“Le dimensioni della bibliografia. Scrivere di libri al tempo della rete” di Maurizio Vivarelli

Le dimensioni della bibliografia. Scrivere di libri al tempo della rete, Maurizio VivarelliLe dimensioni della bibliografia. Scrivere di libri al tempo della rete
di Maurizio Vivarelli
Carocci editore

«Il volume ha per oggetto temi, questioni e problemi della bibliografia, una disciplina complessa, nei suoi principi, e sotto molti profili certamente elusiva. Come vedremo più diffusamente in seguito, e in particolare nel cap. 2, coesistono e competono numerosi punti di vista relativi alla struttura di questo ambito di studi, che divergono rispetto a questioni centrali e fondanti, pur condividendo evidentemente una denominazione e una matrice storica comune. Non vi è dubbio che i bibliografi enumerativi classici, per i quali la bibliografia consta principalmente nella redazione di “elenchi di libri” ordinati in base a un principio costante, si situano in un orizzonte teorico e metodologico assai distante da quello dei bibliografi analitici, il cui obiettivo è quello di effettuare una descrizione di un libro finalizzata a ricostruirne la genesi materiale e testuale. Tuttavia, come evoca, ecumenicamente, la citazione di McKenzie qui riportata, lo «scrivere di libri» accomuna, sulla base di tratti caratterizzanti diversi, comunità interpretative che hanno a che fare con i libri e con le nuove modalità di produzione e organizzazione dei contenuti documentari digitali. Certo, è sotto gli occhi di tutti la linea di frattura, la faglia, che introduce elementi di divergenza tra le pratiche disciplinari relative al libro nella sua tradizionale conformazione gutenberghiana e quelle invece aventi per oggetto le mobili, fluide, ubique informazioni digitali.

Come possiamo inquadrare, sinteticamente e con chiarezza, queste problematiche? Come può qualificarsi, da questo punto di vista, uno «scrivere di libri» che voglia consapevolmente inserirsi nel composito alveo del pensiero bibliografico? Potremmo intanto ribadire che tutte le articolazioni disciplinari che prenderemo in esame condividono, in buona misura, l’oggetto delle proprie attenzioni: si occupano di libri. Il libro, come sanno in particolare coloro che lo hanno eletto oggetto d’attenzione dei propri studi o interessi (e come vedremo nei capp. 3 e 7), è un oggetto molto complesso, fortemente polisemico, nel quale si intrecciano elementi di natura materiale (carta, colla, inchiostro, pelle, legno ecc.) e altri che veicolano contenuti di natura testuale e intellettuale; elementi che in ultima istanza sono nel loro insieme “segni” dotati di materialità, tracce impresse su un supporto, dislocati anche sotto il profilo ontologico in due dei “mondi” del filosofo Karl Popper: il terzo, in cui risiedono i «prodotti della mente umana», e il primo, il «mondo fisico». Tutto ciò premesso, risulta in ogni caso quantomeno problematico ricondurre a un ambito disciplinare dai tratti condivisi le opere e i punti di vista di autori così eterogenei come Schneider e Tanselle, Innocenti e Caproni, Serrai e Atkinson. Il primo dei problemi è certamente costituito dalla dimensione storica straordinariamente ampia del territorio dell’indagine che, anche se limitato al solo costituirsi della bibliografia in età moderna, include fenomeni culturali fondanti nella storia culturale dell’Occidente europeo; ciò è evidenziato in particolare dalle oltre 7.000 pagine della monumentale Storia della bibliografia di Alfredo Serrai. Il secondo riguarda la natura di quella “faglia digitale” cui prima si è fatto riferimento, riconducibile all’affermarsi del concetto, per certi versi paradigmatico, della società dell’informazione, caratterizzato dalla migrazione dei contenuti degli oggetti documentari in un formato normato in ultima istanza dalla logica binaria dei bit.

