“Da Dante a Varano. Lezioni in formato Zoom” di Paolo Cherchi, a cura di Gonaria Floris

Da Dante a Varano. Lezioni in formato Zoom, Paolo Cherchi, Gonaria FlorisPaolo Cherchi
Da Dante a Varano. Lezioni in formato Zoom
a cura di Gonaria Floris
Angelo Longo Editore

Prof. Cherchi, questo suo ultimo libro pare sia scritto per dire addio alla sua attività di studioso che ha prodotto tanti libri. È vero o è una finzione?
Ha visto bene, almeno in buona parte. È un libro che ha sapore di “addio”, come si deduce dalla prefazione che esordisce con “Puesto il pie en el estribo”, ripreso dalla prefazione che Cervantes pose alla sua ultima opera, il Persiles y Sigismunda, in cui dice di aver posto il piè nella staffa per fare il suo ultimo viaggio a cavallo verso l’ultima tappa della sua vita. Ed è un libro che è mio solo in parte, ed è anche vero che vi è forte il senso dell’addio.

Come non è un libro suo? E di chi sarebbe, posto che in copertina lei figura come l’autore?
Il contenuto del libro è tutto mio, ma la composizione è della curatrice, Gonaria Floris, una mia vecchia amica e professore di letteratura italiana presso l’Università di Cagliari, che è anche l’università in cui mi sono laureato. Come spiego nella prefazione, Gonaria ha visto che la mia memoria è in forte declino per gli anni ormai inoltrati, e quando la memoria non funziona più tanto bene, si perde anche l’immaginazione e il sapere che sono indispensabili per produrre ricerche. Perciò ha voluto farmi l’omaggio di raccogliere alcuni dei miei lavori nati dal contatto vivo con i miei uditori anziché con i miei pochi lettori, pensando che questo ricordo mi tenga vitale e ancora presente fra vecchi amici.

Quindi è una raccolta di conferenze sue e di partecipazione a opere di insieme, come omaggi a colleghi, partecipazioni a congressi, lezioni anche per via telematica e lavori del genere.
Proprio così. Gonaria ha scelto i testi, io li ho rivisti, ma solo per intervenire in misura minima; lei ha scritto una presentazione, e quindi per molti versi è l’autrice del libro, o quanto meno una sua co-autrice.

È soddisfatto della sua scelta?
Certamente sì. Io forse non avrei saputo fare meglio. La scelta mira alla leggibilità e a rappresentare la varietà dei miei interessi. Ha scelto fra miei scritti — in appendice del libro se ne dà l’elenco — privilegiando quelli che presentano un distinto aspetto di comunicazione diretta — quindi prevalentemente “conferenze” o “lezioni” — ed escludendo quelli di carattere spiccatamente filologico ed erudito. Penso che effettivamente il libro sia riuscito quanto alla sua “leggibilità”.

E pensa che dia una buona rappresentazione del suo lavoro?
Credo proprio di sì. Ha scelto saggi che rappresentano il mio interesse per l’interpretazione letteraria, che è per lo più orientata verso cultura degli autori e la ricostruzione di storia delle idee, e questa linea direi che costituisce l’aspetto più ricco del libro. Ha preso in considerazione la mia propensione per i testi rari, per la filologia testuale, nonché per la deontologia professionale. 

Sarebbe così gentile da essere più specifico? Vedo, ad esempio, che l’ultimo saggio s’intitola “Dobbiamo ancora scrivere recensioni?”, e capisco che questo saggio riguardi “i doveri” di chi ha a cuore la professione. Ma per gli altri saggi vorrei saperne di più.
Il primo saggio s’intitola semplicemente “Erudizione”, ed è una “lezione” sulla storia di questo concetto, sul modo di intendere un modo di sapere che ha dominato epoche, che è stato emarginato e disprezzato in altre, e che oggi è quasi del tutto scomparso o ricordato con una carica di derisione. È un excursus che dovrebbe far vedere agli studenti che, ad esempio, le accese discussioni sugli anni del mondo e dell’uomo che ebbero luogo nel Sei e Settecento (tutti ricordano le pagine della Scienza nuova di Vico sull’argomento), non erano frutto di pedanteria, ma rispondevano al grande problema di accettare o rinnegare i computi della cronologia imposti dalla Bibbia, e si trattava così di grandi problemi religiosi. E cerco anche di spiegare perché i grandi eruditi positivisti siano un prodotto di un modo di pensare e non frutto di un puro amore per i dati rari.

