“La geodemografia. Il peso dei popoli e i rapporti tra stati” di Massimo Livi Bacci

Prof. Massimo Livi Bacci, Lei è autore del libro La geodemografia. Il peso dei popoli e i rapporti tra stati, edito dal Mulino: che rapporti esistono tra demografia e politica?
La geodemografia. Il peso dei popoli e i rapporti tra stati, Massimo Livi BacciQuesto libro tocca solo marginalmente un aspetto che è centrale nei rapporti tra demografia e politica, e cioè i tentativi degli stati di manipolare i fenomeni demografici a fini politici. Questi tentativi hanno una storia antica: basti pensare alle azioni di insediamento e colonizzazione in territori aperti o poco popolati, per consolidare la conquista o l’espansione di un popolo egemone: la Grecia nell’area Mediterranea, Roma nel Mediterraneo e in vaste parti dell’Europa, l’Impero Inca nella regione andina, e quello russo verso sud, nel Caucaso e in Siberia oltre gli Urali. Queste azioni, però, consistevano nell’incentivare, organizzare, dirigere flussi di persone, migranti spesso obbligati o forzati nelle nuove regioni d’insediamento. Tuttavia è soprattutto nel ‘900 che gli stati tentano di manipolare i comportamenti individuali – matrimonio, riproduzione, famiglia – allo scopo di stimolare la crescita numerica della popolazione attraverso le politiche demografiche – come fece l’Italia fascista, la Germania nazista, l’Urss sovietica. Ci fu poi la degenerazione nazista del concetto di spazio vitale (lebensraum) elaborato da Ratzel a fine ‘800, per giustificare e sostenere l’acquisizione di nuovi territori per l’espansione germanica verso est.

Queste pagine trattano aspetti diversi del rapporto tra demografia e politica e sono dedicate all’esplorazione delle conseguenze dei mutamenti demografici sui rapporti tra regioni e paesi del mondo, visti con l’aiuto dell’occhiale della Geodemografia, che non è una nuova disciplina – le scienze umane sono fin troppo frammentate – ma una prospettiva, un modo di considerare le popolazioni, e i fenomeni che le condizionano, per gli effetti che provocano sul piano politico, soprattutto internazionale. Basti pensare alla profonda rivoluzione dell’ultimo secolo, alla progressiva riduzione del peso demografico dell’Europa e all’esplosione di quella del continente Africano; ai cambiamenti di direzione, di volume e di caratteristiche dei flussi migratori; ai diversissimi livelli di riproduttività di paesi ed etnie; alla crescita vorticosa dei grandi aggregati urbani. Fenomeni, tutti, che sollecitano, scuotono e modificano i rapporti tra stati e regioni del mondo e influiscono sulle scelte politiche, con forza e velocità variabili e spesso imprevedibili. La Geodemografia, che studia questi fenomeni, offre sostegno alla Geopolitica e contribuisce alla migliore conoscenza delle relazioni tra paesi e delle loro prospettive.

In che modo i rapporti tra stati e regioni del mondo si modificano e influiscono sulle scelte politiche?
Anzitutto nel medio-lungo periodo, la moderna transizione demografica, da un regime di alta, a uno di bassa natalità e mortalità, cambia fortemente i rapporti numerici tra popolazioni. In questa fase storica coesistono paesi in rapida crescita, che hanno iniziato tardi la transizione, e paesi in declino, che l’hanno terminata da tempo. Il numero non è necessariamente “potenza”, ma è banale dire che a parità di altri fattori un paese “grande” ha, normalmente, un peso politico, culturale, economico proporzionalmente più grande di un “piccolo” paese. Anche se la storia ci fornisce non poche eccezioni a questa regola: piccoli paesi, o stati, che hanno dominato il mondo: Atene, Venezia, l’Olanda, il Portogallo, l’Inghilterra nel passato, o potenze finanziarie mondiali come il Qatar o Singapore. Le dimensioni demografiche, in sé, hanno poca o nulla influenza sul livello di sviluppo di un paese e sul benessere della propria popolazione, ma hanno forte rilevanza sul piano internazionale. A parità del livello di sviluppo, un paese grande potrà, più di uno piccolo, destinare risorse per promuovere lo sviluppo di paesi poveri, con donazioni, prestiti, aiuti alimentari, farmaci e presidi medici, investimenti strategici. O, sul piano negativo, fornendo armi, missili, aerei, blindati e knowhow militari. L’influenza politica, economica e culturale del paese grande sarà proporzionalmente maggiore di quella del paese piccolo. Tutto questo è lapalissiano, è vero. Però se associamo queste ovvie considerazioni ai movimenti demografici, non poche sono le sorprese. La Cina conteneva quasi due quinti della popolazione del pianeta nel 1800, ma la sua quota si ridurrà a un settimo nel 2050; l’Europa, all’inizio del ‘900 ospitava un quarto della popolazione mondiale, ma varrà un modesto dodicesimo alla metà del secolo; speculare a quello europeo è il cammino dell’Africa: da un dodicesimo del 1900 a un quarto del 2050. Si potrebbe continuare, ma questi esempi fanno comprendere come l’evoluzione demografica possa comportare conseguenze politiche di grande portata.

