cultura italiana è conseguenza della presenza capillare della Chiesa cattolica sul territorio attraverso le parrocchie e non solo. Ha diversi amici preti, principalmente David Maria Turoldo che era presente anche al suo funerale e don Andrea Carraro della Pro Civitate Christiana di Assisi che lo aiuterà ad addentrarsi si luoghi dei Vangeli in vista del suo film sul Vangelo di Matteo. Nel capitolo diciassettesimo della seconda parte del romanzo Teorema, intitolato Corollario di Paolo, Pasolini descrive la partenza di Paolo, come l’omonimo Apostolo delle genti, “dall’oasi: dalla cittadina di sabbia, sola come un cimitero, intorno al suo pozzo – e la cui vita consisteva nel non morire”. Paolo esce dalla villa, sale sulla sua Mercedes e prende la strada in fondo in cui l’ospite era scomparso, cioè la strada che va verso Milano. Mentre tutta Milano è al lavoro, Paolo ferma la sua macchina davanti alla Stazione Centrale, entra e vaga per un po’, come cercando qualcuno o qualcosa perduto per sempre tra «gli spazi lattiginosi dell’enorme volta della pensilina», come se si trovasse in una Chiesa in cerca di Dio. È qui, nella Chiesa moderna di Milano, che gli accade un miracolo. Paolo vede all’improvviso due occhi azzurri; si tratta degli occhi di un ragazzo che per molti aspetti assomigliano a quelli dell’ospite. Gli occhi del ragazzo si voltano improvvisamente e incrociano quelli di Paolo, che a sua volta è incapace di rispondere o di agire come aveva fatto con l’ospite. Paolo alla fine se ne va, verso il deserto e dona la sua fabbrica agli operai. Ecco in sintesi ciò che Pasolini pensa della Chiesa, è una opportunità di umanizzazione dei rapporti, anche se era molto critico rispetto a quella istituzionale la vedeva lontana anni luce per permettere tale dinamica.

In che modo, nel film Il Vangelo secondo Matteo emerge la spiccata sensibilità religiosa di Pier Paolo Pasolini?
«Papa Giovanni XXIII, […] obiettivamente rivoluzionò la situazione. Se Pio XII fosse vissuto altri tre o quattro anni, non sarei mai stato in grado di fare Il Vangelo; è stato il primo papa che abbia detto che il marxismo non è un diavolo, una bestia nera».[1] Con queste parole Pasolini conferma che la figura di Giovanni XXIII, il Papa con le idee di rottura con la vecchia Chiesa controriformista e che indisse il Concilio Vaticano II, fece da spinta alla nascita del film Il Vangelo secondo Matteo che è probabilmente attribuibile al caso o al destino che dir si voglia. Pasolini aveva ricevuto da don Giovanni Rossi, fondatore della Pro Civitate Christiana, un invito ad un convegno di cineasti, invito che non accolse molto bene e al quale rispose che non sarebbe assolutamente andato, perché diceva di non sopportare i farisei che usano la religione per i propri interessi. Era l’ottobre del 1962 e nonostante tutto in quei giorni si trovò, casualmente, ad Assisi e, altrettanto casualmente, si trovava in visita ad Assisi anche il Santo Padre Giovanni XXIII. La visita del “Papa Buono” aveva messo sottosopra la risaputa serenità della cittadina, motivo per il quale Pasolini non ci pensò due volte a rifugiarsi in una stanza alla Cittadella della Pro Civitate dove iniziò a leggere il Vangelo.

L’idea del film nacque dunque ad Assisi, nel cuore della religiosità italiana, nel silenzio di periferia, in quella provincia distante ma allo stesso tempo vicina a quella della città romana frequentata da Pasolini. L’intento di Pasolini non era quello di realizzare un film sulla spiritualità di Cristo, ma quello di mettere in luce la storia di un grande uomo rivoluzionario, il suo dramma, l’arroganza dei potenti, il suo messaggio inascoltato, il riscatto degli ultimi umili fratelli di periferia.

Il vero forte messaggio di Pasolini è di un Cristo che grida sete di giustizia per i suoi fratelli di periferia, a differenza del Cristo di Matteo che, principalmente, predica pace e amore. In Matteo vi è un Gesù-Dio e in Pasolini un Gesù-Uomo-Mito, un leader rivoluzionario e terreno, che si avvicina di più a quella che è la sua idea su Gesù a quella che è per lui la bellissima storia di un grande uomo.

