“Scampoli di ricerche critiche su Petrarca e la sua fortuna” di Paolo Cherchi

Scampoli di ricerche critiche su Petrarca e la sua fortuna, Paolo CherchiScampoli di ricerche critiche su Petrarca e la sua fortuna
di Paolo Cherchi
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Prof. Cherchi, congratulazioni per questo suo libro che mi pare nuovo per due motivi: il primo è per la data recentissima, e il secondo è perché è un libro nuovo rispetto ad altri due che ha pubblicato su Petrarca. Uno di questi, Petrarca maestro, (Viella, 2018) l’abbiamo segnalato nel nostro portale, e l’altro risale a tempi non lontani ma neppure vicinissimi. Cosa l’ha spinto a produrre questo nuovo libro?
Grazie, dott. Caruso, dell’ospitalità che mi concede sempre con generosità. Il libro al quale alludeva era intitolato Verso la chiusura del Canzoniere, pubblicato dal Mulino nel 2008. Che sembra ormai molto lontano, considerando la vita normale dei nostri libri. Entrambi erano libri organici nel senso che presentavano una tesi, mentre quest’ultimo è una raccolta di saggi pubblicati in varie sedi e in anni diversi, e pertanto fa parte di un’altra categoria di libri.

Perché crede che una raccolta di saggi di uno stesso autore sia diverso da un libro organico?
La differenza mi pare ovvia, o meglio, c’è una differenza ovvia – ed è il fatto che la raccolta non sia lavoro organico – e una meno ovvia, o per lo meno a me così sembra. Nel libro organico, l’argomento o la tesi sono il punto fondamentale, mentre nelle raccolte ha un ruolo di primo piano l’organizzatore che le allestisce. Le raccolte, infatti, sono la storia, o una parte della storia del ricercatore, dei suoi interessi, del suo metodo di lavoro. Chi raccoglie i propri studi vuole conservarli o dare a questi il rilievo massimo perché ritiene che siano validi ma non molto conosciuti perché dispersi in sedi non molto visibili. L’importante è che le raccolte trovino una giustificazione nella qualità dei lavori riproposti, e quando questa è fondata, le raccolte possono essere molto utili perché si concentrano su argomenti specifici e rimettono in circolazione saggi sparsi e difficilmente reperibili, e in casi ancora migliori, esse hanno un’unità tematica o una “tesi” e quindi a loro modo un tipo di organicità. Diciamo, insomma, che sono frutto di vanità e di senso bibliografico.

Vanità? Vuole dire che questi suoi Scampoli sono frutto di vanità professionale, e che li composti solo per fare un altro libro?
La parola “vanità” fa paura, ma in effetti in una qualche misura sta dietro tutti i libri. Gli autori vedono i libri come Dio vede le sue creazioni. Sono fatti a immagine e somiglianza del loro autore, parlano come lui, hanno il suo respiro, l’autore gli dà la veste che si confà al suo gusto … insomma, un condimento di vanità c’è in tutti i lavori creativi. Nelle raccolte essa è in misura più alta che nei libri di ricerca o di creazione. Devo dire, a mia discolpa che se queste raccolte non avessero altri meriti, la vanità da sola sarebbe imperdonabile.

I saggi che raccoglie, dunque, hanno una giustificazione scientifica.
Spero di si. Hanno il carattere della mia ricerca nel senso che sono “curiosi” di sondare punti poco frequentati dai lettori di Petrarca. Ma spero che destino qualche curiosità non foss’altro perché toccano temi insoliti.

Ci dica.
Direi che i tredici saggi che costituiscono la raccolta, sono ordinati attorno a quattro nuclei. Nel primo studio mi occupo dell’autore che medita sul senso del proprio lavoro, studiando il De vita solitaria e il concetto di Natura nel Canzoniere. Il saggio sul De vita solitaria era una conferenza che poi fu stampata in un volume miscellaneo (Le tentazioni dell’Ermitage. Ideali ascetici e invenzioni architettoniche dal Medioevo all’Illuminismo, Milano, Skira, 2011) dove i petrarchisti non andrebbero mai a frugare. Dimostro che l’opera sia una “auto-suasoria”; e per quanto riguarda lo studio sulla Natura, ricostruisco le concezioni della scuola di Chartres che danno ai paesaggi del Canzoniere una “anima”. Segue una serie di note in cui vengono indicate alcune fonti mai prima identificate. Il secondo nucleo è costituito dalla lectura di cinque sonetti.

