“Minima Garzoniana. Studi su Tomaso Garzoni” di Paolo Cherchi

Minima Garzoniana. Studi su Tomaso Garzoni, Paolo CherchiMinima Garzoniana. Studi su Tomaso Garzoni
di Paolo Cherchi
Angelo Longo Editore

Prof. Cherchi, com’è che dopo tanti anni è tornato a Garzoni?
È una bella domanda che non so se prendere come un complimento o come un rimprovero. Gli anni effettivamente sono molti, e il ritorno non produce molto di nuovo. Eppure l’interesse per Garzoni è vivo ai nostri giorni, ed è la considerazione per la quale prendo l’allusione agli anni come un complimento, perché se non apporto niente di nuovo, almeno riesco attuale. Effettivamente ho cominciato ad occuparmi di Garzoni fin dagli anni Settanta, e il mio primo libro fu proprio un’edizione delle opere garzoniane minori. Era il 1972. L’ultimo mio lavoro su Garzoni è apparso proprio in questi mesi in un’opera collettiva, Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà, diretta dallo storico Giovanni Mari, appena uscita in due splendidi volumi della Firenze University Press. Nella prefazione di quest’ultima mia silloge racconto la storia della mia “vita con Garzoni”. E devo dire che se questo compagnonnage è durato per tanto tempo, è perché l’opera di Garzoni è entrata nel circuito e direi nel canone degli studi letterari e culturali del Cinquecento, e mi piace pensare che questo successo si debba in buona parte al mio lavoro e a quello di pochi altri.

Credo che sia proprio così, e congratulazioni anche per questo. Ma perché questo suo nuovo libro che raccoglie studi tanto lontani insieme a altri recentissimi?
In parte ho già risposto ricordando l’attenzione che l’opera garzoniana riscuote in questi giorni. Ad esempio, Garzoni costituisce un richiamo obbligato fra gli studiosi della pazzia nel Rinascimento, e oggi sono molti. Ma ci sono altre ragioni. Le raccolte di studi su un autore o un argomento specifico o anche quelle che vertono su argomenti vari hanno sempre lo scopo primario della “testimonianza” di una vita o di un’esperienza di lavoro, e a volte hanno anche il valore del recupero di saggi dispersi e di non facile reperibilità. La raccolta che la sua Letture.org vuole presentare — e di questo sono veramente lusingato e grato —ha entrambi questi scopi. Alcuni dei saggi sono accessibilissimi perché usciti in sedi molto frequentate: ad esempio, il primo saggio sulla Sinagoga degli ignoranti di Garzoni e gli Adagia di Erasmo, uscì nel «Giornale storico della letteratura italiana», una rivista consultabile in tutte le biblioteche; altri, invece, sono apparsi in sedi non frequentate dai “garzonisti”. Ad esempio l’ultimo saggio (è del 2022) tratta della presenza di Garzoni nel Simplicissimus di Grimmelshausen, quindi in una zona non frequentata da italianisti. Altri lavori hanno avuto una destinazione specialistica e non primariamente garzoniana (ad esempio, Garzoni e il mondo della Cuccagna, o Garzoni e l’imitatore spagnolo Suárez de Figueroa) e anche questi saggi possono sfuggire ai cultori del nostro autore, e di conseguenza non si rendono conto della fortuna che egli godette in Europa e in ambiti non propriamente letterari.

Vedo però alcuni saggi che non mi sembrano “settoriali”, come quello su “Garzoni e l’onomastica” e “Garzoni e il calendario”: sono magari saggi specialistici e che rientrano nella storia delle idee o delle discipline.
Giustissimo. Ha visto anche lei che l’opera di Garzoni offre materia di studio per vari specialisti. Lasciando perdere quelli che si occupano del mondo del lavoro (è uno degli aspetti più vistosi della Piazza universale di tutte le professioni del mondo, l’opera più celebre di Garzoni e molto frequentata da specialisti della storia del lavoro e della lingua e del folklore), il saggio sull’onomastica interessa particolarmente i filologi e quei pochissimi fra di loro che si occupano di onomastica. I nomi non sono parole comuni, e la loro trasmissione risponde a regole che non sono quelle di altre parti del discorso. Può capitare, ad esempio, che Garzoni citi un nome in modo storpiato, ma cosa dobbiamo pensare, che sia lui a storpiarlo o la fonte da cui lo copia? Se, ad esempio, trovo una variante come “rigazza” per “ragazza”, posso correggerla facilmente, ma se trovo Antenio per Antonio non sono così sicuro che bisogna intervenire, e magari la scoperta di una fonte ci conferma che la forma riscontrata in Garzoni è quella che lui copia correttamente. E ci sono dei casi in cui la correzione potrebbe creare un personaggio diverso da quello che Garzoni intendeva. In genere il mio saggio prova che il sussidio migliore per capire se e come correggere viene suggerito dalle fonti che Garzoni usa, e la scoperta di queste fonti è decisamente il lavoro più arduo dell’editore. Quanto poi al calendario, il tema è interessantissimo perché la riforma gregoriana avvenne proprio negli anni in cui Garzoni scriveva, eppure lui preferisce ignorarla e usare un calendario che era quello vigente per i primi tre quarti del Cinquecento. Comunque il problema offre il pretesto per studiare il modo con cui si rende “attuale” l’antico, e il discorso si allarga di molto, toccando le tassonomie enciclopediche del tempo, e studi moderni come quelli di Koselleck.

