“Sfarfallate dantesche” di Paolo Cherchi

Sfarfallate dantesche, Paolo CherchiSfarfallate dantesche
di Paolo Cherchi
Angelo Longo Editore

Un libro su Dante dopo la fluviale produzione del centenario dantesco, e con un titolo così “scanzonato” incuriosisce. Come e perché l’ha prodotto, cosa può darci di nuovo?
Prima di tutto, grazie come sempre dell’ospitalità. Le domande che mi rivolge sono prevedibili e proprio per questo ho anticipato la risposta nell’introduzione del libro. La Commedia, come tutti sanno, è il libro italiano più noto al mondo, dopo Pinocchio. E se la patria di Dante è l’Italia e Firenze in particolare, molte nazioni si contendono il primato degli studi sulla sua opera. Fra queste, direi, gli Stati Uniti hanno il primato sia nella continuità d’interesse, sia in numero di studi. La Commedia, si può dire, fu riscoperta dalla cultura romantica. Dopo l’attenzione riscossa nel periodo umanistico e rinascimentale, fu pressoché dimenticata (nel Seicento ebbe solo due edizioni, e Marino la cita sempre in contesti comici; e nel Settecento Voltaire o Baretti ne avrebbero salvato solo pochi versi), e l’Ottocento, invece, l’accolse trionfalmente come un vero e grande capolavoro. L’America si unì presto al coro, e nel New England si ebbe un vero culto di Dante, officiato da Longfellow, che tradusse il poema e ispirò generazioni di poeti, incluso Pound e Eliot. Questo culto non ha avuto interruzioni e la quantità di studi danteschi prodotta negli USA è davvero impressionante. La Commedia viene insegnata in tutte le università anche dove non ci sono dipartimenti di italiano, perché comunque rientra nei programmi di letteratura e cultura generale. Negli ultimi vent’anni ci sono state ben 23 traduzioni, integrali o parziali e includendo quelle prodotte anche in Inghilterra!

E immagino che la produzione di cui parla sia molto varia.
Certo, ma ha anche con un suo carattere generale che la distingue da altre tradizioni. Dagli anni cinquanta fino ad oggi, il maestro degli studi danteschi è stato Charles Singleton, un esimio dantista tradotto anche in italiano. Una caratteristica della sua interpretazione è il peso che dà al “soprasenso”, cioè agli aspetti “allegorici” e “anagogici” del testo dantesco, e questo è l’orientamento che prevale negli studi americani su Dante. Raramente si legge uno studio dedicato allo stile o alla composizione di un canto o di una sezione come invece accade nella tradizione della “lectura Dantis”, molto comune in Italia. E la dantistica americana ha prodotto splendidi risultati, e, come tutti i metodi, ha prodotto anche delle caricature, perché se è doveroso interpretare le allegorie dove sono chiare, non è sempre chiaro dove queste siano presenti, per cui sono frequenti gli studi su allegorie inventate dai lettori. Per esempio, vedere un’allegoria della pietra tombale di Cristo nella roccia su cui Dante si siede mentre dialoga con Belacqua, è quanto meno spericolato; e trovare significati allegorici nel verso “ed egli avea del cul fatto trombetta” è da ingegno a ruota libera.

Sfarfallate dantesche
  • Cherchi, Paolo (Autore)

Quindi i suoi studi stanno su questa linea?
No, per niente, anzi, come spiego nella prefazione, è uno dei motivi che mi ha trattenuto dal pubblicare questo libro fuori tempo, cioè a non partecipare alle celebrazioni del centenario. Ma non è questa l’unica ragione, ché sarebbe meschina. Il motivo più profondo è che non mi ritengo un dantista, e tanto meno un dantista di tipo americano. Certo, avendo insegnato letteratura italiana all’University of Chicago per circa quarant’anni, ho dovuto insegnare Dante, e ho spesso pubblicato saggi, note e recensioni su temi danteschi, ma non mi ritengo un dantista. Questa figura, che non è solo americana, è quella di un professionista che dedica tutti i suoi studi a temi danteschi, e se ha i vantaggi della grande specializzazione ne patisce anche i difetti tipici: la chiusura ad altri studi, il rischio di aggirarsi sempre negli stessi problemi, e in alcuni casi la noia della ripetitività. Non potrei mai identificarmi in questa figura.

