“Canto 2 del Purgatorio“: parafrasi

Siamo ancora sulla spiaggia del Purgatorio. Con una delle sue consuete (e complicate) speculazioni astronomiche, Dante precisa che saranno state ormai le sei: l’aurora, da bianca e rossa, cedeva ormai al colore dorato del pieno giorno. Catone è sparito, i riti d’ingresso sono stati compiuti, ma Dante e Virgilio sono rimasti senza una direzione precisa, incerti sul cammino da prendere. Ancora una volta, il testo è insieme racconto e sovrasenso. Da una parte ci viene rappresentata con perfetta verosimiglianza la situazione di due nuovi arrivati sulla riva di un continente sconosciuto, dall’altra nella loro incertezza e nel loro smarrimento si legge la fragilità morale dell’anima che, pur indirizzata al bene e salvata dal pericolo infernale, non sa da che parte cominciare il suo itinerario interiore di rieducazione morale e spirituale. Questo canto, anzi, ha proprio il compito di mostrarci al vivo questa fragilità dell’anima all’inizio del suo cammino: il suo lento, progressivo aggiustarsi alla prospettiva di un lungo e a volte tormentoso protocollo di penitenze, che l’attende su per i gradoni della montagna sacra. In questo senso è da notare la differenza con cui si “entra” in Purgatorio, rispetto all’Inferno. All’Inferno si entrava in modo brutale, traumatico, sotto i colpi di remo di Caronte; dopo l’attraversamento dell’Acheronte seguiva il giudizio di Minosse e le anime dannate venivano scaraventate giù al posto loro assegnato. In Purgatorio, invece, si entra dopo una lunga paziente attesa, macerandosi di desiderio intorno alle prime falde della montagna: non sarà un caso se l’ingresso nella prima vera e propria penitenza purgatoriale avrà luogo non prima del canto IX.

Questo canto ha anche il compito di spiegarci come le anime purganti arrivano al loro luogo di pena. Infatti, proprio mentre Dante e Virgilio si guardano intorno perplessi, ecco un punto luminoso che si muove sulla distesa marina a incredibile velocità. Via via che si avvicina, esso si rivela per quello che è: la navicella meravigliosa che trasporta le anime dei morti dal loro luogo di raccolta, in riva al Tevere, alla spiaggia del Purgatorio. A poppa, un angelo di splendore abbagliante: la prima manifestazione di quella sublime bellezza divina che da ora in poi accompagnerà Dante sino alla fine del suo viaggio. Durante la traversata, le anime cantano un salmo: In exitu Isräel de Aegypto. È il salmo che inneggia alla liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù del faraone: testo perfetto a significare la liberazione di questi spiriti dall’esilio nella loro vita terrena e il loro tragitto verso la vera patria, la vera Terra Promessa. Allo stesso tempo il loro salmo ci introduce a uno degli elementi ricorrenti del Purgatorio dantesco, dove il canto, collettivamente eseguito, accompagna di continuo il cammino penitenziale delle anime, come una vera e propria liturgia; anzi, come un vero e proprio programma di terapia musicale. Fra le anime sbarcate c’è Casella: personaggio di cui nulla sappiamo, se non quello che ci fa capire qui Dante, ma che risulta essere amico fraterno del nostro poeta; esperto musico, anzi, sembrerebbe, responsabile consueto della messa in musica della poesia dantesca. E infatti, sulla spiaggia del Purgatorio, Dante, Casella, Virgilio e le altre anime si concedono un intervallo di respiro dalle gravi preoccupazioni della loro condizione di purganti. Su richiesta di Dante, Casella intona Amor che ne la mente mi ragiona, la canzone dantesca del terzo libro del Convivio: qui presentata fra l’altro come canzone “amorosa”, mentre nel trattato essa è piuttosto una canzone filosofica e l’Amor che vi si celebra è quello della sapienza. Intermezzo dunque musicale; testo di svago e vagheggiamento amoroso. Musico e pubblico non sembrano rendersi conto di quanto incongrua sia adesso la loro situazione rispetto al luogo dove si trovano e ai doveri che incombono su di loro. Ma ci pensa Catone, piombato in mezzo al gruppo, a rampognarli severamente e a ricondurli a una retta gerarchia di priorità: «Cosa vi piglia? Che indugio è questo? Su al monte, a cominciare le vostre penitenze!». Gli spiriti si disperdono, spauriti, verso le falde della montagna, e Virgilio e Dante con loro.

L’episodio è indicativo dello stato iniziale di queste anime purganti. È come se esse non si rendessero ben conto, non ancora, della loro veritiera condizione. Morti, appaiono ancora legati (lo vedremo nei prossimi canti) alla nostalgia o almeno al vivo ricordo della vita appena abbandonata; salvi, sembrano essi stessi sbalorditi, talvolta, di aver conquistato la salvezza eterna; impazienti di giungere alla beatitudine, devono imparare, invece, che l’itinerario sarà ancora lungo e penoso, sia pure rischiarato da una ferma speranza. La facilità con cui gli spiriti di questo secondo canto (e anche Dante e Virgilio stesso) si lasciano distrarre dal fascino mondano di una bella e raffinata canzone d’autore ci dice quanto essi siano ancora vulnerabili, impressionabili, psicologicamente labili. Sarà lunga la via della piena riconquista del proprio retto giudizio, della propria autentica libertà morale.

tratto da Dante Alighieri, Commedia, Purgatorio, a cura di Riccardo Bruscagli e Gloria Giudizi, Zanichelli editore