Seguono altre tre saggi dedicati alle Tre Corone. Un saggio “Dante vivo” propone di spiegare il successo mondiale di Dante per i suoi ideali democratici di “giustizia” sorti con la Rivoluzione Francese. Un saggio su Petrarca indaga il senso del tempo nel Petrarca del De vita solitaria e lo studia in relazione alle ore canoniche indicate in passo celebre di quel testo. Di Boccaccio poi si studia un aspetto pressoché inedito, e cioè il ruolo degli “inventori” nel De genealogia deorum e come il suo approccio innovi profondamente il discorso mitografico del tempo.

Viene quindi un saggio su Alfonso Varano il quale nella sue Visioni del tardo Settecento recupera il messaggio dantesco e gli impone un senso “giansenista”. È un saggio rilevante non solo perché offre una delle prime testimonianze della ripresa della fortuna di Dante nel Settecento e dopo secoli di oblio, ma anche perché mette in luce la presenza di tesi gianseniste nella Ferrara del secolo decimottavo. È un dato nuovo, ignorato dagli studiosi del Giansenismo in Italia, da Arturo Carlo Iemolo a Pietro Stella a Mario Rosa.

Davvero interessante perché il volume che sembrerebbe “leggero” stando a quanto ci diceva all’inizio, in realtà presenta degli affondo culturali di notevole spessore, come questo del Giansenismo, del tutto sorprendente, considerando anche il fatto che in Italia le dottrine di Giansenio ebbero scarsa eco. Ci dica del resto del libro.
Ora il volume entra nell’ambiente dei “rari” con una lezione sul modo in cui gli stratagemmi antichi, in particolare quelli raccolti da Frontino, refluiscono nell’opera novellistica di Bernardino Rocca, in una sua opera mai studiata in cui tutte le “imprese” o novelle hanno per fonte uno stratagemma antico. Il tema è interessante perché non solo vede come un genere letterario può essere modificato in un altro, ma perché ciò accade in un momento in cui il genere “novella” è ormai in crisi (siamo ai primissimi del Seicento) e cerca nuove forme per rigenerarsi. Lo stratagemma, simile per molti versi alla “beffa”, offre una possibile materia narrativa perché nel fondo, ogni stratagemma ha in sé una situazione narrativa, con un principio d’azione, un mezzo e una fine.

Segue un saggio su Basile e del suo Cunto de li cunti, in cui ad ogni giornata viene aggiunta una parte in poesia che i critici hanno sistematicamente ignorato. Io prendo in esame il primo di questi componimenti, “La coppella”, e mostro come essa sia essenziale per comprendere il senso di tutta l’opera perché lo strumento usato dai distillatori serve a porre le novelle sotto il senso del “disinganno”, ossia di quella nozione barocca che pone in luce quanto la realtà sia ingannevole.

Notevole, se non altro per la lunghezza, è un saggio su Daniello Bartoli e la sua prima opera, L’huomo di lettere difeso ed emendato. Bartoli studia la figura del letterato, e non lo vede più come un nemico dei “signori” o degli “ignoranti”, ma come nemico si se stesso nel momento in cui dimentica i propri doveri d’autore. È una proposta notevole, perché dà un’idea molto diversa di quello che erano e che dovevano essere gli “intellettuali” o i “letterati” equilibrati, certo molto diversi dai personaggi “bizzarri” che ci immaginiamo specialmente quando pensiamo agli spiriti “bizzarri” del Seicento.

Ed ecco un saggio su un Marino del tutto dimenticato. È un’analisi del Camerone, ossia della prigione in cui Marino fu detenuto. L’operetta (in realtà un lungo “capitolo”) rientra nel genere delle “scritture dal carcere”, ma Marino vi apporta temi nuovi: egli non offre alcuna meditazione sulla giustizia, come accade spesso in questo genere letterario, e non cerca neppure di incolparsi o di scolparsi, ma descrive con impareggiabile verve i mali di quella prigione, e la sua sola ansia è quella di uscirne.

Segue un saggio che dà un campione di una storia delle idee. Si intitola “Alla ricerca della virtù eroica” e studia come questa virtù, vagamente teorizzata da Aristotele nell’Etica Nicomachea,  susciti tante ricerche e produca tante proposte fra i dottori della Scolastica, e poi fra i teologi della Seconda Scolastica fino a trovare un personaggio che ne sia dotato: è il santo, tanto è vero che questa virtù è indispensabile per creare portare a buon esito un processo di santificazione. Ma della virtù eroica si occupano anche gli autori epici come Tasso, e i teologi protestanti che l’attribuiscono anche ai leaders di grandi stati.

Un capitolo, “L’edizione dei testi a stampa di tradizione dissoluta”, è il solo dedicato ai problemi di critica testuale. Si sostiene che certe opere che crescono e si modificano nel tempo (raccolte di ricette, di “problemi”, opere di grande uso e che richiedono continui aggiornamenti), sfidano i criteri della filologia genetica, perché l’archetipo nel corso del tempo diventa il testo meno autorevole in quanto le opere di questo tipo si devono costantemente aggiornare. In casi del genere è possibile la stemmatica? Forse, ma solo in misura limitata, nel senso che potrebbe essere possibile stabilire una serie di sub-archetipi da cui dipenderebbero certe famiglie di testi.

Chiudono la serie due articoli di tipo “teorico”, perché vi si analizzano dei concetti adottati per guidare i nostri studi. Uno di questo è il criterio di “disordine e ordine” di alcuni generi letterari nel Rinascimento. Ordine e disordine sono criteri estetici che presiedono a certe forme letterarie, ma in ogni disordine c’è un ordine, ed è possibile che opere ordinatissime coprano poi un immenso disordine. Seguendo questi principi si studiano generi letterari come le selve rinascimentali (opere che disordinatamente raccolgono materiali vari, ma poi son rette da criteri interni che sono invece ordinatissimi) e temi come quello del “mondo alla rovescia” che però sottende sempre il mondo nel verso giusto, che offre il metro per misurare quanto sia esteso “il rovescio”.

Un altro saggio di teoria letteraria verte sul tema delle fonti, dei topoi e degli intertesti. Il saggio — oltre alla parte teorica che ripercorre la storia di cosa si sia inteso per fonte e per plagio, e come più recentemente si sia parlato di topoi e di allusività e di intertesto — presenta una ricca casistica di esempi ricavati dalla letteratura spagnola, e questo perché per molti anni ho insegnato letteratura spagnola e posso considerarmi un ispanista, avendo scritto non solo un libro sul Don Quijote, ma anche una corposa raccolta di studi ispanici.

Infine viene il campo della militanza nella professione. Il saggio sulle recensioni e il dovere di farle, offre il testo di un intervento ad una riunione della società di italianisti. Le recensioni oggi sono screditate, e molte riviste non ne pubblicano più. Ed è un peccato, perché le recensioni, se ben fatte, mantengono viva la discussione e la valutazione su apporti, su tendenze, su esiti, cioè su ciò che i nostri studi vorrebbero significare. Sarebbe utile se questo genere venisse curato con maggiore impegno.

Vedo che è un libro vario e corposo. Conoscendo l’autore e altri suoi lavori, immagino che anche questo abbia una spessa patina erudita, ma senza essere greve. “Erudizione e leggerezza” è il titolo di uno dei suoi libri di qualche decennio fa. Vorrei sperare che davvero non chiuda la serie dei suoi lavori, e mi auguro davvero che possa continuare a darci contributi sostanziosi come questo. E vedo che se il libro non è “organico” nel senso che ruota attorno ad un tema e un problema, è pur sempre un lavoro “omogeneo” in quanto presenta un’unità di stile, una costanza di interessi verso un tipo di ricerca dotta ma non pedantesca: veramente “erudita” nel senso che mi pare risulti dal primo saggio.
È molto gentile questo suo giudizio e credo che sia genuino questo suo augurio. Ma sulla qualità del mio lavoro, e di questo in particolare, decideranno i lettori. Quanto agli auguri, molto, anzi quasi tutto, non dipende più da me: gli anni, ormai giunti alla fine dell’ottavo decennio, sono quelli che avranno l’ultima parola.