“Il mercato delle verità. Come la disinformazione minaccia la democrazia” di Antonio Nicita

Prof. Antonio Nicita, Lei è autore del libro Il mercato delle verità. Come la disinformazione minaccia la democrazia edito dal Mulino: quale diffusione ha ormai raggiunto il fenomeno della disinformazione?
Il mercato delle verità. Come la disinformazione minaccia la democrazia, Antonio NicitaCapiamo il livello di diffusione ormai raggiunto quando riviste scientifiche come «Nature «Science», «Lancet», sono costrette a fronteggiare sullo stesso piano infodemia e pandemia. Ma se vogliamo trovare l’apice di questa consapevolezza dobbiamo pensare alle elezioni presidenziali americane che hanno registrato il clamoroso rifiuto del presidente uscente di riconoscere pubblicamente, per diverse settimane, la vittoria dello sfidante, accusando di brogli e di frode elettorale gli avversari, colpevoli di perpetrare la più grande bugia di tutti i tempi (the big lie) contro i «patrioti» americani. Il conseguente assalto al Campidoglio, nel giorno della proclamazione del nuovo presidente, ha rappresentato la trasformazione plastica del gioco della disinformazione in uno dei giorni più bui della storia recente della democrazia americana, il tutto in diretta mondovisione. Il materiale che sta venendo fuori nell’indagine del Congresso Usa desta ulteriori preoccupazioni.

A quali manipolazioni e distorsioni è sottoposta, nella nostra società, la verità?
Innanzitutto, dobbiamo qui focalizzarci su una verità con la “v” minuscola. La cosiddetta “verità dei fatti”, cioè di eventi verificabili, misurabili, accertabili. L’informazione riguarda i fatti. E non è un caso sono proprio i fatti le vittime principali delle strategie di disinformazione.

Tali strategie sono ben più ricche delle singole fake news. E hanno successo se avvengono in contesti in cui sono presenti o possono facilmente essere stimolate forme di manipolazione, di distorsione cognitiva nel rapporto con la verità dei fatti e di polarizzazione delle idee. La capacità selettiva degli algoritmi online e la crisi dei media tradizionali, che speso imitano i social, creano un ambiente informativo partisan, guidato dalle emozioni e minando di fatto il pluralismo e l’apertura al confronto e alla discussione, così essenziali per la salute delle nostre democrazie.

Che nesso esiste tra libertà e verità?
Il rapporto tra libertà e verità dei fatti, può prendere strade opposte come l’impostazione di John Stuart Mill, e quella di Hannah Arendt. Mill, definito spesso come il campione della libertà d’espressione, afferma che la menzogna può persino essere necessaria affinché la libertà d’espressione possa svolgere il suo ruolo selettivo come strumento di accelerazione verso la verità. Se così non fosse, ogni verità, per Mill, si trasformerebbe in dogma, cioè in una verità cui aderire per acritico dovere e non per sincera convinzione. Per la Arendt, invece, secondo cui «la libertà d’espressione diventa una farsa se l’informazione sui fatti non è garantita e se i fatti stessi vengono messi in discussione», la capacità del potere di costruire menzogne alternative e sostitutive della verità fattuale non verrà mai disciplinata dal libero manifestarsi del pensiero. Per arrivare alla lettura che ne dà Foucault, che parte dal suo studio sul pensiero degli antichi greci, la quale afferma che la relazione tra libertà e verità, sia sempre connessa da un lato all’autorità e all’autorevolezza di chi parla e dall’altro al rapporto rischioso con il potere e alle responsabilità che ne derivano.

Come si struttura il mercato delle idee?
Il paradigma del “libero mercato delle idee” nasce dall’ipotesi funzionalista che la libertà di espressione o la libertà di rivelare e ricercare informazioni possa essere lo strumento per far conseguire la verità alla società tutta, facendo progredire la conoscenza e lo sviluppo umano. Questa ipotesi poggia sulla visione liberale del mercato, tramite il quale meccanismo concorrenziale dal lato dell’offerta d’informazioni diventa la precondizione affinché possa poi manifestarsi una verità rivelata, generata da un’allocazione efficiente delle informazioni sul mercato grazie alla selezione dell’informazione rilevante ottenuta attraverso scambio di informazioni tra soggetti anonimi, grazie all’istituzione del mercato. Ciò avviene attraverso l’esercizio di diritti fondamentali (quale il diritto di esprimersi liberamente, di votare e così via) che conduce a decisioni rilevanti per il funzionamento della democrazia.

Questa idea, applicata al primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, sarà la base della nota dottrina giuridica americana “marketplace of ideas“. È interessante notare che la tutela della libertà di espressione (che ricomprende la libertà di parola, di stampa e di assemblea) avviene, nel primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, come tutela della libertà negativa, cioè come libertà dal potere intrusivo dello Stato, non proteggendo, al contrario della Costituzione italiana (art. 21) che sembra tutelare anche una libertà positiva. Secondo la dottrina americana l’unica minaccia alla libertà d’espressione può provenire innanzitutto dagli abusi del potere pubblico. I limiti alla libertà d’espressione di ciascuno che possano derivare, invece, dalla libera espressione altrui – quindi come risultato dell’autonomo esercizio di libertà positive confliggenti e rivali nella sfera privata – sembrano quindi sfuggire al primo emendamento. Con l’impressione che l’unico vincolo alle libertà positive d’espressione sia un eventuale contenzioso tra privati.

