Fra religione e demografia ci sono numerose relazioni. Uno degli eventi che oggi definiamo in demografia e in sociologia “transizione allo stato adulto” corrispondeva a rituali significativi nelle società antiche, da quelle preistoriche a quelle storiche più vicine a noi. L’etnia si intreccia con il concetto di Credo per dare forma ai riti che contraddistinguono il passaggio dall’infanzia alla pubertà, dalla soggezione agli anziani delle tribù allo stato di persona indipendente dalla famiglia di origine, attraverso tutta una serie di regole. Alcuni riti si perpetuano ancora oggi in svariati popoli africani e asiatici; in certi casi si tratta di usi cruenti, con tradizioni di interventi sul corpo dei giovani adulti. Pensiamo alla scarificazione, un tipo di tatuaggio a cicatrici, oppure alla mutilazione genitale femminile, che è una pratica terribile ancora diffusa soprattutto nell’Africa orientale, come in Somalia, Eritrea e Egitto. In sintesi, gli antichi consideravano “divino” tutto ciò che, in Natura, non riuscivano a spiegare: la Pioggia, il Cielo, il Mare. Per questo le prime grandi civiltà della storia erano politeiste (una parola che viene dal greco polis “molto” e teos “dio”): credevano cioè nell’esistenza di tanti dèi quanti erano gli aspetti “magici” del mondo intorno a loro. Si avvertiva qualcosa di misterioso di cui non si riusciva a cogliere la sostanza fisica, attribuendo a esseri superiori la ragione del mistero.Le religioni monoteiste, nate in seguito attraverso un lungo percorso storico, hanno attribuito tutti i misteri della vita e della morte a un unico essere supremo, creatore del mondo e le sue attribuzioni, pur variabili nelle diverse religioni, sono unite da un concetto di padre onnipotente dell’umanità.
Quali comportamenti demografici in particolare sono influenzati dalle religioni?
Generalmente, all’aumentare dello standard di vita aumenta la sopravvivenza e diminuisce la fecondità. Il fenomeno ha dato vita allo schema esplicativo della transizione demografica, che spiega, attraverso vari fattori intermedi, il passaggio “obbligato” di ogni paese da un regime di alta fecondità e mortalità a un’altra situazione di equilibrio caratterizzata da bassa fecondità e mortalità. Questi cambiamenti sono direttamente collegati ai vasti modelli inerenti allo sviluppo, quali il passaggio da un’economia a base agricola a una urbana-industriale, la diffusione dell’istruzione e l’empowerment femminile e il processo di secolarizzazione ossia l’abbandono dei comportamenti fideistici nei diversi comportamenti demografici. Grazie alla diffusione della contraccezione, durante la transizione e il processo di secolarizzazione diminuisce la natalità. Due considerazioni portano a questa evidenza. La prima, ovvia, è la relazione inversa tra i due indici: maggiore è l’uso della contraccezione, minore è la natalità. La seconda considerazione è che la bassa fecondità viene raggiunta quando l’incidenza della contraccezione supera il 60%. della quota di donne (e di uomini, ovviamente) che impiegano metodi contraccettivi.
Nella maggior parte delle società occidentali, dopo il cosiddetto baby boom, a partire dalla metà degli anni Sessanta del XX secolo, si è poi assistito a una fase ulteriore caratterizzata da un declino della fecondità ancora più drastico. Il tasso di fecondità è sceso ben al di sotto del livello di rimpiazzo generazionale (cioè di due figli per donna) e la popolazione, senza gli apporti delle migrazioni, tende alla diminuzione, come in Italia dove si assiste a un decremento demografico. Questa fase, per la sua caratteristica di rottura con il passato, è stata definita da molti studiosi “seconda transizione demografica” ed è contraddistinta da profondi cambiamenti nei modelli di nuzialità (diminuiscono i matrimoni e nel contempo aumentano visibilmente le unioni di fatto – e, tra i matrimoni, quelli civili rispetto a quelli religiosi – e aumentano i divorzi) e nella struttura delle famiglie, sempre più di dimensione ridotta e formate molto spesso da persone sole e anziane.
Con il processo di secolarizzazione, l’influenza sull’intera società, e sui singoli individui, dell’abbandono della Fede rende questi ultimi pressoché indifferenti alle raccomandazioni del clero e al rispetto delle imposizioni per quanto riguarda i comportamenti sessuali e familiari.
In che modo le religioni influenzano la condizione femminile?
