Preciso innanzitutto che in questo volume io sono l’autore delle traduzioni italiane delle liriche trobadoriche, mentre il saggio introduttivo è della dantista Claudia Di Fonzo. Come anche la collega illustra molto bene, la poesia in lingua d’oc ebbe certamente una grande rilevanza nella formazione di Dante, al pari di quella italiana a lui anteriore o contemporanea (a partire dai Siciliani); e la ebbe in parte anche nella formazione di poeti successivi, in primo luogo Petrarca che, si sa, fece anche lunghi soggiorni in Provenza. Dante ebbe modo di leggere (nel testo originale) molte poesie dei trovatori occitani grazie a qualcuno dei manoscritti (i cosiddetti “canzonieri”) che contenevano antologie dei loro componimenti; tanto più che molti di essi furono esemplati in Italia, soprattutto nell’Italia settentrionale e in particolare nel Veneto. Bisogna anche ricordare che in alcuni di questi canzonieri le liriche sono accompagnate da brevi testi in prosa che narrano la biografia dei trovatori (le vidas) e ricostruiscono le presunte circostanze in cui sono state composte le liriche stesse (le razos): probabilmente uno dei modelli di cui Dante disponeva per la combinazione di poesie e di prose nella Vita nuova. La produzione lirica dei trovatori era per lui sullo stesso piano di quella italiana e anche di quella francese, cioè delle poesie scritte nelle tre lingue che egli considerava solo varianti della stessa lingua, quella che chiama ydioma tripharium, “lingua triplice” e designa con l’avverbio indicante l’affermazione: lingua del sì, lingua d’oil (il francese) e lingua d’oc (l’occitanico, termine da preferirsi al corrente “provenzale”, che propriamente si riferisce a una soltanto delle diverse regioni in cui si parlava – e ancora è parlata da una ristretta minoranza – questa lingua). Ed è significativo che per dimostrare l’unità di questi tre idiomi Dante alleghi la parola amore, identica in tutti e tre (amour in lingua d’oil, amor in lingua d’oc e amore in italiano): cioè la parola che indica il tema per eccellenza della poesia in volgare. La poesia trobadorica costituì insomma, come avvenne praticamente in tutta l’Europa medievale, uno dei suoi grandi modelli poetici, forse il più importante, sia sul piano formale sia su quello tematico, anche perché in essa fu elaborata quella concezione dell’amore cortese, della fin’amor, con la quale egli si è costantemente confrontato, dalla Vita nuova alla Commedia.Quali componimenti trobadorici cita Dante nel De vulgari eloquentia, e con quali finalità?
Nel De vulgari eloquentia Dante cita undici componimenti di sei diversi trovatori: Giraut de Borneil, Arnaut Daniel, Bertran de Born, Aimeric de Belenoi, Aimeric de Peguilhan e Folquet de Marselha. Per illustrare i vari aspetti metrici, stilistici e tematici della poesia lirica, infatti, egli non allega soltanto poesie italiane, ma appunto anche francesi e occitane. E in particolare, per illustrare i tre grandi temi che distingue nella poesia – armi, rettitudine e amore – cita accanto ad altre anche tre canzoni di trovatori: una di Bertran de Born per le armi, una di Giraut de Borneil per la rettitudine (cioè la poesia “morale”) e una di Arnaut Daniel per l’amore. Ne cita naturalmente, per individuarle, soltanto l’incipit, ma è ovvio che ne conosceva l’intero testo, come pure altri componimenti degli stessi e di altri poeti. Menziona per esempio Peire d’Alvernhe come uno dei più antichi poeti che hanno scritto “nella lingua più dolce e più perfetta”, cioè la lingua d’oc, senza però menzionare alcun testo suo. Ma nella sua sestina Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra ne imita manifestamente la canzone Deiosta·ls breus iorns e·ls loncs ser, che perciò ho ritenuto opportuno includere nel volume, come pure la sestina di Arnaut Daniel Lo ferm voler q’el cor m’intra, che è il modello di quella di Dante ma non è citata nel De vulgari eloquentia. Di questa sorta di “canone trobadorico” dantesco sono state fornite in passato delle edizioni contenenti i testi integrali delle liriche: quella di Chaytor in Inghilterra (che comprende anche altri componimenti che Dante probabilmente conosceva) e quelle di Monaci e, più recentemente, di Folena in Italia. Ma nessuna di queste raccolte ne fornisce una traduzione in una lingua moderna, così che esse risultano destinate unicamente alla ristretta cerchia degli specialisti della letteratura occitanica. Nel volume I trovatori di Dante si è voluto invece affiancare ai testi originali una traduzione che ha innanzitutto lo scopo di rendere accessibili i componimenti trobadorici ai lettori e agli italianisti che non hanno una sufficiente conoscenza della lingua d’oc. Ma si è cercato anche di offrirne una traduzione letteraria, in grado di farne gustare le qualità poetiche: anche se molto fedele nella resa del significato, infatti, essa riproduce la metrica degli originali e si sforza di conservarne nella nostra lingua, per quanto possibile, gli aspetti stilistici e retorici più caratteristici.
