«Quando Dante leva un poco il capo per manifestare la sua gratitudine a Beatrice che gli ha insegnato la vera natura e la causa delle macchie lunari, una nuova visione attrae il suo sguardo e lo riempie di meraviglia. Sullo sfondo luminoso del pianeta si delineano volti e figure di persone umane, così tenui peraltro e indefinite nei contorni da parere immagini riflesse da un vetro trasparente e terso o da uno specchio d’acqua limpida immobile e poco profonda. Il poeta cade appunto dapprima nell’errore di crederle immagini rispecchiate di persone collocate alle sue spalle e si volta indietro istintivamente, ma Beatrice lo ammonisce che si tratta di vere sostanze poste in questo cielo più basso perché vennero meno ai loro voti sulla terra. Dante allora, rivolgendosi a quella fra le ombre che gli pare più ansiosa di parlare, le chiede di rivelargli il suo nome e la sua condizione. È Piccarda Donati, il cui destino di beatitudine gli era stato preannunziato nel Purgatorio dall’amico suo e fratello di lei Forese. Entrata fin da fanciulla nel monastero delle clarisse in Firenze, era stata poi da quella clausura strappata a forza da Corso e dagli altri malvagi fratelli, e costretta ad andare sposa a Rossellino della Tosa; e la pena della subita violenza era stata così forte in lei da farla morire presto, come ci fan sapere le cronache antiche, di crepacuore. Ora ella rievoca la sua storia con parole velate, nel tono triste di chi rifugge dall’affisare lo sguardo su una realtà dolorosa e ancora si sforza di mantenere immune da quel contatto, che lo contamina, il suo fragile ideale di purezza. Mentre è pur costretta a giudicare, vuole che dal suo giudizio sia allontanata ogni nota di personale rancore. Gli esecutori materiali della violenza, e i loro mandanti, tra cui il fratello Corso, e gli altri della sua gente cupida e faziosa, non sono nominati, ma designati con una perifrasi generica — «… uomini a mal più ch’a ben usi» — per cui la condanna del loro male operare viene a colpire non tanto le persone singole quanto piuttosto un mal costume diffuso e il retaggio di un’educazione distorta. L’accento batte sul ricordo della «dolce chiostra», accarezzando nel rimpianto l’immagine di quell’oasi di pace e di preghiera, alle cui soglie dovevano spegnersi i rumori e le passioni del secolo. Le ultime parole stendono un velo di pudico silenzio sull’esistenza successiva di quell’anima offesa: «Iddio si sa qual poi mia vita fusi»: Dio solo nel suo segreto è testimonio di quel dolore, che, chiuso nel segreto di una coscienza, è rimasto ignoto agli uomini. Del resto il dolore, il rimpianto, l’onta stessa del torto subito, si collocano ormai per Piccarda in uno spazio infinitamente remoto: chi parla è uno spirito che ha trovato la sua pace nella volontà divina, ha toccato il porto ove si placa ogni tumulto di mondana tempesta.
A Dante, che le chiede se lei e le altre anime poste in quel remoto grado di beatitudine invidino la sorte degli spiriti più fortunati, risponde che nel Paradiso la misura della felicità è in proporzione delle capacità di ciascuno e tale da appagarlo pienamente; ché anzi essa beatitudine consiste appunto in un totale adeguamento alle disposizioni divine. Gli accenna poi un altro spirito, che risplende accanto a lei di tutto il lume della spera: è Costanza d’Altavilla, che anche lei fu suora e poi costretta ad abbandonare il chiostro, allorché una crudele ragione di stato (se prestiamo fede alla leggenda qui accolta da Dante) le impose il matrimonio con Enrico di Svevia, onde divenne madre dell’ultimo imperatore di quella stirpe, Federico II. Appena ha finito di parlare, Piccarda intona l’Ave Maria e, cosi com’era apparsa d’un tratto, evanescente, cosi svanisce rapida «come per acqua cupa cosa grave». Le due immagini, che ritraggono, all’inizio e alla fine del canto, quell’apparire e scomparire di labili forme, traducono entrambe in termini di miracolosa evidenza fantastica, una realtà disincantata e rarefatta, dove i colori e le forme tendono a sfaldarsi e a venir meno; entrambe hanno il compito di sottolineare una fase di sospensione e di trapasso, nella materia del discorso e negli schemi espressivi, dove la figura umana, e il contenuto affettivo che le aderisce, ancora sopravvivono, se pur ridotti a tenue fantasma e spassionata memoria, prima di sciogliersi, come avverrà nei cieli seguenti, in pure luci e in simboliche moralità . Alla rarefazione della materia figurativa e plastica corrisponde, in ogni punto della rappresentazione, un’analoga rarefazione della materia sentimentale: come i lineamenti dei corpi diventano evanescenti e si spiritualizzano, così si allontanano e si dissolvono le memorie delle vicende terrene, col loro peso di dolore e di pentimento: che è il tema di fondo, appunto, dell’episodio di Piccarda, sul quale s’innesta e corre l’altro tema dominante dell’umana volontà di bene, di per sé debole e scarsa, che si redime appagandosi in un totale abbandono e nella raggiunta conformità al giusto volere di Dio.»
tratto da La Divina Commedia vol. III Paradiso, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice