“Uomini e bestie fra Antichità e Medioevo. Animali domestici, selvatici e fantastici” a cura di Margherita G. Cassia

Prof.ssa Margherita G. Cassia, Lei ha curato l’edizione del libro Uomini e bestie fra Antichità e Medioevo. Animali domestici, selvatici e fantastici, pubblicato da Quasar: che rilevanza assumeva, nell’antichità, la relazione fra esseri umani e animali?
Uomini e bestie fra Antichità e Medioevo. Animali domestici, selvatici e fantastici, Margherita G. CassiaNella società antica, greca e romana, è possibile cogliere costanti e innumerevoli riferimenti al mondo animale dai poemi omerici sino ai testi tardoantichi: in queste testimonianze la dinamica relazionale uomo-animale appare declinata attraverso molteplici prospettive, che vanno dal conflitto aperto alla saggia negoziazione, dall’alleanza vantaggiosa fino all’affetto reciproco. I rapporti fra esseri umani e animali nel mondo antico appaiono connotati da una pervasività capillare, poiché essi potevano riguardare le origini di un popolo, gli aspetti etologici, le relazioni tra specie diverse, la dimensione onirica, l’ambito medico, la prossimità affettiva, i culti religiosi. Greci e Romani sapevano bene come gli animali, per quanto privi di parola, fossero perfettamente in grado di comunicare attraverso un linguaggio comprensibile a “specialisti”, quali, ad esempio, i membri di alcuni collegi sacerdotali incaricati di interpretare il comportamento di taluni animali – ad esempio, il volo degli uccelli – come manifestazione della volontà divina (ornitomanzia connessa con l’arte divinatoria).

Quali specie, in particolare, rivestivano una particolare rilevanza nella cultura greco-romana?
Tra gli animali maggiormente documentati dalle testimonianze antiche possono annoverarsi l’ape, l’asino, il bue, il cane, il cavallo, il cervo, il cinghiale, l’elefante, il gatto, il leone, il lupo, il mulo, la pecora, il serpente, gli uccelli e i pesci. In effetti, nel mondo antico gli animali, domestici e non, rappresentavano la parte fondamentale della catena alimentare dell’uomo, poiché offrivano nutrimento (carne e latte) e materie prime (lana, pelle, pelliccia), ma costituivano anche un ausilio fondamentale nei lavori agricoli, come mezzi di trasporto e in occasione delle campagne militari: bovini, equini, suini, ovini, pollame, ma anche cervi, elefanti, cammelli rientravano dunque fra gli animali sfruttati dall’uomo. A queste funzioni basilari se ne aggiungevano altre, ossia la prossimità affettiva, la predazione in occasione delle battute di caccia, le offerte sacrificali. In Grecia il rapporto con gli animali si traduceva in due diversi comportamenti da parte dell’uomo: da una parte essi venivano venerati come incarnazioni della natura, dall’altra, invece, erano considerati minacce e combattuti come nemici pericolosi. Anche per i Romani l’allevamento rivestiva una fondamentale importanza economica e sociale: allo sfruttamento di specie, già note da tempo, finalizzato a conseguire un profitto economico, si affiancò la creazione di “parchi faunistici”, riserve di caccia, voliere, vivai per l’itticoltura, installati nelle tenute dei personaggi altolocati, i quali, tra l’altro, potevano occasionalmente intrattenere anche relazioni affettuose con i propri pets. Caratteristiche del mondo romano furono inoltre le venationes, cacce simulate, praticate nell’arena e concepite come forma di pubblico divertimento per gli spettatori avidi di emozioni “forti”: in queste occasioni un numero esorbitante di animali esotici fu letteralmente massacrato e alcune specie talora giunsero addirittura alle soglie dell’estinzione.