A partire dalla Conferenza mondiale delle donne di Pechino del 1995 (che ha fatto seguito a quelle di Città del Messico del 1975, di Copenaghen del 1980, di Nairobi del 1985) si potrebbe dire che, forse, tutte le società avrebbero dovuto fare “propri” due concetti che non sempre intervengono nel dibattito sociale e politico: la nuova concezione di genere e il valore universale del principio delle pari opportunità. Spesso ed erroneamente, “sesso” e “genere” vengono utilizzati come sinonimi. Tuttavia, sono due concetti distinti e separati, che non vanno confusi. Infatti, con il termine sesso si fa riferimento alle caratteristiche biologiche con cui una persona nasce e che si sviluppano con la crescita. D’altra parte, il termine genere riguarda l’identità culturale. Si fa riferimento alla distinzione sociale e culturale storicamente associata alla categoria del maschio e alla categoria della femmina. Queste categorie, infatti, non sono naturali e innate, bensì costrutti culturali che derivano dalle differenze dei due sessi all’interno delle diverse società, dove la secolarizzazione gioca un ruolo determinante.
Le disuguaglianze di genere sono anche il frutto delle diverse religioni e portano a percorsi demografici diversi. La storia ha disegnato per le donne un quadro di sottomissione e l’ideologia cristiana ha contribuito non poco alla sottomissione del genere femminile. Sulla scia di Aristotele che sosteneva che “La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità” e che “Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole”, San Tommaso ugualmente decreta che la donna è “un uomo mancato”, un essere “occasionale” (Tommaso d’Aquino, Somma teologica, Ia, q. 92, a.1, ad. 1).
Nei paesi in via di sviluppo ed emergenti generalmente il Tft è solo lievemente superiore per i Musulmani e forse solo in alcuni stati dell’India a maggioranza islamica si vedono eterogeneità, sia di struttura per religione sia di fecondità.
Per quanto riguarda la situazione odierna dei paesi avanzati, dove la fecondità è bassa o molto bassa, le cose sono un po’ diverse. In Italia e Francia le donne con un titolo universitario o equivalente mostrano una maggiore propensione ad avere un secondo figlio rispetto a quelle con titolo di studio secondario. Nel complesso, sembra emergere in Europa un gradiente Est-Ovest: quanto più ci sposta verso Ovest tanto più le donne più istruite tendono a recuperare in termini di fecondità rispetto alle meno istruite. In questi paesi la religione perde importanza, sempre più scavalcata da altri fattori socio-economici e culturali.
Quali conseguenze produce sulla natalità la tendenza all’ateismo e all’agnosticismo che si va diffondendo nelle società occidentali?
Come abbiamo già rilevato, nei paesi industrializzati si assiste ad un processo di allontanamento dalle pratiche religiose. In Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, le indagini mostrano che sempre più persone sono atee o agnostiche cioè dicono che Dio non esiste oppure che non sanno se Dio esiste (e dichiarano di non avere una religione).
I sondaggi condotti dalla Gallup International (2012; 2015) illustrano come a livello mondiale le percentuali di persone atee vada dal 2% al 13%, mentre la percentuale delle persone prive di una qualsiasi fede religiosa (agnostici) vada dal 10% al 23%. La stessa ricerca condotta nel 2015 su 65 paesi ha dato una percentuale di 11% per gli atei convinti e 22% per gli agnostici. Secondo il Pew Research Center nel 2012, su uno studio globale condotto su 230 paesi e territori, il 16% della popolazione mondiale non segue alcuna religione, contro l’84% di credenti e/o praticanti. Come si vede le differenze tra le stime sono molto ampie e suscitano qualche dubbio sull’affidabilità dei dati o quantomeno su come, nelle diverse indagini, siano state interpretate le domande. Tuttavia ha senso distinguere i paesi in termini di irreligiosità quando i livelli sono molto diversi. Ci sono paesi dove la proporzione è molto alta: si tratta dei paesi che facevano parte dell’ex-Unione Sovietica, dei paesi dell’Europa del Nord (come la Svezia, dove la percentuale si aggira sul 68%), della Cina (che presenta, secondo certe stime, il livello più alto al mondo dei “senza religione”, quasi l’80%).
I religiosi non praticanti vedono la loro religione come non influente sulle pratiche contraccettive e questo ha una forte ripercussione sulla natalità: l’aumento dell’ateismo e dell’agnosticismo si accompagna a una fecondità minore, legata a fattori educativi ed economici e quando ragioni culturali guidano la propensione ad avere o non avere figli si tratta piuttosto dell’individualismo dominante sulla mentalità secolarizzata sempre meno vincolata alla religione.
Quali prospettive, a Suo avviso, per il futuro demografico?