Lei è di formazione italiana, vero?
Si, ho studiato lettere in Italia, e quel tirocinio non è stato cancellato dai molti anni passati all’estero. Ma il motivo per cui non sono un “dantista” dipende dal mio metodo di lavoro. Normalmente non “cerco” problemi da risolvere, ma risolvo quelli che “trovo”. È una differenza notevole: chi cerca problemi si muove su terreni già noti, mentre chi li “trova” ha probabilità di muoversi in zone nuove e arrivare a risultati originali o anche sbagliati, ma credo che il rischio valga la pena perché anche sbagliando s’impara.

Quindi come è nato questo libro?
C’era un anniversario da celebrare, ed era quello della casa editrice Longo che compie sessant’anni di attività. E siccome il direttore è un caro amico di vecchia data, e siccome la sua casa ha un ricchissimo catalogo di studi danteschi, mi sembrava un’occasione opportuna per raccogliere alcuni dei miei studi e dedicarglieli, celebrando così la nostra amicizia e il suo magnifico contributo agli studi danteschi.

E perché intitolarli “sfarfallate”?
Perché lo sono, almeno nel senso della leggerezza con cui passano da un argomento all’altro come farebbe un “dilettante” lettore di Dante. La mancanza di sistema va a vantaggio di quel “trovare” di cui dicevo. Sono saggi tutti diversi che non dovrebbero stancare il lettore, e come tutte le “raccolte” possono essere lette da principio alla fine o viceversa, oppure anche partendo dalla metà e procedendo ora per un capo ora per l’altro. E perché questa formula funzioni bisogna che ogni pezzo resista alla lettura e invogli a leggere gli altri.

Sono, dunque, saggi di qualità “trovata”, e quindi originale.
Sul valore dei saggi si pronunceranno i lettori. Punto molto sulla “originalità” della loro materia e del modo con cui la presento. Nel primo saggio, “Dante e i trovatori”, si tocca un tema che si immaginerebbe “corrente” negli studi danteschi, e invece risulta il contrario: qualche occasionale citazione di un trovatore, ma mai uno studio generale su come Dante riceveva l’eredità dei poeti provenzali, il loro messaggio di un amore che “raffina” l’amante, e come questo amore consenta poi a Dante di superarlo amando prima “la donna gentile” e poi la donna che lo porta a vedere Dio. Segue un altro saggio che riguarda il problema delle “partizioni” delle poesie presenti nella Vita nuova, partizioni che interpreti come Boccaccio trovavano infantile e da scartare, e invece sono intese a tenere la narrativa dell’opera sul doppio registro del vero, ossia quello poetico “allusivo” e quello “storico” della prosa. Nel saggio successivo si chiede dove Dante collochi l’inferno. È una domanda che sembrerebbe ovvia, e forse proprio per questo il problema non è quasi mai affrontato. Tracciando la storia della dimora del mondo dei morti dalle tradizioni bibliche a quelle più vicine ai giorni di Dante, si vede quanto sia originale la collocazione dantesca e quale significato acquisti nel disegno generale del poema. Seguono due brevi note di indagini sulle fonti: una riguarda la “innocenza” Virgilio che arrossisce per niente; l’altra riguarda la “femmina balba” e le sue origine nel mondo della medicina.

E le lecturae Dantis alle quali accenna?
Giusto. Proprio a questo punto del libro ci sono due tipiche “lecturae”, la prima è dedicata al canto di Gerione, e la seconda alla “valletta dei principi” nel Purgatorio. Ecco, sono due saggi che non sono pensabili nella dantistica americana, mentre rientrano appieno nella tradizione italiana, sia nella tradizione della critica stilistica sia anche del formalismo strutturalista e semiotico.