In che modo le migrazioni possono diventare uno strumento di pressione o un’arma politica vera e propria, sia nei rapporti tra stati, sia all’interno di un singolo stato?
Ci sono casi evidenti e altri meno manifesti e sottili. Il Colonnello Gheddafi, ad esempio, ha più volte minacciato di sospingere verso l’Europa, e verso l’Italia, i migranti sub-sahariani attirati in Libia. L’ultima volta nel 2010 in occasione della sua visita di stato in Italia, chiese all’Europa 5 miliardi all’anno per fermare l’emigrazione “….altrimenti l’Europa potrebbe diventare nera”. Nel 2021, per regolare i conti aperti con la Polonia, la Bielorussia non ha esitato a sospingere migliaia di profughi mediorientali verso il confine polacco, incitandoli a varcarli. All’inizio del 2023, il Ministro Crosetto ha parlato di azioni delle brigate Wagner, al soldo del Cremlino, volte a indirizzare le migrazioni africane verso l’Europa. La politica della Unione Europea di esternalizzazione dei confini pone nelle mani della Turchia la funzione di guardiana dei flussi mediorientali verso l’Europa; nella stessa direzione vanno gli sforzi diplomatici della Meloni e della von der Leyen nei confronti della Tunisia e dell’Egitto. A prescindere da altre considerazioni di carattere politico e umanitario, è assai rischioso porre nelle mani di paesi terzi le chiavi delle porte di entrata, senza un più che robusto e duraturo quadro d’intese e garanzie reciproche.

La spinta – diretta o indiretta – all’intrusione di migranti oltre i confini di uno stato vicino, o in territori contesi, ha effetti spesso molto rilevanti. Questo è quanto sta avvenendo con la moltiplicazione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, oppure con l’immigrazione promossa dal Marocco nel Sahara occidentale, premessa di una probabile annessione. Sul piano interno, la crescita di insediamenti religiosi e civili islamici lungo la frontiera tra Uttar Pradesh e Bihar, e Nepal (si ritiene finanziati da Pakistan e paesi arabi), preoccupa le autorità di quegli stati, prevalentemente indù. Lo stesso si dica dell’immigrazione dal Bangladesh all’Assam. L’autonomia della grande provincia del Tibet è minacciata dall’immigrazione di etnia Han, sostenuta da Pechino.

Perché si può affermare che Palestina e Israele rappresentino, per la geodemografia, un vero e proprio caso di scuola?
Il caso d’Israele è assai rilevante per il diverso ritmo di crescita della componente Ebrea e di quella Araba. Ancora al giro del millennio, le donne arabe generavano in media un numero di figli doppio rispetto alle donne Ebree e questo divario, proiettato nel futuro, segnalava due elementi di pericolo per Israele. Il primo, all’interno del perimetro dello stato d’Israele, per la più rapida crescita della componente musulmana rispetto a quelle ebrea; benché la prima ancor oggi non superi il 20 per cento del totale, l’ulteriore crescita avrebbe potuto significare un maggior rischio per la coesione dello Stato. Il secondo pericolo (sul piano psicologico, più che su quello reale) consisteva nel possibile “sorpasso” della componente araba-musulmana nella intera regione palestinese (Israele e Stato Palestinese, composto – sulla carta – da Cisgiordania con Gerusalemme est, e da Gaza) su quella ebraica. La forte immigrazione in Israele (3,3 milioni e mezzo dalla costituzione dello stato nel 1948); una natalità che è rimasta robusta (attualmente doppia di quella europea), e una flessione rapida e inattesa della natalità araba, hanno attenuato il senso di allarme. Le più recenti previsioni delle Nazioni Unite assegnano allo Stato d’Israele, nel 2050, una popolazione di 13 milioni di abitanti (60% dell’intera regione palestinese), maggioritaria anche al netto della componente musulmana interna.

