“Canto 3 del Purgatorio“: parafrasi

Il canto costituisce un ulteriore episodio dell’ampia sequenza (canti I-IX) dedicata all’Antipurgatorio, ovvero alle varie schiere di anime che, avendo procrastinato il loro pentimento per svariati motivi, devono aspettare più o meno a lungo prima di avere accesso al Purgatorio vero e proprio (la porta del secondo regno, in effetti, compare solo nel canto IX). In particolare, questo terzo canto ci presenta la prima di queste schiere: quella dei morti scomunicati, ma salvi perché pentiti dei loro peccati, sia pure all’ultimo momento della loro esistenza. Si tratta di una situazione spirituale estrema, che Dante propone nella sua radicalità: da una parte il giudizio degli uomini, dall’altra quello di Dio; da una parte la condanna della Chiesa, dall’altra il perdono divino; da una parte ciò che può sembrare plausibile e giustificato agli occhi del mondo, dall’altra il rapporto diretto, misterioso, fra l’anima e il suo creatore. A illustrare la radicalità di questa contrapposizione, Dante sceglie un esempio clamoroso. Al centro del canto, infatti, campeggia la figura di Manfredi di Svevia, il figlio dell’imperatore Federico II; nemico della Chiesa, eretico ed epicureo come il padre, come il padre scomunicato; caduto a Benevento, nel 1266, combattendo contro i francesi di Carlo d’Angiò alleati del papa e, naturalmente, considerato da tutti preda di Satana. Manfredi, invece, è salvo. Sul campo di battaglia, negli ultimi istanti della sua vita, egli si è raccomandato alla misericordia di Dio, e ciò è stato sufficiente a salvargli quell’anima che gli uomini considerano dannata. Perché appunto, un conto è il giudizio degli uomini, anche degli uomini di Chiesa, e un conto è il segreto colloquio che ogni anima intrattiene, fino all’ultimo, col padre di ogni misericordia.

Peraltro, l’incontro con Manfredi e con la sua schiera occupa soltanto la seconda metà di questo canto.

La prima parte del canto, invece, è incentrata su Virgilio e sul nuovo aspetto che questo personaggio va assumendo nella nuova situazione purgatoriale. Siamo di fronte, infatti, a un Virgilio diverso rispetto a quello dell’Inferno: il maestro, la guida, il “padre” si rivela qui fallibile, incerto, maldestro e smarrito; goffo con Catone, nel primo canto, distratto rispetto ai suoi doveri, nel secondo; in questo terzo canto trafitto dal rimorso e insolitamente reattivo di fronte al comprensibile sconcerto di Dante, quando questi vede proiettata sulla spiaggia, di fronte a sé, soltanto la sua ombra. È che Virgilio si sta avventurando in un paesaggio che neanche lui conosce, e in una dimensione – l’attesa della salvezza – che non soltanto gli è ignota, ma interdetta. Questo spiega perché egli “salti”, dalla spiegazione dei corpi fittizi (che poi è una non-spiegazione, perché in realtà nessuno ne conosce la natura) ai misteri sommi della rivelazione cristiana, come la Trinità e l’incarnazione: ogni occasione è buona, si direbbe, per far emergere il rovello della propria esclusione, del proprio frustrato desiderio di verità; della propria estraneità ai misteri della fede cristiana e, quindi, al cammino di salvezza a cui, invece, tutti sono avviati, intorno a lui, a cominciare dal proprio discepolo. D’altronde, in questa reazione il personaggio incarna i limiti della ragione umana e ancor più della civiltà pagana che egli rappresenta e che di quella ragione è stata l’espressione più alta; sì che il rammarico di Virgilio, di fronte al proprio “paradiso perduto”, esprime anche la pensosa meditazione dantesca di fronte a una tradizione di cultura tanto amata e ammirata, ma condannata a una nostalgia infinita e tormentosa di verità.

La seconda parte del canto, che vede l’incontro con la schiera degli scomunicati e con Manfredi, presenta una situazione apparentemente contraddittoria. Da una parte queste anime sono descritte timidette come pecorelle, impressionabili, emotive, facili allo stupore e allo spavento; dall’altra, queste sono anime di individui sanguinari e spregiudicati, morti in spregio della Chiesa e della religione. Dante riconcilia stupendamente questi due aspetti in Manfredi. Biondo, bello, di gentile aspetto, seducente nei modi affabilmente cortesi, il principe svevo racconta, però, una storia a tinte forti: una vita di peccato (Orribil furon li peccati miei…), la sua morte in battaglia, la sua sepoltura sconsacrata, l’odio della Chiesa che lo perseguita oltre la morte; il dubbio che anche la figlia, la bella e buona Costanza, dia la sua anima per perduta. Con Manfredi si annuncia il modulo psicologico fondamentale di tutto il Purgatorio, in cui la vita terrena, pur oggetto di continua memoria e ruminazione interiore (in questo consiste, anche, la pena dei purganti) viene però allontanata in prospettiva, e rivissuta magari con punte di accorata nostalgia, ma senza rancori, senza risentimenti, senza passione. Una grande pace si è fatta in queste anime: il ricordo della loro vita peccaminosa duole ancora, ma, ormai, nella persuasione consolante del perdono di Dio.

tratto da Dante Alighieri, Commedia, Purgatorio, a cura di Riccardo Bruscagli e Gloria Giudizi, Zanichelli editore