“Eat Art. Love, Food & altre illusioni” di Giusy Casale

Eat Art Love Food e altre Illusioni: cercarsi senza prendersi troppo sul serio

Eat Art. Love, Food & altre illusioni, Giusy CasaleA 52 anni si dovrebbe forse avere qualche certezza in più. Sapere chi si è. Cosa si vuole. Quali errori non fare più. Quali uomini evitare. Quali strade scegliere.
In teoria.
Poi c’è la vita, che ha un talento particolare nel rimettere tutto in discussione proprio quando pensavamo di aver finalmente imparato a gestirla.

È da questa contraddizione che prende forma Eat Art. Love, Food & altre illusioni di Giusy Casale, una commedia agrodolce che racconta la ricerca di sé attraverso tre territori apparentemente diversi e in realtà profondamente legati: la cucina, l’arte e le relazioni.

La protagonista è Gioia. Ha 52 anni, due figli, un cane che sembra capire molto più degli esseri umani, una mostra da preparare, un circolo da gestire e una vita sentimentale abbastanza confusa da rendere difficile persino stabilire come definire alcune delle persone che la abitano.

Vorrebbe anche scrivere un romanzo.

Il taccuino, però, continua a rimanere bianco.

Detta così potrebbe sembrare l’inizio dell’ennesima storia sul bisogno di ritrovarsi. Ma Eat Art. Love, Food & altre illusioni sceglie una strada diversa: prende sul serio le domande, molto meno chi pretende di avere tutte le risposte.

Ritrovarsi dopo aver già costruito una vita

C’è un’età in cui la domanda “chi voglio diventare?” dovrebbe, almeno secondo una certa idea della vita, essere ormai risolta.

Prima si cresce.
Poi si sceglie.
Si costruisce una famiglia, un lavoro, una routine, un’identità.
E a un certo punto si dovrebbe semplicemente continuare.

Eppure proprio nell’età adulta può comparire una domanda più scomoda: quanto della persona che sono diventata mi appartiene davvero?

È una domanda diversa da quella dell’adolescenza.

Non si tratta più di inventarsi da zero, ma di guardare ciò che si è costruito e decidere cosa conservare.
Cosa lasciare andare.
Cosa trasformare.

Gioia si muove esattamente dentro questo spazio. Non parte da una vita vuota. Al contrario: ha già affetti, responsabilità, relazioni, abitudini, passioni.

Il problema è che avere molte cose non significa necessariamente sapere chi siamo.

Ed è forse questo uno dei nuclei più interessanti del romanzo: la possibilità di ricominciare senza dover distruggere tutto ciò che è venuto prima.

Il problema delle ricette

La cucina attraversa il libro continuamente, ma non perché Eat Art. Love, Food & altre illusioni sia un romanzo gastronomico.

Il cibo funziona piuttosto come una lente attraverso cui osservare la vita.

In cucina esistono dosi, tempi, temperature. Nella vita no. E questa, bisogna ammetterlo, è una grave lacuna organizzativa. Sarebbe molto più semplice sapere quanti grammi di pazienza servono in una relazione, quanto tempo lasciare riposare una delusione o a quale temperatura cuocere una decisione importante.

Invece si procede per tentativi. Si aggiusta. Si assaggia. Qualche volta si insiste troppo. Qualche altra si butta via tutto.

E molto spesso si torna esattamente a ciò che avevamo promesso di non scegliere più.

Il cibo diventa così una metafora del desiderio. Perché desiderare e nutrirsi non sono la stessa cosa. Lo racconta una delle frasi centrali del libro: «Non tutto ciò che desideri ti nutre. E non tutto ciò che ti nutre lo scegli davvero.»

Una frase che parla di cibo solo in apparenza.

L’arte di ricomporre

Accanto alla cucina c’è l’arte. Ed è forse qui che la ricerca di Gioia assume la sua forma più evidente.

Creare significa prendere elementi che esistono già e cambiare il modo in cui stanno insieme.
Una fotografia.
Una parola.
Un oggetto.
Un’immagine.
Una pagina.
Niente nasce necessariamente dal nulla.
Si sposta.
Si taglia.
Si sovrappone.
Si trasforma.

Ed è difficile non vedere in questo processo una metafora dell’identità stessa.

Forse cercarsi, arrivati a un certo punto della vita, non significa inventare una persona nuova. Significa ricomporre quella che esiste già.

Guardare le proprie esperienze, le relazioni, gli errori, i desideri e persino le illusioni e chiedersi quale significato possano avere adesso. L’arte, nel romanzo, diventa quindi molto più di un’attività della protagonista.

È un modo di pensare. E forse anche un modo di sopravvivere alle proprie contraddizioni.

Gli altri come specchio

Poi ci sono le relazioni. E qui le cose inevitabilmente si complicano.

Perché possiamo costruire un’idea piuttosto convincente di noi stessi finché qualcuno non arriva a metterla in discussione.

Gli altri hanno questo brutto vizio. Ci mostrano quanto siamo coraggiosi e quanto siamo fragili. Quanto desideriamo essere liberi e quanto invece abbiamo bisogno di sentirci scelti.