Israele però soffre di un’ulteriore squilibrio di natura demografica al proprio interno, per la rapida crescita della componente ortodossa (Haredim, i “Timorati” di Dio) fortemente conservatrice, meno istruiti, con altissima riproduttività, esentata dal servizio militare, molto dipendente dal welfare, scarsamente presente sul mercato del lavoro, spesso estranea (se non opposta) ai principi su cui si è stato fondato lo stato. La forte crescita numerica degli Haredim rappresenta una minaccia alla coesione dello stato.

Che effetti produce, sui comportamenti demografici, la religione?
La riproduttività di una popolazione dipende da una pluralità di fattori, economici, sociali e culturali ed è arduo svincolare la parte che la religione ha sulle decisioni riproduttive. Comunque certe prescrizioni religiose possono avere conseguenze sui comportamenti, quelli riproduttivi, per esempio. La Chiesa cattolica non ammette il controllo volontario delle nascite, e questo divieto può aver rallentato (ma non certo arrestato) la diffusione della contraccezione; ripudio e poligamia ammesse tra i musulmani, hanno sicuramente avuto qualche effetto sulle strutture familiari. Quello che oggi osserviamo è una crescita differenziale delle popolazioni appartenenti alle maggiori religioni, dove “appartenenti” ha un significato molto largo ed elastico e si riferisce a popolazioni che vivono in ambienti segnati dalla religione, o nei quali la religione ha avuto un peso importante nella formazione delle persone e della loro cultura (tutti gli Italiani vengono perciò conteggiati tra i cattolici, tutti gli Iraniani tra i musulmani). In questa prospettiva più ampia, c’è una crescita più rapida dei Musulmani rispetto ai Cristiani: secondo l’Istituto Pew, i primi rappresentavano il 31% della popolazione mondiale nel 2010, e manterranno questa proporzione nel 2050, grazie all’apporto di paesi che ancora crescono a rapidi ritmi in America e in Africa. I Musulmani aumenteranno il loro peso dal 23% del 2o10 al 30% del 2050. In regresso il peso di Buddisti e Confuciani per la debolissima demografia di Cina, Giappone e Tailandia.

Questa crescita differenziale può avere effetti sul piano interno: in Nigeria, nel 2010, cristiani e musulmani erano in parità, ma nel 2050 i secondi saranno in netta maggioranza; in Etiopia la prevalenza dei cristiani sarà fortemente erosa nei prossimi decenni; in India, confinante con paesi con ampia maggioranza islamica, desta preoccupazione la rapida crescita dei musulmani che pur rappresentano solo un quinto della popolazione totale.

Qual è la tendenza demografica mondiale attuale? E come sarà il mondo del futuro?
Il pianeta sta rallentando la rincorsa che aveva toccato il 2% all’anno verso la fine degli anni ’60: oggi il tasso d’incremento è meno della metà, circa lo 0,8%; la natalità sta diminuendo quasi dappertutto, e ben più della metà della popolazione del mondo vive in paesi con una riproduttività di 2 figli per donna (quella che a lungo andare implica la stazionarietà della popolazione), o inferiore a 2 (che implica un declino). Le proiezioni demografiche che riscuotono un buon consenso tra gli esperti del settore (ma gli esperti spesso si sbagliano…) ritengono plausibile che negli ultimi decenni di questo secolo la popolazione planetaria smetta di crescere, assestandosi attorno ai 10 miliardi.  Si vivrà un poco più a lungo di oggi; sarà frequente la con-presenza (in vita) di quattro generazioni; saremo mediamente più sani. Saremo più mobili, ma le migrazioni internazionali saranno più difficoltose. Saremo sicuramente più “globalizzati” grazie all’infittirsi dei contatti virtuali di ogni specie e natura, e grazie al moltiplicarsi delle grandi infrastrutture. Di nuovo, sono considerazioni di banale ovvietà.

Quel che non sappiamo è se saremo più o meno barbari, più o meno conflittuali, più o meno disuguali, più o meno tolleranti.

Massimo Livi Bacci è professore emerito di Demografia nell’Università di Firenze e socio dell’Accademia dei Lincei. Tra i libri pubblicati più recenti La Geodemografia (2024), Storia minima della popolazione del mondo (2024, 7° ed); Per terre e per mari (2022), I traumi d’Europa (2020); In cammino. Breve storia delle migrazioni (2018, 3° ed.); Amazzonia. L’Impero dell’acqua 1500-1800. Si occupa di storia delle popolazioni e di demografia contemporanea, con particolare riguardo alle migrazioni. È stato Senatore della Repubblica, 2006-2013, e presidente dell’Unione Internazionale di Studi di Popolazione (IUSSP). Vive a Firenze.

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