Le ‘meraviglie’ di Ecodi Paolo Cherchi
Edizioni Milella
Benvenuto tra noi ancora una volta, prof. Cherchi, e con un libro nuovo sia per il tema che per diversità degli autori trattati. Nessuno meglio dell’autore può dirci come è nato questo libro e cosa lo distingue dagli altri suoi lavori.
Grazie, prima di tutto, per la rinnovata ospitalità nelle pagine di Letture. org. È vero che l’autore conosce l’opera propria meglio dei suoi lettori perché la conosce per causas, cioè dal punto di vista della creazione, ma è anche vero che la valutazione del contributo che apporta, come dei pregi e dei difetti, spetta ai lettori. Da autore posso dirle che il libro è nato dalla lettura di un’opera di un autore del Seicento, Ottavio Scarlattini, il cui L’huomo figurato e simbolico, contiene una breve silloge di predicatori barocchi aventi per tema la voce e l’eco. Sono brani stupefacenti per il modo in cui descrivono il fenomeno della voce che ripete le parole degli altri senza capirle, e senza che nessuno veda l’emittente di questa seconda voce. E Scarlattini menziona solo quattro o cinque predicatori, ma io ne ho trovato molti altri che si cimentano in quell’esercizio di descrivere quella “risonante eco” cercando di racchiudere in una formula quella figura che “è sempre un altro”. È stato lo spunto per una ricerca sul mito di Eco, la ninfa che subì due punizioni: la prima quando Giunone la privò della parola lasciandole soltanto la facoltà di ripetere quelle degli altri; la seconda le fu inflitta quando Narciso la respinse e lei si rifugiò nei boschi dove si consumò di dolore trasformandosi in una pietra che però conservava la voce. Questa antologia mi ha stimolato a rivedere tutta la storia del mito di Eco, storia che parte da Ovidio, e arriva fino noi. La sua fortuna comincia quando Petrarca usa questa seconda voce nei dialoghi interiori durante le sue passeggiate in campagna. È chiaro che si tratta della sua stessa voce, ma è come se fosse quella di un interlocutore che conferma al poeta che davvero qualcuno l’ascolta e al quale confida i suoi sentimenti. Il monologo, insomma, prende la forma del dialogo, o l’apparente dialogo finisce per essere un monologo. Questo espediente ebbe un successo enorme fra i petrarchisti del Cinquecento e il mito di Eco entrò perfino a creare un tipo di rima che si chiama, appunto, “rima a eco”. I predicatori barocchi tennero in vita questo mito anche perché il fenomeno della voce di cui non si vede l’emittente ha molto in comune con la voce divina. È interessante anche vedere come nel Seicento il mito serve a definire “il plagio”, perché è il momento in cui si sta spegnendo la moda umanistica e rinascimentale della “imitazione” e comincia ad emergere quella dell’originalità. Nel Settecento e ancora di più nel periodo romantico il mito di Eco viene dimenticato, ma sta tornando e in modo prepotente nei nostri giorni, con tutte le discussioni sul fonocentrismo, sulla decostruzione, sull’identità, sull’alterità, la sulla iteratività, sul narcisismo, sull’ermeneutica, specialmente quella di Paul Ricouer. La ricostruzione di questo mito costituisce il primo saggio del libro ed è anche il più corposo, tanto da dare il titolo al volume.
Quindi il resto del libro procede sulla storia del mito di Eco?
Si e no. La continua nel senso che tocca altri argomenti che però hanno tutti un elemento di “gioco” che si può vedere anche nell’effetto dell’eco che sembra un gioco di prestigio, e anche un qualcosa simile ad portento, un fenomeno che rappresenta qualcos’altro da quello che è effettivamente.
Ci può spiegare meglio di cosa si tratta?
Il libro raccoglie in tutto nove saggi, alcuni già pubblicati e la maggior parte inediti, e quasi tutti hanno in comune la finzione di presentare un volto e contenerne un altro. Per esempio, il secondo saggio si intitola “Due giochi di retrogradazione”, in cui analizzo una lettera attribuita a Petrarca e che si può leggere, come è normale, dalla prima all’ultima parola, e però si può leggere anche dall’ultima parola alla prima ed avere un senso completamente diverso. Un altro testo analizzato è un sonetto di Luigi Groto che si può leggere anch’esso in modo inverso. Ovviamente si tratta di “giocare” con un testo, e il problema che discuto è quello di capire o di cogliere i segni che questi testi si possono “rovesciare”. Per potere avere un risultato del genere bisogna che la versione “normale” o “originale” contenga dei “segni” che lasciano intendere che è possibile leggerla in modo retrogrado, perché, ovviamente, si possono rovesciare solo i testi che sono stati composti tenendo presente la possibilità di leggerli in altro modo. E il gioco sta anche nel “nascondere” i segni del gioco stesso, lasciando al lettore la sorpresa di identificarli.
È questo l’unico tipo di gioco sul quale insistono gli altri saggi?