Qualche esempio?
Non studio un testo se non trovo un “appiglio” che mi consenta di dire qualcosa di nuovo. In uno, ad esempio, cerco di capire cosa significhino gli aggettivi “onesta e casta”, riferiti a Laura; in un altro cerco di spiegare in modo nuovo un’allusione alla “obra d’aragna”. Credo che le letture più nuove siano quelle che ho dedicato ad un ciclo di sonetti dedicati al dono/furto di un guanto, ciclo in cui opera l’influsso del trovatore Giraut de Borneil; e ancora più nuova è la lettura del sonetto 361 dedicato allo specchio che a me sembra sia un carme figurato.

Cos’è un carme figurato?
Se ha presenti i Calligrammes di Apollinaire ha subito l’idea di cosa siano i carmi figurati. Sono poesie in cui la disposizione delle parole o di alcune loro lettere formano delle immagini o dei nomi o formulano dei messaggi. Il genere è molto antico ed era conosciuto dai poeti mediolatini. Petrarca scrive il sonetto dello specchio per riproduce nei versi l’immagine dello specchio, nel senso che i primi sette versi sono riflessi nei rimanenti setti versi, con l’ambiguità simile a quelle del rispecchiamento, in cui chi interroga è la persona che sta fuori dallo specchio, ma chi risponde è quello che sta dentro lo specchio, cioè rispettivamente una persona reale e una riflessa e scorporata. Nessuno ha mai visto questo gioco, ed è un fatto notevole anche perché è un sonetto che viene prima del “ciclo del pentimento” finale: Petrarca in quel punto “vede” la sua coscienza, e nasce la vera e ferma fede che gli fa amare e volere la salute eterna. È un punto in cui Petrarca “guarda nella sua propria interiorità” come gli consigliava Agostino nel Secretum e risolve il conflitto intimo fra il bene eterno e il bene terreno che si prolunga per tutto il Canzoniere.

Si riferisce all’esortazione di S. Agostino “Noli foras te ire”?
Esattamente. Un terzo nucleo riguarda la fortuna dell’opera petrarchesca nel Seicento. Un primo saggio vede come il De remediis utriusque fortunae fu parcellizzato e trasportato integralmente in una versione tedesca della Polyanthea di Domenico Nani Mirabelli. Un altro saggio studia la fortuna di Petrarca presso i Felibri, i poeti provenzali del secondo Ottocento, fra cui spicca Federico Mistral, che tradusse varie canzoni di Petrarca. I felibri si sentivano molto vicini a Petrarca perché questi visse in Provenza, e per loro Laura era provenzale. E c’è un saggio su Spinoza il quale nella sua biblioteca aveva una copia del De vita solitaria. Cerco di spiegare come mai quest’opera facesse parte delle letture di Spinoza, e credo d’aver capito che grazie ad essa Spinoza meditò sulla vita libera e in solitudine.

Anche questo dato era sconosciuto?
No. C’è stato uno studio, un intero libro, sulla presenza del De vita solitaria nella biblioteca di Spinoza, ma l’autrice non trova riscontri convincenti fra i due autori, e questo perché non ha letto il De intellectus emendatione dove Spinoza sembra riprenda le osservazioni petrarchesche sulla vita solitaria fatte nel celebre paragone tra il solitarius e l’occupatus e sul rispettivo modo di vivere una giornata scandita dal ritmo delle ore canoniche.

E il quarto nucleo?
Non è un vero nucleo in quanto è un saggio che è unico anche per il tema. Si tratta di una lettera che Petrarca scrive a Boccaccio il giorno in cui compie 63 anni. È una data importante perché l’anno 630 è un anno “climaterico” e molte persone sono morte e muoiono a 63 anni. Petrarca ride di questa credenza superstiziosa, e un anno dopo scrive nuovamente a Boccaccio per tranquillizzarlo e per ridere di nuovo di questa superstizione. La storia poi volle che Boccaccio morisse ai 63 anni! A parte l’aspetto “scaramantico” del tema, il saggio documenta la vitalità di questa credenza tra astronomi e pensatori antichi che ebbero seguaci fino al Seicento.

Grazie, professore, di questo suo resoconto che invita a leggere una raccolta “insolita” perché ricca di sondaggi insoliti sull’opera di Petrarca e sulla fortuna di cui godette.

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