Quali conseguenze ha prodotto il passaggio dal «mercato delle idee» al «mercato delle verità»?
Con la trasformazione dal «mercato delle idee» al «mercato delle verità», il cittadino, dal lato della domanda di informazioni, si è rivelato consumatore del tutto differente da quello immaginato dai primi pensatori liberali. Si tratta, infatti, di un consumatore di informazioni nel mercato delle idee, completamente disinteressato a un confronto aperto ed onesto con chi la pensi in maniera diversa, al fine di far prevalere, socraticamente, la verità. Inoltre, è un consumatore sempre meno razionale, vittima, nel regno della disinformazione. In questo contesto, il romantico confronto democratico non è affatto previsto. E quando, per caso, avviene, prende la forma dello scontro irriducibile che alimenta ulteriori spinte verso la polarizzazione e la presa di posizioni sempre più estremiste su ogni tema.

Il mercato delle idee come luogo di incontro e di scambio di idee tra persone che la pensano in modo diverso, si rivela spesso una illusione. Si affermano sempre più tante isole informative in cui persone che la pensano alla stessa maniera si incontrano, si polarizzano, si radicalizzano, rafforzando una identità che viene definita a partire dalla differenza con gli altri gruppi. Tutto questo comporta la trasformazione del mercato delle idee in mercato delle verità. Rispetto al mercato delle idee, il mercato delle verità si mostra più isolato, più intransigente, più violento. D’altra parte, difendere una verità ci appare assai più decisivo che difendere un’idea.

In tale scenario, quali regole si rendono, a Suo avviso, necessarie?
La soluzione proposta a livello europeo per le grandi piattaforme online, con il Digital Services Act (affiancato dal Digital Markets Act), appare, ad oggi, quella più promettente, per quanto non ancora sufficiente a traghettarci verso un nuovo pluralismo 2.0: trasparenza piena, accessibilità ai dati e agli algoritmi, informazioni complete agli utenti, autonomia nella scelta del grado di profilazione, accesso ai propri dati, chiarezza sulle inserzioni pubblicitarie, nonché contrasto alle strategie di disinformazione e all’hate speech online. L’obiettivo è un ambiente online sicuro, prevedibile e affidabile. Un ecosistema fatto di regole che assicurino un nuovo diritto: il diritto a non essere disinformato. Ciò va fatto tenendo assieme l’agorà pubblica della nostra libertà d’espressione e la moderazione – trasparente e non discriminatoria – dei contenuti secondo codici di co-regolazione e procedure verificabili da autorità terze indipendenti. Il mercato delle verità ha bisogno di regole per essere ricondotto all’idealtipo del libero mercato delle idee e per riconciliare libertà d’espressione e buon funzionamento della democrazia nel solco di un nuovo diritto a non essere disinformato. Ed è fondamentale che la risposta regolatoria avvenga in modo sistemico e uniforme a livello europeo, anziché frammentarsi in iniziative dei singoli Stati. Naturalmente regolare non basta. Servono politiche pubbliche che diano nuovo slancio all’informazione di qualità, al servizio pubblico radiotelevisivo, alla digital literacy, senza alimentare al contempo la polarizzazione degli esperti (offendere le persone meno esperte non le induce di certo a cambiare opinione), ma incoraggiando il dibattito e la trasparenza nelle decisioni pubbliche. E servono persone di buona volontà, armate di pazienza, di buone intenzioni e di buone parole, che provino a depolarizzare il dibattito pubblico, che cessino di essere follower dei propri follower, che portino riposo nelle quotidiane guerriglie sui social, con cui apriamo e chiudiamo le nostre giornate solitarie. Troppo spesso vittime di instancabili, fantasiosi e ben pagati strateghi della disinformazione che, ovunque essi si trovino, amano giocare con l’illusione delle nostre libertà e delle nostre verità.

Antonio Nicita è ordinario di Politica economica presso l’Università Lumsa (Roma-Palermo) e fellow del Freedom Center dell’University of Arizona e del Center for Research in Regulated Industries della Rutgers Business School. È Presidente della Scuola di Politiche, è membro del Regulatory Scrutiny Board (RSB) della Commissione europea da novembre 2021. Si occupa di regolazione, antitrust, law&economics, economia delle istituzioni, economia digitale e media, pluralismo, hatespeech. Tra le ultime pubblicazioni: Regulating Digital Markets (con A. Manganelli; Palgrave MacMillan, 2021) e, per il Mulino, Il mercato delle verità. Come la disinformazione minaccia la democrazia (2021), Evidence-Based Policy (con G. de Blasio e F. Pammolli, 2021), Big Data. Come stanno cambiando il nostro mondo (con M. Delmastro, 2019).

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