Con queste letture siamo giunti alla metà del libro, stando all’indice che ho sott’occhio. Che tipo di saggi sono quelli che seguono?
Sono saggi relativi a temi generali. Il settimo saggio s’intitola “L’umiltà nella Commedia”, tema anche questo che si immaginerebbe frequentatissimo, e invece non è stato scritto quasi niente su di esso, benché l’umiltà sia la virtù cristiana per eccellenza, quella di chi sta più vicino alla terra, all’humus. È vero che neppure Dante le dedica un trattamento speciale, eppure essa è presente in modo che nessun altro prima ha visto. È presente, ad esempio, nella “coralità” del Purgatorio, nelle preghiere e nella premura per gli altri di quelle anime; è presente nella processione del paradiso terrestre che forma una croce, il simbolo massimo dell’umiltà cristiana; è presente nell’esame di Dante in Paradiso davanti ai teologi; è presente nell’ultima visione quando il Viator vede “con i suoi sensi terreni” l’immagine di Dio. Simile nel taglio è il saggio “Dante e Cicerone” scritto per il centenario. Abbandonando il modo tradizionale modo di vedere isolatamente passi di Cicerone ripresi Dante, in questo saggio affronto il problema in modo assolutamente nuovo e dimostro che Cicerone fu un maestro più influente di Virgilio e di Aristotele, e lo faccio costruendo una sorta di “vite parallele”. Dante, nella prima crisi della Vita nuova trova modo di consolarsi leggendo il De amicitia di Cicerone; fu come l’Arpinate fu un politico militante ed venne esiliato; difese la propria lingua e volle portarla al rango di lingua di cultura, proprio come fece Cicerone che volle dare a Roma una lingua atta al discorso filosofico; da Cicerone ricavò nozioni fondamentali sulla natura dell’impero, della pietas, e tante altre cose tanto da essere una presenza costante nella vita intellettuale di Dante.

Indubbiamente è un modo di studiare Dante e Cicerone diverso da quello che si vede normalmente in questo tipo di studi che, magari, si limitano a indicare i 50 loci in cui si rileva l’influenza, come accade, ad esempio nel pur ottimo articolo dell’Enciclopedia Dantesca. Gli altri saggi vanno in questa direzione?
No. Ma non penso che quanto segue sia privo di interesse. Certo non arriva a molti un saggio dedicato alle traduzioni in sardo delle Commedia, anche se il discorso sulla traduzione e in quella particolare dei dialetti, è di notevole attualità. Di interesse più un pubblico più ampio è il saggio su Dante e l’Islam. E questo perché in tempi recenti è tornata di moda l’idea che Dante debba molto all’escatologia musulmana, grazie anche alla traduzione del libro di Asín Palacios, uscito un secolo fa, ma riportato all’attenzione promossa dagli studi sul Mediterraneo e la riabilitazione delle culture diverse dalla nostra. Ma faccio un solo esempio: ricorda l’episodio della testa mozzata di Bertran de Born che parla? Bene quest’episodio dimostrerebbe che Dante tenne presente Il libro della scala di Maometto dove appare un peccatore con la testa mozzata che parla. Sennonché il tema è presente nella tradizione cristiana fin dai primi secoli. Era il fenomeno della “cefaloforia” dei santi che portano la propria testa mozzata al luogo dove vogliono essere sepolti. Tutti ricordano il caso di Saint Denis, il patrono della Francia, la cui agiografia racconta un episodio simile. E siamo al quarto secolo, quando l’Islam non era ancora nato! Propongo quindi di tener presente il fatto innegabile che il Nord Africa era profondamente cristianizzato quando vi giunse l’ondata islamica. Tertulliano, Lattanzio, Agostino, Fulgenzio e numerosi altri autori sono di formazione latina cristiana, e condividevano con i cristiani dell’altra sponda del Mediterraneo leggende e credenze che poi gli arabi occupanti condivisero. Questo non vuol dire che gli Arabi fossero privi di una loro cultura che si portarono dietro nei paesi che invasero, ma è sempre utile non fare di ogn’erba un fascio in cui poi tutto si confonde. Insomma prima di dire che tutta la giustizia infernale sia islamica bisogna ricordare questa realtà.

Grazie anche di questo chiarimento metodologico. Vedo che le sue “sfarfallate” si chiudono con due recensioni.
Verissimo. Gli ultimi due saggi sono in effetti delle recensioni. La levità dello sfarfallare approda anche a parlare di due libri di critica su Dante. Una riguarda il libro di Giulio Ferroni sul “viaggio con Dante per l’Ialia”, e un’altra si occupa di due libri certamente da leggere per il loro contributo critico, uno di Roberto Antonelli e l’altro di Lino Pertile. Di solito le recensioni non vanno confuse con i saggi, perché sono generi diversi nel taglio e nel proposito. E tuttavia mi sono permesso di farlo perché sono convinto che le recensioni, genere oggi destituito da ogni prestigio, siano ancora valide forme di ricerca anche quando si limitano a riassumere libri altrui, e questo perché la critica implica sempre una discussione con il lavoro degli altri studiosi, e le recensioni rientrano in questa funzione, discutendo, segnalando, respingendo o correggendo le proposte avanzate nel corso della ricerca su un determinato soggetto.

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