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L’evidenza del primo di questi problemi sembra palese. Ragionare intorno al libro, e alla sua complessità oggettuale, testuale, intellettuale, simbolica, comunicativa, ci obbliga a situarci in un campo disciplinare, e metadisciplinare, talmente intricato che non può che evocare l’antica e tuttavia ancora espressiva – e inquietante – metafora del labirinto. Se già è difficile definire il perimetro di una disciplina che stenta a riconoscere la “forma” del proprio oggetto, non c’è da meravigliarsi che i prodotti di queste pratiche disciplinari, cui sono sottese configurazioni paradigmatiche diverse, siano anch’essi assai diversi. Sotto il profilo storico queste considerazioni debbono essere riferite alle potenti e continue riconfigurazioni che il “libro” ha vissuto nella sua plurimillenaria storia, lungo la quale il termine e il concetto sono migrati attraverso supporti diversi (papiro, pergamena, carta, bit veicolati dalle memorie digitali), forme diverse (volumen, codex, libro stampato manualmente e meccanicamente, libro elettronico). Questi fenomeni tuttavia – trattati nei capp. 3 e 7 –, almeno fino alla metà del XX secolo, non avevano del tutto intaccato la tenuta della forte correlazione istituibile tra forma fisico-testuale del libro e concetto di “documento”; le culture postmoderne, in particolare, hanno fatto ritenere che l’evaporazione o l’attenuazione non solo del concetto di “documento” (esaminato nel cap. 5), ma proprio del concetto di “oggetto”, desse origine a un contesto culturale in cui vortici di incessanti interpretazioni negavano in ultima istanza l’esistenza degli stessi “fatti”, tra cui si situano evidentemente anche quelli bibliografici e documentari.

Tornando in maniera più dettagliata al campo della bibliografia tradizionalmente intesa, possiamo intanto affermare che le culture del libro e le pratiche bibliografiche ad esso connesse si sono definite e stratificate soffermando la propria attenzione ora sul libro nella sua apparenza oggettuale, ora sulle caratteristiche tipografico-editoriali, ora su quelle socio-testuali, ora su quelle pertinenti ad alcuni attributi del libro, rappresentativi della sua identità (autori, titoli, soggetto ecc.), sulla base delle quali delimitare e dare origine a elenchi, in quanto tali tendenzialmente ordinati; ragionevole chiedersi, in tal senso, se queste trasformazioni investano o meno l’essenza del libro, la sua “librarietà” o “libritudine”, e quale sia il grado di “documentarietà” da associare alla natura dell’oggetto. Ancora più delicate le implicazioni teoriche e metodologiche derivanti dalla diffusione attraverso la rete dei documenti digitali, nella cornice tecno-sociale della società dell’informazione. Il problema di fondo, qui, non è costituito dal fatto che l’“informazione” viene estratta e astratta dalla componente fisica del documento. È evidente (e lo discuteremo nel cap. 4) che l’informazione non è una “cosa”, annidata e nascosta in qualcosa d’altro; informativi, invece, posso essere designati i contesti interpretativi che si situano tra testi, indici, lettori, distanti nello spazio e nel tempo.

Il problema di fondo, dunque, è costituito dal passaggio della “forma” della registrazione dalla memoria individuale (biologica e culturale), collettiva e istituzionale a una memoria – dalla fisionomia ancora incerta – esteriorizzata nelle procedure computazionali delle macchine. La disponibilità crescente e a basso costo di frammenti granulari di informazioni digitali, derivate da digitalizzazione o native in quel formato, ha iniziato a rendere disponibili e utilizzabili nuovi oggetti, all’inizio scarsamente strutturati, i cui attributi documentari fondanti non erano né autoevidenti né chiari né netti. A poco è servito dare origine a una neodisciplina, la “scienza dell’informazione”, che eleggesse proprio intorno a quelle entità oggettuali, che via via popolavano l’ipertesto globale, la propria dimora disciplinare. Certo non è inutile o irrilevante (tutt’altro) capire come le macchine gestiscano ed elaborino le informazioni in esse codificate; nel volume si sosterrà piuttosto che il problema di fondo è rappresentato dalla transizione tra due modelli di memoria, la prima a fondamento biologico-culturale, e la seconda a fondamento culturale e digitale. Le discipline del Web, anche lasciando sullo sfondo gli approcci di natura più decisamente tecnocratica e deterministica, hanno spesso focalizzato la propria attenzione sugli elementi di discontinuità lungo la complessa tradizione qui evocata, che vedeva nell’affermarsi della rete una luccicante ed entusiasticamente accolta promessa di libertà. La faglia digitale prodotta e gli sciami di informazioni digitali distribuite nell’infrastruttura tecno-documentaria del “docuverso” (per riprendere il celebre termine coniato da Ted Nelson) hanno infine dato origine alle ultime metafore su cui si fondano i principali pre-paradigmi contemporanei, dalla biblioteca digitale all’ipertesto, dal Web sociale al Web semantico. Da un lato, dunque, la Galassia Gutenberg, e dall’altro le praterie aperte e sconfinate dell’informazione digitale.»