Quanto siamo capaci di riconoscere una situazione sbagliata e, contemporaneamente, di restarci dentro.

In Eat Art. Love, Food & altre illusioni le relazioni non servono soltanto a costruire la trama sentimentale. Servono soprattutto a mostrare le diverse versioni di Gioia.
Quella che aspetta.
Quella che desidera.
Quella che controlla.
Quella che rischia.
Quella che vorrebbe andarsene.
Quella che rimane.

Per questo, andando avanti nella storia, diventa sempre più evidente che la vera scelta non riguarda semplicemente una persona.

Riguarda quale versione di sé vale la pena continuare a essere.

La leggerezza non è superficialità

I temi potrebbero facilmente prestarsi a un romanzo molto serio.
Identità.
Età adulta.
Fame emotiva.
Relazioni.
Bisogno di ricominciare.

Fortunatamente il libro non li tratta come se ogni pagina dovesse necessariamente produrre una rivelazione. L’ironia è una presenza costante.

Non serve a rendere superficiale ciò che accade, ma a togliere solennità a quella tendenza che abbiamo a trasformare ogni nostro errore in un dramma universale.

A volte una relazione finisce e fa male.
A volte insegna qualcosa.
A volte, dopo abbastanza tempo, diventa una storia molto divertente da raccontare.

Le tre cose possono perfino essere vere contemporaneamente. È questa leggerezza a distinguere Eat Art. Love, Food & altre illusioni dal classico racconto di crescita personale.

Il romanzo non promette guarigioni. Non propone formule. Non suggerisce dieci passaggi per imparare ad amarsi.

E soprattutto non pretende che ogni esperienza debba necessariamente trasformarsi in una preziosa lezione di vita.

Alcuni errori sono semplicemente errori. Con un po’ di fortuna, almeno, diventano ottimo materiale narrativo.

Le lezioni che aprono i capitoli

Ogni capitolo del romanzo si apre con una lezione.

Sembrerebbe quasi una contraddizione, considerando la diffidenza del libro verso formule e verità definitive.
Ed è proprio qui che entra in gioco l’ironia.

Queste lezioni non sono comandamenti e non anticipano necessariamente una soluzione. Sono piuttosto piccoli avvertimenti, intuizioni, pensieri che accompagnano Gioia nel capitolo che sta per vivere.

A volte sembrano chiarissime.
A volte vengono smentite dai fatti.
A volte acquistano senso solo dopo.

Perché crescere, forse, non significa smettere di commettere errori.

Significa almeno diventare un po’ più bravi a riconoscerli. Talvolta persino mentre li stiamo facendo.

Le illusioni non sono necessariamente il nemico

Nel titolo c’è una parola che potrebbe sembrare negativa: illusioni. Eppure il romanzo non sembra volerle eliminare.

Le illusioni fanno parte del modo in cui costruiamo noi stessi.
Immaginiamo l’amore.
Immaginiamo il futuro.
Immaginiamo la persona che vorremmo essere.
Immaginiamo la vita che ci renderebbe finalmente felici.

Poi, la realtà arriva e, con una certa maleducazione, modifica il progetto.

Ma forse anche le illusioni hanno una funzione. Ci fanno desiderare.
Ci fanno muovere.
Ci costringono qualche volta a sbagliare strada.

E può accadere che proprio percorrendo quella strada si scopra qualcosa che non avremmo trovato seguendo il percorso previsto.

Di cosa abbiamo davvero fame?

Alla fine, cucina, arte e relazioni convergono nella stessa domanda: di cosa abbiamo davvero fame?
Di amore?
Di approvazione?
Di sentirci desiderati?
Di essere visti?
Di una vita diversa?
O semplicemente della libertà di smettere di essere la persona che avevamo deciso di dover diventare?

Gioia non affronta questa domanda isolandosi dal mondo. La affronta vivendo.
Cucinando.
Creando.
Amando.
Sbagliando.
Cambiando idea.

E continuando, nonostante tutto, a ricominciare.

Forse è proprio questo il punto di Eat Art. Love, Food & altre illusioni

Non raccontare come si trova finalmente se stessi. Ma raccontare quanto possa essere assurdo, faticoso, contraddittorio e anche molto divertente continuare a cercarsi quando pensavamo che ormai avremmo dovuto esserci già trovati.

Perché la ricerca di sé può essere una cosa seria. Ma nessuno ha detto che debba essere noiosa.

L’Autrice

Giusy Casale vive a Lecce ed è un’artista. La sua ricerca si muove tra arte visiva e sperimentazione, con una particolare attenzione al rapporto tra cibo, identità e desiderio. Attraverso il progetto “Eat Art”, esplora il cibo come linguaggio espressivo, trasformandolo in esperienza visiva e narrativa. Eat Art. Love, Food & altre illusioni è il suo primo romanzo, ispirato alla sua esperienza personale, in cui scrittura, arte e vita si intrecciano in un percorso di ricerca e trasformazione. Il suo lavoro si colloca tra narrazione contemporanea e sperimentazione artistica.