Quale influenza esercitò, sulla civiltà romana, il lupo?
Nella favola esopica gli animali sono maschere allegoriche che riflettono i rapporti di forza presenti nella vita degli esseri umani: per questa ragione il lupo e l’agnello si scambiano battute, ma di fatto non dialogano sulla base del logos e la loro relazione è immodificabile, poiché il lupo, a meno che non sia sazio, mangerà sempre la sua preda naturale, in quanto sarà invariabilmente l’istintiva ferocia dell’animale più forte a trionfare. Allo sguardo del lupo, poi, si attribuivano addirittura poteri magici: si credeva infatti che avesse la facoltà di togliere per sempre la parola. Nelle pratiche divinatorie alcune specie selvatiche, quali appunto i lupi o i rapaci notturni, avvistate in ambienti antropizzati, come la pubblica piazza, o in luoghi sacri, come i santuari, erano interpretate come omina infausti, presagi funesti. Quanto ai resti di lupo rinvenuti in aree di culto, essi non possono essere liquidati come semplici “intrusioni”, bensì andrebbero interpretati come esito di un consumo di carne cucinata all’esterno del santuario e distribuita come razione aggiuntiva a quella della carne proveniente dalle vittime sacrificali. Nell’attività venatoria, inoltre, il lupo, alla stregua di orsi e leoni, costituiva una di quelle specie pericolose per le greggi: la caccia, dunque, rappresentava un efficace sistema non soltanto per procurarsi carne “esterna” al circuito sacrificale, ma anche per eliminare belve così temute che a Luperco, antica divinità rurale protettrice del bestiame ovicaprino, era dedicata una festività, i Lupercalia appunto, celebrata fra il 13 e il 15 febbraio, mese invernale in cui i lupi affamati minacciavano più spesso gli ovili. Col nome di “Lupercale”, poi, si indicava una grotta alle pendici del Palatino, destinata a santuario di Luperco, ma ritenuta, secondo una tradizione, il luogo in cui una lupa avrebbe trovato e allattato i due gemelli Romolo e Remo, dopo che essi erano stati abbandonati in una cesta alla corrente del Tevere e prima che fossero ritrovati dal pastore Faustolo.

Quale evoluzione caratterizzò il rapporto tra uomini e animali nel Medioevo?
Oltre agli animali domestici e a quelli selvatici, il mondo antico “conobbe” creature aliene, come grifoni, cinocefali, manticore – esseri bestiali anomali che si credeva popolassero terre lontane, come l’Etiopia o l’India – oppure chimere, pegasi, sfingi, satiri, unicorni, uomini-toro. Ma se Greci e Romani tendevano a confinare questi animali “perturbanti” e paradossali in zone periferiche e recondite dell’ecumene, gli uomini del Medioevo, invece, appaiono costretti a “coabitare” con una congerie di creature mostruose e terrificanti, favolose e concrete al tempo stesso, quali grifoni, unicorni e draghi. Monaci, predicatori e anacoreti preconizzavano la presenza sulla terra di bestie inquietanti, la cui esistenza, pur reclamando un posto nell’ordine perfetto della Creazione, stentava tuttavia a trovarlo: questo dilemma contribuisce a chiarire il senso delle spiegazioni di tono moraleggiante, spesso ancorate a passi biblici, presenti nelle brevi descrizioni di animali – reali e/o immaginari – contenute in quella peculiare categoria di libri che furono i “Bestiari”.

Margherita G. Cassia, professoressa associata di Storia romana presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, fa parte del Collegio del Dottorato in Scienze del patrimonio e della produzione culturale e del Consiglio della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Catania. È componente del PRIN 2022 #EtiamEgo. Violence against women in ancient Rome e di diversi Comitati scientifici di Collane e di Riviste scientifiche e di classe A. Dirige le Collane Communitas. Quaderni di filologia, storia e archeologia e Monografie di Communitas (Edizioni Quasar). Fra gli ambiti di ricerca: medicina, ambiente e donne a Roma antica. È autrice di dieci monografie e di un centinaio di articoli in riviste e saggi in volumi collettanei.