“«Noi figli di Roma». Fascismo e mito della romanità” a cura di Elvira Migliario e Gianni Santucci

Prof.ssa Elvira Migliario, Lei ha curato con Gianni Santucci l’edizione del libro «Noi figli di Roma». Fascismo e mito della romanità, pubblicato da Le Monnier: che ruolo svolse, il mito di Roma, per il regime fascista?
«Noi figli di Roma». Fascismo e mito della romanità, Elvira Migliario, Gianni SantucciL’incidenza e la centralità del mito di Roma antica nei vari ambiti della vita pubblica dell’Italia fascista sono fenomeni oramai riconosciuti e largamente studiati dalla storiografia più recente: la riflessione sul tema, ampliatasi notevolmente nell’ultimo ventennio, si è articolata in vari filoni di ricerca dei quali G. Santucci ed io abbiamo inteso produrre una sintesi aggiornata che privilegiasse quelli meno frequentati o solo parzialmente esplorati. Il mito della romanità ha infatti permeato l’universo simbolico fascista per l’intera durata del regime, che riconosceva nella vicenda storica romana un modello insuperato di predominio militare, di forza politica, di esercizio del potere, e di virtù civiche, oltre a trovarvi un repertorio pressoché inesauribile di moduli estetico-iconografici; questi, interpretati e riutilizzati più o meno disinvoltamente, furono cruciali per l’elaborazione dei codici narrativi e delle ritualità su cui il fascismo fondò la propria ideologia e la propria autorappresentazione. La vicenda storica nazionale veniva infatti riletta a ritroso come uno snodarsi coerente di eventi che, a partire dall’epoca trionfale della romanità, soprattutto quella di età imperiale (ma non soltanto: le guerre repubblicane contro Cartagine potevano fornire un ottimo antecedente a imprese coloniali presentate come un ‘ritorno’ in quell’Africa che già era stata romana, e in questo senso furono utilizzate strumentalmente dalla propaganda mediatica), avevano preparato nel corso dei secoli l’avvento dell’Italia fascista: in una prospettiva di storicismo dichiaratamente teleologico, i fasti di un passato illustre venivano rinnovati e portati a pieno compimento da una nazione che si pretendeva protagonista di una nuova era, di realizzazioni grandiose e di successi internazionali. Nel 1937 la grande «Mostra Augustea della Romanità» consacrò definitivamente il mito di Roma quale pilastro e fondamento dell’ideologia fascista, con l’affermazione esplicita di una stretta continuità tra il passato e il presente, nel quale si era realizzato il «rinascere dei segni e delle istituzioni romane antiche nel Fascio, nella Milizia, in tutta la vita dell’Italia fascista». Proclamarsi erede e continuatore moderno della romanità consentiva al regime di presentarsi come autore di un impero romano nuovo, che grazie alla politica coloniale avrebbe riprodotto il predominio nel Mediterraneo e l’azione civilizzatrice di quello antico.

In che modo il fascismo si appropriò dell’eredità di Roma?
Innanzitutto, facendo ricorso mediante analogie spesso arbitrarie o fuorvianti a vicende e personaggi (oggetto di una «appropriazione selettiva» attuata in fasi diverse) di un passato che veniva reinterpretato e narrato come il momento più alto e glorioso della storia nazionale, a cui si attingeva sia per individuarvi antecedenti che potessero giustificare scelte politiche e istituzionali, sia per trarne modelli culturali che, rielaborati con modalità e a livelli diversi da accademici e intellettuali più o meno schierati col regime, venivano riproposti ai vari settori della società e pervadevano tutti gli ambiti della vita pubblica. La romanità divenne oggetto di un’amplificazione mediatica enorme che, mirando a raggiungere la totalità di una popolazione in grande maggioranza scarsamente acculturata, si avvalse innanzitutto del cinema, il cui potenziale propagandistico di mezzo di comunicazione di massa in assoluto più diffuso e trasversale veniva riconosciuto dallo stesso Mussolini. Più che la filmografia a soggetto romano, che nel complesso ebbe esiti deludenti (il suo prodotto più ambizioso, Scipione l’Africano, fu un flop), riscossero grande successo i numerosissimi documentari dell’Istituto LUCE dedicati a siti e monumenti antichi particolarmente dimostrativi della grandezza imperiale romana, che venivano illustrati e descritti come anticipatori del destino imperiale dell’Italia fascista: il presente era dichiaratamente posto in rapporto di diretta continuità col passato, con un appiattimento totale dell’orizzonte storico che annullava qualunque distanza cronologica tra romanità e attualità. Il processo di appropriazione dell’eredità romana, con una conseguente pretesa identificazione della Roma fascista con quella antica, fu portato avanti in ambiti diversi e sapientemente orchestrato da un apparato culturale poderoso, con esiti imponenti la cui portata viene ora generalmente e pienamente riconosciuta, nonostante gli aspetti caricaturali pur innegabili che ne hanno a lungo indotto la sottovalutazione. In particolare, fu dato enorme risalto mediatico all’opera di recupero e di valorizzazione dei resti archeologici che il regime promuoveva sia a Roma, sia in Tripolitania e Cirenaica; i tre bimillenari di Virgilio (1930), di Orazio (1936) e, soprattutto, di Augusto (1937) vennero celebrati grandiosamente; furono progettati e costruiti edifici, monumenti, spazi pubblici, interi quartieri (come l’EUR) dichiaratamente ispirati a quelli antichi, in uno stile «nazionale-romano» che, riutilizzando elementi architettonici e decorativi antichi, intendeva rivendicare l’appartenenza a una vicenda storica gloriosa, e segnare la sua ripartenza nell’Italia fascista che ne era erede e continuatrice. Ma la tensione appropriativa agiva in ogni aspetto della vita pubblica, dall’alto al basso: si promuoveva la nascita di centri culturali e di studi dedicati al culto di Roma antica; lo studio del latino e dell’antichità romana acquisivano nuovo spazio nei programmi scolastici; la milizia fascista era organizzata secondo schemi militari romani, e a forze armate e milizie del PNF fu imposto il ‘passo romano’ di marcia; il fascio littorio, già insegna dei magistrati romani di più alto grado, fu scelto quale simbolo del potere fascista; il calendario fu riformato mediante l’inserimento di nuove festività (il ‘Natale di Roma’) e della datazione in numeri romani. L’analisi portata avanti dalla storiografia sulla mole di interventi e realizzazioni che furono compiuti in nome e sotto il segno della romanità ha finalmente indotto a riconoscere in quale misura questa costituisse parte integrante della cultura fascista, e non ne fosse un semplice ornamento retorico o estetico, né un mero strumento propagandistico.