I trovatori compaiono anche nella Commedia e offrono l’unico caso di discorso in lingua non italiana presente nel poema: chi sono e dove li situa il Sommo Poeta?
Nella Commedia compaiono come personaggi quattro trovatori: uno di essi però, il trovatore italiano Sordello di Goito, non figura in quanto poeta ma come simbolo dell’amor di patria, anche se in ciò non è probabilmente da escludere un riferimento ai suoi sirventesi politici. Gli altri tre – collocati rispettivamente nelle tre cantiche del poema – erano citati anche nel De vulgari eloquentia: Bertran de Born (Bertram del Bornio nella forma italianizzata di Dante), il poeta degli arma, si trova all’Inferno tra i seminatori di discordia e di scismi; Arnaut Daniel (Arnaldo Daniello), il poeta dell’amore, tra i lussuriosi del Purgatorio; infine Folquet de Marselha (Folco), di cui nel trattato è citato un componimento come esempio di canzone illustre, è collocato fra gli spiriti amanti del Paradiso. Cruciale è soprattutto il ruolo di Arnaut Daniel, di cui Dante aveva allegato ben tre canzoni nel De vulgari eloquentia, oltre a imitarne la sestina: nel XXVI del Purgatorio egli lo associa a colui che considerava il precursore dello stilnovismo, Guido Guinizelli, e lo definisce “il miglior fabbro del parlar materno”, facendone una sorta di modello di se stesso come poeta in volgare. Questa sua importanza è confermata dal fatto che qui egli parla in lingua occitana, unico caso appunto nella Commedia in cui un personaggio non parla in italiano. In questo suo discorso Arnaut spiega a Dante di trovarsi in Purgatorio in quanto pentito della sua passada folor, della sua passata “follia amorosa”, in attesa di ascendere al joi, alla beatitudine, celeste. A incarnare questo superamento dell’amore profano nell’amore sacro è il terzo trovatore, Folquet de Marselha, anch’egli cantore dell’amor cortese in gioventù, ma poi fattosi monaco e infine diventato vescovo di Tolosa: inoltre autore, in quest’ultimo periodo della sua vita, di alcuni componimenti religiosi. Fra di essi vi sono due canzoni di Crociata, nelle quali egli incita i signori cristiani a liberare la Terrasanta e a resistere contro i musulmani nella penisola iberica: questi testi hanno certamente suggerito a Dante di mettergli in bocca, nel Paradiso, un violento attacco al papa per aver trascurato la liberazione della Terrasanta. Ma ancor più importante è un altro componimento di Folquet, il canto penitenziale Senher Dieus, que fesist Adam, di cui Dante ha ripreso quasi alla lettera nel primo canto dell’Inferno concetti ed espressioni riguardanti l’abbandono della “retta via” a causa del peccato e la preghiera a Dio perché gli mostri la “scala” per salire al cielo. Si potrebbe così azzardare la tesi che la poesia trobadorica sia addirittura una sorta di filigrana o di ossatura poetico-teologica della Commedia stessa e quindi dello stesso itinerario dantesco dal peccato alla visione di Dio, dall’Inferno al Paradiso.
Francesco Zambon è professore emerito di Filologia romanza presso l’Università degli Studi di Trento