Il saggio più lungo “Somma di altre somme”, “racconta” — e credo di usare il termine in modo appropriato perché effettivamente il discorso costruisce una tesi come se ne facesse una narrazione — il lavoro che l’editore di Garzoni deve fare per conoscere i materiali utilizzati da lui nel comporre opere che affastellano aneddoti e stendono lunghe pagine di nomenclature.
Ha indicato il saggio che “narra”, appunto, l’avventura della ricerca e mette in luce un sistema di lavoro che viene applicato in tutta la raccolta. Non c’è dubbio, infatti, che il carattere generale dei saggi scelti per questa silloge sia decisamente di natura “erudita”, e nella prefazione mi soffermo su questo punto. “Erudito” è un termine che suggerisce un’immagine di “muffa”, mentre quella di “filologico”, che gli si apparenta in modo stretto, dà l’idea della precisione e del rigore. Ma è un’idea sbagliata e ingiusta: sarebbe meglio dire che l’erudito è il filologo che lavora su materiali “rari” o caduti fuori della visione corrente. Chi lavora su testi del secondo Cinquecento in particolare deve rispolverare opere seppellite negli scafali di biblioteche antiche, dimenticate, “ammuffite”; e deve farlo non per una qualche perversione, ma perché senza di esse non riesce a capire il mondo dell’autore che studia. Per leggere e apprezzare Garzoni, come di qualsiasi autore, bisogna avere familiarità con le sue conoscenze, trovare “le fonti” delle sue informazioni, conoscere gli autori che cita, insomma immergersi nel mondo suo e dei suoi libri. Nella prefazione tocco questo tema perché credo sia giusto riabilitare un certo tipo di sapere che la cultura idealistica ci ha fatto vedere come sterile e incapace di illuminare autori e quadri culturali. E credo di non essere l’unico a pensare così. Oggi molti giovani studiosi, specialmente italiani, hanno appreso a muoversi fuori dalle correnti idealiste e sociologiche, come dai formalismi dello strutturalismo e anche dai richiami dei “cultural studies”, per riscoprire i filoni dei vecchi lavori dei positivisti, e ricercano “i dati” e li inquadrano in correnti di storie delle idee, e i lavori che ne nascono sono veramente pregevoli e orientati in modo produttivo. Io ho imparato a fare questo tipo di lavoro studiando Garzoni. Non mi azzardo a giudicare i risultati, ma quando ottengo qualche risultato, so d’averlo raggiunto proprio grazie a quanto ho appreso dallo studio di un autore vulcanico come Garzoni, e grande utilizzatore dei lavori altrui che sapeva leggere con profitto.

Vedo che fra i saggi include anche l’introduzione che ha scritto per l’edizione del Serraglio di tutti gli stupori del mondo, curata da un cenacolo di garzonisti di Bagnacavallo, città natale del Nostro.
È vero e l’ho fatto per arricchire il profilo intellettuale di Garzoni. Questi era un canonico lateranense e un militante cattolico della Controriforma, quindi era molto interessato ai temi della magia, degli esorcismi, dei pronostici e dei mostri e di tutta una materia che, secondo l’ottica del tempo, presuppone la presenza di Dio e del diavolo. L’opera è postuma e fu completata, integrata e forse potata dal fratello Bartolomeo. È un’opera farraginosa e di lettura lenta. Eppure, come tutte le opere garzoniane ci pone in contatto con la cultura del tempo come pochi altri autori sono riusciti a fare. Ci fa capire le ansie di un’epoca, “le paure” diffuse in quel mondo molto meglio di quanto non sia riuscito a farlo Delumeau nel suo La peur en Occident. E ci espone i modi in cui la Chiesa combatteva la cultura della magia e della superstizione. Vedere il diavolo dappertutto era un arrendersi all’irrazionale e tradire l’insegnamento cristiano; escludere che forze maligne operassero nel mondo era altrettanto pericoloso. Esisteva una via di mezzo, che era il “ragionamento” alla maniera logico-aristotelico o diciamo scolastica. Supponiamo che una statua sudi: non si deve pensare che ciò sia opera del demonio, ma il fenomeno dipende dalla materia con cui la statua è stata costruita: se è una pietra porosa, questa assorbirà l’umidità dell’atmosfera e la essuderà con il calore, quindi bisogna escludere l’opera del demonio e vedere la cosa in termini naturalistici. Esiste, insomma, una magia bianca — i cui eventi si possono spiegare con la ragione — e una magia nera che è invece opera del diavolo. Non dico di più, se non che anche quest’opera di Tomaso Garzoni è degna di essere letta, perché da essa si apprende a conoscere un mondo che crediamo di dominare solo perché abbiamo a disposizione pochi pregiudizi che di fatto fanno travisare le cose.

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