“A me non è permesso” di Stefano Fiore

A me non è permesso, Stefano FioreA me non è permesso
di Stefano Fiore
LuoghInteriori editore

È la storia di una nevrosi, che inibisce e deforma in modo grottesco la vita amorosa di un uomo.

Fin dal titolo e dall’immagine di copertina, che rappresenta il mito di Sisifo, si comunica l’impossibilità percepita dal protagonista di poter mai accedere alla sfera dell’amore e del sesso, di poter mai essere o diventare “come tutti gli altri”: una sorta di condanna esistenziale precoce, che lo obbliga a girare sempre a vuoto mettendo in atto tentativi disperati che sa già fin dall’inizio essere destinati al fallimento, ma da cui non si può esimere, pena la rinuncia definitiva a vivere, e lo sprofondamento in uno stato depressivo paralizzante.

Il “pianeta donna” per lui è una mission impossibile: anche semplicemente conoscere delle donne, entrare in contatto con loro a un livello di pura convenzione sociale, e poi cento volte di più praticare “l’approccio”, e arrivare al traguardo mitico e fantasticato di “farci qualcosa”, in termini sia di relazione che di prima pura e semplice esperienza sessuale, diventa un’ossessione permanente e autofrustrante, come quella di un asino che insegua eternamente la carota che gli pende sul muso legata a un filo

È una narrazione intimistica che si snoda sul modello delle libere associazioni psicoanalitiche, un po’ sulla falsariga del modello affermato in Italia da “Il male oscuro” di Giuseppe Berto.

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A me non è permesso
  • Fiore, Sefano (Autore)

Ma questa storia così interiore e personale, così anche ripetitivamente autoreferenziale, al tempo stesso va a lambire argomenti e tematiche di grande e scottante interesse generale e attualità: l’identità di genere, i ruoli sociali sempre connessi al presunto (obbligatorio?) genere di appartenenza, l’orientamento sessuale e le sue mille sfumature e declinazioni: il protagonista dubita coscientemente, che la propria identità personale comprenda la componente di genere, e al tempo stesso si chiede se questo può essere possibile; non gli piace pensare a se stesso come a un uomo, preferisce definirsi “una persona”: sperimenta un totale e quasi feroce rifiuto di identificarsi con la propria dimensione fallica, e perciò uomini e donne che invece la vivono in modo apparentemente spontaneo e naturale, gli sembrano marziani, alieni bizzarri dai quali lui si sente radicalmente diverso e tagliato fuori, senza possibilità di integrazione o di semplice rapporto.

Trova risonanze identitarie nei classici, a partire dagli “uomini femminilizzati” di Fenichel, e poi nei “soft males” di Robert Bly e Claudio Risè: fino a connettersi all’altro estremo temporale della parabola di concettualizzazioni sull’argomento, domandandosi se per caso non gli capiti di essere “asessuale”.

Non si sente uomo, ma gli piacciono le donne: e al tempo stesso gli piacciono le donne, ma non gli piace il “normale” sesso penetrativo con loro, che non riesce nemmeno a rappresentarsi in fantasia.

Tutta la sua problematica resta sempre in equilibrio instabile fra la sfera amorosa e quella della nevrosi esistenziale generale, chiamata in causa da genitori disfunzionali, da una storia familiare infelice, e da un ambiente di provenienza autoritario e anaffettivo.

Resta aperta la questione di fondo, se il problema sia limitato e circoscritto all’ambito delle relazioni d’amore, o se invece non sia altro che una conseguenza, un effetto collaterale, dello sviluppo di una struttura di personalità connotata da passività e da deficit di aggressività.

Il tutto raccontato con un mix di distacco e ironia, che rende leggera e scorrevole una narrazione fatta di contenuti ed esperienze angosciose e soffocanti.

La lunga carrellata di fidanzate esplicitamente “matte” – e che matte!: non per modo di dire!, che pare siano le uniche donne che riesce ad approcciare e che gli concedono un’apparente possibilità, per poi sfilargliela da sotto il naso sul più bello, strappa un sorriso, e al tempo stesso un senso di incredulità nel lettore.

E, infine, questa narrazione si snoda attraverso cinquant’anni di storia italiana, dai primi anni sessanta in poi, con molti riferimenti a prodromi collocati nel passato anteguerra: fascismo e antifascismo, guerra civile, boom economico, la violenza degli anni di piombo, il “riflusso”, la bolla economica dell’era del pentapartito, la lievitazione dai piedi di argilla e il successivo sgonfiarsi del settore informatico italiano nella generale crisi dei primi novanta, sono toccati e chiamati in causa come cornice necessaria di una vicenda che è al tempo stesso personalissima, ma anche radicata in un contesto esterno che la modella e la indirizza.

La conclusione resta aperta; non c’è un lieto fine, ma neanche una disfatta definitiva: forse, molto forse, in conclusione si delinea faticosamente la silhouette di una soluzione personale tardiva e anticonformista.

L’Autore

Stefano Fiore, nato a Messina nel 1960, vive e lavora a Roma. Laureato in Scienze Politiche e Psicologia, ha fatto per vent’anni l’informatico in una multinazionale, per poi passare a un ruolo amministrativo nella PA. Psicologo e grafologo, ha pubblicato nel 2022 insieme con Edoardo Giusti il saggio La personalità schizoide: per nativi digitali e informatici consapevoli. Collabora con la rivista grafologica “Il Nuovo Giardino di Adone”, di cui fa parte del comitato scientifico.

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