Come si articolò la costruzione del mito fascista della romanità?
La costruzione del mito di Roma quale base fondativa dell’ideologia del regime fascista procedette per tappe che scandirono l’intera durata del ventennio, ma ebbe un inizio improvviso e per molti versi inaspettato: se infatti già nell’aprile del 1922 Mussolini arringava i fascisti milanesi proclamandoli «figli di Roma», e nello stesso anno imponeva di denominare ‘coorti’ e ‘legioni’ i reparti delle milizie di regime, fino al 1921, anno in cui ideò la celebrazione del Natale di Roma (il 21 aprile sarebbe ufficialmente diventato festa nazionale a partire dal 1923) egli mantenne nei confronti della città e della sua vicenda storica un atteggiamento quanto meno ambiguo: ancora nel 1920, nel programma dei fasci di combattimento non si faceva alcun cenno della romanità, e neppure la stessa ‘marcia su Roma’ di due anni dopo trasse dichiaratamente ispirazione da eventi analoghi della storia romana antica. Una prima, importante svolta nell’elaborazione del mito di Roma quale fulcro della religione politica del fascismo, con ricadute presto divenute tangibili in tutti gli aspetti della vita nazionale, si ebbe nel 1923, quando furono emesse monete recanti il fascio littorio, che nel 1925 fu collocato su tutti gli edifici pubblici e nel 1926 fu dichiarato simbolo dello Stato; nello stesso 1923 fu iniziata la demolizione di ampi settori del centro storico di Roma, con l’intento sia di riportare alla luce gli edifici antichi che si ritenevano indegnamente obliterati dai quartieri medievali, sia di liberare nuovi spazi per avviare opere architettoniche e monumentali ispirate all’edilizia antica (la ‘Via dell’Impero’ sarà aperta nel 1932). Particolarmente significativa, tra le molteplici iniziative culturali di più alto livello avviate durante il primo decennio di regime, fu certamente l’istituzione dell’Istituto Nazionale Studi Romani (1925), ente creato allo scopo di sviluppare lo studio della romanità, e di promuoverne il mito. Tale processo di costruzione raggiunse il culmine negli anni ’30, con la celebrazione dei bimillenari di cui già ho detto: se nel 1930 quello di Virgilio, presentato come il cantore dell’ideologia imperiale, aveva costituito la prima occasione di sfruttamento propagandistico attualizzante di una grande personalità del mondo romano (mentre in tono minore venne celebrato nel 1936 il bimillenario di Orazio, la cui poetica ‘pacifista’ mal si adattava alla concomitante guerra d’Etiopia), la massima amplificazione fu invece data alla ricorrenza del 1937, che cadeva a un anno dalla proclamazione dell’impero. Oltre infatti alla grande «Mostra Augustea della Romanità» (1937-1938), nei cui spazi espositivi le riproduzioni di edifici e di monumenti antichi affiancavano quelle di «opere veramente romane del Fascismo», furono avviate in tutta Italia una serie di iniziative (convegni, progetti editoriali, serie filateliche, riproduzioni di statue di Augusto collocate in molte città) celebrative della figura del fondatore dell’impero romano che era oramai stato definitivamente individuato quale modello ispiratore del duce.

