Peraltro, l’incontro con Manfredi e con la sua schiera occupa soltanto la seconda metà di questo canto.
La prima parte del canto, invece, è incentrata su Virgilio e sul nuovo aspetto che questo personaggio va assumendo nella nuova situazione purgatoriale. Siamo di fronte, infatti, a un Virgilio diverso rispetto a quello dell’Inferno: il maestro, la guida, il “padre” si rivela qui fallibile, incerto, maldestro e smarrito; goffo con Catone, nel primo canto, distratto rispetto ai suoi doveri, nel secondo; in questo terzo canto trafitto dal rimorso e insolitamente reattivo di fronte al comprensibile sconcerto di Dante, quando questi vede proiettata sulla spiaggia, di fronte a sé, soltanto la sua ombra. È che Virgilio si sta avventurando in un paesaggio che neanche lui conosce, e in una dimensione – l’attesa della salvezza – che non soltanto gli è ignota, ma interdetta. Questo spiega perché egli “salti”, dalla spiegazione dei corpi fittizi (che poi è una non-spiegazione, perché in realtà nessuno ne conosce la natura) ai misteri sommi della rivelazione cristiana, come la Trinità e l’incarnazione: ogni occasione è buona, si direbbe, per far emergere il rovello della propria esclusione, del proprio frustrato desiderio di verità; della propria estraneità ai misteri della fede cristiana e, quindi, al cammino di salvezza a cui, invece, tutti sono avviati, intorno a lui, a cominciare dal proprio discepolo. D’altronde, in questa reazione il personaggio incarna i limiti della ragione umana e ancor più della civiltà pagana che egli rappresenta e che di quella ragione è stata l’espressione più alta; sì che il rammarico di Virgilio, di fronte al proprio “paradiso perduto”, esprime anche la pensosa meditazione dantesca di fronte a una tradizione di cultura tanto amata e ammirata, ma condannata a una nostalgia infinita e tormentosa di verità.
La seconda parte del canto, che vede l’incontro con la schiera degli scomunicati e con Manfredi, presenta una situazione apparentemente contraddittoria. Da una parte queste anime sono descritte timidette come pecorelle, impressionabili, emotive, facili allo stupore e allo spavento; dall’altra, queste sono anime di individui sanguinari e spregiudicati, morti in spregio della Chiesa e della religione. Dante riconcilia stupendamente questi due aspetti in Manfredi. Biondo, bello, di gentile aspetto, seducente nei modi affabilmente cortesi, il principe svevo racconta, però, una storia a tinte forti: una vita di peccato (Orribil furon li peccati miei…), la sua morte in battaglia, la sua sepoltura sconsacrata, l’odio della Chiesa che lo perseguita oltre la morte; il dubbio che anche la figlia, la bella e buona Costanza, dia la sua anima per perduta. Con Manfredi si annuncia il modulo psicologico fondamentale di tutto il Purgatorio, in cui la vita terrena, pur oggetto di continua memoria e ruminazione interiore (in questo consiste, anche, la pena dei purganti) viene però allontanata in prospettiva, e rivissuta magari con punte di accorata nostalgia, ma senza rancori, senza risentimenti, senza passione. Una grande pace si è fatta in queste anime: il ricordo della loro vita peccaminosa duole ancora, ma, ormai, nella persuasione consolante del perdono di Dio.
tratto da Dante Alighieri, Commedia, Purgatorio, a cura di Riccardo Bruscagli e Gloria Giudizi, Zanichelli editore