Come si articolò il suo impegno pedagogico?
La paideia è il fine stesso dell’educazione cioè la piena realizzazione del sé.

Piena realizzazione di sé che del resto Pasolini cercò in prima persona sino alla tragica notte del 2 novembre 1975 e che vuol dire in positivo indagare il cammino aperto dalle proprie passioni, e in negativo opporre un rifiuto reciso a tutto ciò che svilisce la vita.

Non è una forzatura supporre che la paideia pasoliniana allora sia uno sforzo per imparare a vivere; con la consapevolezza tuttavia che l’apprendimento in questione è in divenire, mai concluso eppure aperto ad uno sforzo che rifiuta la rinuncia. Storicamente così ci appare Pier Paolo Pasolini del resto: a partire dalla difficile convivenza con la sua realtà affettiva, ha dimostrato di non essere un uomo rinunciatario rispetto al desiderio di trovare il miglior equilibrio esistenziale possibile.

Ma cosa vuol dire per il nostro pensatore realizzarsi come persona? Innanzitutto due cose: raggiungere l’età e l’esercizio di una ragione critica ed accogliere consapevolmente il proprio destino. Il destino (o per meglio dire la destinazione dell’esistenza) è sempre personale ma, e forse soprattutto, ricevuto dal contesto socio-storico di riferimento. Ecco perché l’impegno pedagogico di Pasolini va di pari passo con il suo impegno sociale e politico.

In che modo nelle Lettere luterane Pasolini mette in risalto la questione della “metamorfosi antropologica del paese”?
Quell’opera postuma che compendia il lascito educativo di Pasolini che è Lettere luterane (1976) è aperta da un testo intitolato significativamente: «I giovani infelici». Del resto se poc’anzi si è detto che l’imparare a vivere è un processo né lineare né dal successo assicurato, possiamo e dobbiamo contemplarne il possibile fallimento. Il fallimento diventato storia dell’imparare a vivere secondo Pasolini è l’affermarsi dello stile borghese. La vita borghese è una vita che “si difende dalla vita”.

Partendo dall’assioma che fece grande la tragedia greca – si ricordi il percorso nel passato dell’autore – per cui i figli sono destinati a pagare le colpe dei padri, il Pasolini maturo (e disilluso?) fa i conti con la gioventù coeva e il tenore della sua educazione. Celeberrima in merito è la “condanna” da lui emessa nei loro confronti; avvertito della severità di un simile pronunciamento si sente in dovere di precisarne i contorni.

Soccorso dai servizi della litote, Pasolini non fa seguire alla condanna un comprensibile odio verso questa generazione, anzi si affanna a precisare che giunge a un così reciso giudizio dopo aver riflettuto abbondantemente e concesso numerose attenuanti. Così alla condanna non segue l’odio ma un venir meno dell’amore. Amore che rimonta indietro nel tempo sino agli entusiasmi degli esordi da giovane docente. Cessazione d’amore verso i giovani ma non cessazione dell’impegno verso la codificazione di una paideia autentica.

La recente sciagura sociale che vede tramontare il mondo contadino e sub-proletario per l’affermarsi dell’uniforme modello borghese è paritariamente rimproverato da Pasolini e ai padri e ai figli, e coraggiosamente egli si ascrive tra i padri. Un padre che osserva questi figli a partire dalle loro scelte estetiche – chi non ricorda i suoi malumori verso i capelli lunghi – e li vede tristi e isolati. Isolati dai padri, senza dialogo e in continua recriminazione e sterile.

Ma se i figli sono puniti è perché i padri hanno permesso il fascismo e l’apparato clerico-fascista successivo; la loro colpa è di non essersi opposti a questo, anzi di aver raggiunto una sorta di tregua, di compromesso. La loro punizione – e qui Pasolini rivela il suo grande acume psicologico – è la tristezza. Una tristezza profonda e pubblica. E così tradiscono l’altissima missione di compiere la personale paideia. La metamorfosi antropologica del Paese che da questa dinamica storica si avvia avrebbe portato l’uomo ad essere privato della parte più sacra che egli possiede: il proprio corpo e lo avrebbero “ridotto” a prodotto. Col senno del poi, possiamo dire che Pasolini aveva visto bene!

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[1] F. Grattarola, Pasolini una vita violentata. Pestaggi fisici e linciaggi morali: cronaca di una via crucis laica attraverso la stampa dell’epoca, Coniglio Editore, Roma, 2005, p. 190