Che ruolo ebbe il diritto romano nella costruzione di una cultura giuridica fascista?
Il fascismo fece proprio ed esaltò il mito della grandezza del diritto romano, già presente nell’Italia borghese e liberale, ma anche in quest’ambito l’appropriazione fu selettiva, viziata dall’ideologia, e condotta applicando un evidente falso storiografico: si insisteva infatti sull’’italianità’ del diritto romano, negandone o ignorandone sia le radici mediterranee sia la presenza nei sistemi giuridici europei, e facendone invece un’eredità che solo l’Italia poteva rivendicare. Non a caso la retorica di regime insisteva su di un presunto diritto ‘italico’ quale espressione altissima dello ‘spirito’ o del ‘genio italico’, e parimenti esaltava la rinascita medievale del diritto italiano, che aveva conosciuto una nuova, seconda vita grazie ai glossatori bolognesi e ai grandi commentatori. Mentre le grandi ideologie totalitarie, nazionalsocialismo e comunismo, respingevano il diritto romano in quanto espressione vuoi dell’ideologia borghese e capitalista, vuoi di un preteso giudaismo, il fascismo vi vedeva il fondamento del successo e della potenza della civiltà romana antica, nonché la manifestazione più vitale e poderosa dell’eredità di Roma, e pretendeva pertanto di trarne ispirazione per la propria opera di trasformazione della struttura dello stato liberale e della società italiana. Ciononostante, le figure giuridiche romane individuate dall’ideologia fascista quali basi portanti della ristrutturazione sociale e istituzionale che il regime intendeva perseguire si dimostrarono di fatto inapplicabili ed ebbero nel complesso ricadute assai limitate nell’impianto legislativo, mostrando la completa e sostanziale estraneità della realtà statuale moderna rispetto al modello antico di cui si asseriva la riproposizione, e che invece non lasciò alcuna traccia concreta nel sistema normativo, giuridico e istituzionale del fascismo.

Che divario sussistette, tuttavia, tra le aspirazioni totalitarie in veste romano-imperiale del regime e l’architettura statuale concreta?
Il divario tra la realtà dello stato fascista e la sua immagine modellata su Roma antica fu incolmabile, in primo luogo perché la romanità come veniva interpretata e narrata dal fascismo doveva coniugarsi con la modernità che il regime proclamava essere il principio ispiratore della propria azione: poiché l’avvenire nasceva da Roma, solo di là si poteva arrivare a quel futuro di cui la romanità costituiva la base; il nuovo stato fascista intendeva costruire un’Italia moderna che si ponesse in completa continuità con quella romana, e i nuovi italiani sarebbero stati i romani della modernità. Pertanto, poiché Roma era stata la creatrice dello Stato e aveva segnato il culmine della potenza organizzativa statuale, era necessario seguire il suo esempio per intervenire sulla forma dello stato liberale e trasformarne la struttura. In realtà, ad esclusione della trasformazione del sistema elettorale che sostituì le elezioni con i plebisciti (1928) riutilizzando la denominazione romana, dal 1929 non sono più rintracciabili rimandi all’antichità romana né tra le leggi né tra le istituzioni; la stessa nascita dell’impero nel 1936, al di là della proclamata continuità con quello romano, fu sancita senza che il testo di legge che lo istituiva recasse alcun richiamo a Roma, né comportò alcun rimodellamento della statualità in senso romano-imperiale. Tutto il poderoso apparato ideologico-propagandistico messo in campo dal regime per costruire e sfruttare il mito di Roma non ebbe effetti tangibili su quella che fu la realtà del sistema normativo e della prassi governativa fascista, nemmeno a seguito delle suggestioni imperiali prodotte dal ‘nuovo’ impero sorto grazie al fascismo, che soppiantarono i richiami ai valori romano-repubblicani (disciplina, austerità, tenacia, rispetto delle gerarchie). Lo stesso ampliamento dei poteri del capo del governo (1925-1926) costituì una trasformazione costituzionale che si inserì senza troppe difficoltà nell’impianto dello stato liberale, benché il fascismo si presentasse come una ‘rivoluzione’, guidata da un capo-parte il cui ruolo di rivoluzionario/conservatore era coniato, appunto, sul modello augusteo: un modello senza conseguenze effettive sul piano costituzionale, ma assai più efficace e pervasivo su quello ideologico, dove una lettura attualizzata dell’esperienza augustea produceva l’identificazione del duce con il capo-parte antico, autore di una rivoluzione mutatasi in una restaurazione valoriale dalla quale era potuto sorgere l’impero.

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