Il processo di secolarizzazione è ormai molto avanzato nei paesi sviluppati, sia in quelli europei che extra-europei. Accanto agli stati scandinavi e a quelli est-europei, anche i paesi dell’Europa meridionale, formalmente cattolici, come l’Italia e la Spagna, si stanno allontanando dalle pratiche della fede e dalla Chiesa. La maggior parte dei Cristiani nell’Europa occidentale oggi non sono praticanti, ma l’identità cristiana rimane ancora un indicatore, sociale e culturale significativo, secondo un nuovo sondaggio del Pew Research Center condotto su 15 paesi dell’Europa occidentale. Oltre alle credenze e alle pratiche religiose, l’indagine esplora le opinioni degli intervistati sull’immigrazione, l’identità nazionale e il pluralismo, e il modo in cui la religione è intrecciata con gli atteggiamenti su questi temi. In sintesi, possiamo concludere da questo sondaggio che le persone si identificano come Cristiani ma non come praticanti. La religione influenza l’identità nazionale e dall’indagine sopra citata appare che questa relazione – a sua volta – condiziona l’atteggiamento verso gli immigrati. Peraltro, serpeggia in Europa, ma anche negli Stati Uniti, una specie di corrente antisemita. Con la guerra nuovamente divampata tra Palestinesi e Israeliani, studenti e altri cittadini di molte città italiane europee e statunitensi si scontrano in innumerevoli manifestazioni filo-palestinesi e solo in minoranza filo-israeliane. In definitiva, si ritrovano i risentimenti – che trovano sfogo nella guerra di religione dovuta ad altre rivendicazioni territoriali e politiche – anche nelle altre parti del mondo, suffragate da posizioni dei governi nazionali ispirati dalla Russia e dagli Stati Uniti.
Contraddizioni di diversa natura, dunque, che non si pensava dovessero più realizzarsi dopo che il processo di secolarizzazione aveva permeato le popolazioni di sentimenti laici, a partire dalla Rivoluzione francese e dalla dichiarazione della libertà di scelta individuale in materia religiosa. Agli inizi del XIX secolo l’Europa si presenta profondamente divisa da un punto di vista religioso: la mappa religiosa dell’Europa vede dunque paesi cattolici (Francia, Italia e Spagna), luterani (Svezia e gran parte delle regioni della Germania), riformati (i Paesi Bassi), anglicani (l’Inghilterra), ortodossi (Russia, Grecia e regioni balcaniche).
Al contrario del processo di secolarizzazione, si osservano spinte al radicalismo in cui libertà civili e diritti umani non sono rispettati, come nel caso dell’Iran e della battaglia delle donne per i loro diritti negati. Ma l’Iran non è il solo paese dove le donne sono oppresse. In Afghanistan i Talebani, che costituiscono un movimento fondamentalista islamico sunnita, sono tornati al potere nel 2021. Dopo la storia travagliata aggravata da atroci conflitti, nel settembre successivo, visto il ritiro definitivo delle truppe NATO e ottenuto il pieno controllo del paese, i Talebani sono tornati al potere. Da allora, chi è rimasto nel paese ha assistito alla regressione dei diritti civili e all’inversione delle conquiste liberali e democratiche degli ultimi venti anni. L’Afghanistan è un paese molto povero, dove all’oppressione dei Talebani si accompagna un’economia arretrata e le donne subiscono una repressione in tutti i domini della vita, sia in famiglia che nella scuola e nel mercato del lavoro.
Cosa si può prevedere per il futuro circa il processo di secolarizzazione e, al contrario, il percorso dei paesi sulla strada dell’integralismo?
I dati prodotti dal Pew Research Center americano portano ad una “demografia delle religioni” proiettata al 2050, con un quasi testa a testa tra Cristiani e Musulmani, questi ultimi favoriti dall’alta fecondità e dalla maggior presenza di giovani. Ma nel mondo occidentale crescono anche gli atei e gli agnostici per effetto della secolarizzazione. Il Pew Research Center di Washington ha appena pubblicato una ampia ricerca sulla religiosità nel mondo al 2050. Basandosi su variabili demografiche come il tasso di fecondità, i movimenti migratori, la speranza di vita e la struttura per età all’interno delle singole popolazioni nazionali e prendendo anche in considerazione i mutamenti della propria identità religiosa, i ricercatori dell’istituto americano provano a quantificare il profilo socio-religioso globale alla metà del secolo. Se si avvereranno le proiezioni, si assisterà a cambiamenti demografici dei popoli a causa del fronteggiarsi fra integralismo e secolarizzazione.
Maria Silvana Salvini è stata Professore ordinario di Demografia presso l’Università degli Studi di Firenze