No, sono tutti diversi. Il terzo saggio, si intitola “L’epitaffio mediterraneo di Adone”. Qui si analizza la lunga periegesi di Venere che cerca di raggiungere Glauco il quale avrebbe l’erba che può salvare Adone che sta per morire perché un cinghiale lo ha ferito mortalmente. Venere naviga per il Mediterraneo, toccando molte isole e molti porti nel suo viaggio che comincia a Cipro, e che la porta al Mar Nero, quindi in Sicilia e finalmente a Citera. Seguendo questo lunghissimo periplo si una mappa, vediamo che si forma la figura di una A maiuscola che è l’iniziale di Adone, per dire che Venere ne scrive l’epitaffio sul mare. È, insomma, un “carme figurato”, un gioco che mostra un elemento costruito con gli strumenti che servono a dire altro. Qualcosa del genere appare anche nel saggio successivo dedicato a un sonetto che Petrarca dedica allo specchio. È il sonetto 361, quindi collocato proprio verso la fine del Canzoniere. Il modo in cui il sonetto viene costruito sembra contenere in sé la figura dello specchio, e i primi sette versi sono riprodotti dagli altre sette versi, come in uno specchio. Ancora, dunque, un carme figurato; e capire questo componimento il tal modo getta molta luce sul come in cui si chiude il Canzoniere.
Altri tipi di gioco?
Si, e questa volta l’autore chiamato in causa è Fulgenzio il mitografo, un autore latino vissuto a cavallo del quinto e sesto secolo. Questi compose un’opera intitolata Le età del mondo e dell’uomo, ed è un’opera lipogrammatica, cioè salta una lettera dell’alfabeto per ogni capitolo (l’opera si ferma alla lettera /o/), per cui nel primo capitolo manca la /a/ nel secondo la /b/ eccetera, un po’ come fanno gli autori dell’Oulipo, come Georges Perec, il quale, però scrive un romanzo senza usare mai la lettera /e/. Qui cerco di spiegare il significato di questo gioco ricordando che l’alfabeto nella sua totalità rappresenta Dio (“l’alfa e l’omega”, come dice l’Apocalisse), e che dentro la “serie” dell’alfabeto ogni lettera rappresenta un attimo della storia: si può prevedere che la fine dell’alfabeto coinciderà con la fine del mondo e della storia.
Quindi le possibilità “ludiche” sono varie. Vedo che lei estende la nozione oltre i limiti che aveva tracciato il padre Giovanni Pozzi nel suo bellissimo libro La parola dipinta.
È vero, e sono contento che abbia ricordato questo grande libro che effettivamente è dedicato esclusivamente alla poesia figurata, o ai carmina figurata. La mia ricerca non è sistematica, e forse per questo ha il vantaggio di prendere in considerazioni altri tipi di gioco. Ad esempio, i saggi che seguono sono tutti campioni di “gioco” diversi l’uno dall’altro. Mi limito a ricordarli. Uno di questi tratta dell’onomastica e del cromatismo nell’ultimo canto dell’Adone di Marino, cioè del modo in cui Marino conia i nomi dei personaggi che appaiane nei giochi funebri in onore di Adone, e come a volte li faccia riconoscere ricorrendo all’uso dei colori o degli abiti o del cavallo. Un altro saggio ancora tratta degli “Isopsefi e profezia: il gioco dei numeri”. Per chi non lo sapesse lo isopsefo è l’equivalenza di due nomi dal punto di vista numerico. Nell’alfabeto ebraico e greco, e solo in parte in quello latino, le lettere corrispondono a un numero, quindi è possibile che due nomi coincidano nel totale numerico, e su questo analogia si possono poi fare supposizioni di natura allegorica e anagogica, e trovare significati reconditi. Così ad esempio i cattolici del Cinquecento vendevano nel nome Lutero il totale di 666 che nell’Apocalisse sta per il diavolo. I protestanti facevano lo stesso con nomi dei papi o santi cattolici, e ancora oggi qualcuno ha suggerito che Ronald Wilson Reagan, corrisponda a 666 perché ogni nome del presidente Reagan ha sei lettere. I numeri, dunque, che sembrano infallibili come tutte le cose matematiche, sono in realtà anch’essi disponibile alle più strampalate ipotesi di profezia. Infine c’è un saggio sul gioco retorico dalla “sinchisi” che consiste nell’alterare l’ordine delle parole in una frase fino a renderla pressoché incomprensibile. E in questo caso prendo a modello un autore spagnolo del Trecento, Juan Manuel.
Quindi è un libro anche “divertente”.
Vorrei sperarlo. Credo che l’ultimo saggio dedicato al furto e al supposto plagio sia divertente e attuale. Si tratta del testo di una conferenza sulla “cleptocritica”, dove si esaminano vari episodi e tipi di plagio (torna in ballo Eco con i suoi “echeggiamenti”) a volte con tutta l’infamia che meritano, ma a volte anche con immeritati rimproveri, e questo perché anche il plagio ha una vasta casistica.




