Professor Paolucci, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi di Feltrinelli, è dedicata a Umberto Eco. Lei dello scrittore recentemente scomparso è stato uno degli ultimi allievi e stretto collaboratore all’Università di Bologna: qual è l’eredita dell’intellettuale italiano più famoso del mondo?
Umberto Eco, Claudio PaolucciSenta, questa è la domanda più difficile per uno che per provare a rispondere ha scritto un libro di 250 pagine. Credo che Eco ci lasci molte idee fondamentali in molti campi culturali, un’attitudine a tenere insieme cose che altri credevano dovessero restare separate e il suo genio personale nel vedere connessioni dove altri non sapevano vederle. Ci lascia poi un’intera disciplina – la semiotica – che lui stesso ha contribuito a fondare, uno spazio della cultura italiana profondamente segnato dalla sua attività e qualche romanzo straordinario. Infine lascia la sua lezione nelle tante persone che l’hanno letto, studiato e amato in tutti questi anni, perché alla fine le idee e le storie contenute nei libri vivono grazie alle persone che li leggono e li fanno vivere.

Umberto Eco ha abbracciato nella sua sterminata attività le più svariate discipline: è possibile azzardare una reductio ad unum dei suoi interessi?
La risposta più naturale e più corretta sarebbe no, non fosse altro per la quantità smisurata di temi e di problemi di cui si é occupato. Tuttavia, nel libro individuo fin dal titolo una coppia concettuale, che è quella dell’Ordine e dell’Avventura, che mi pare riassumere bene una specie di tensione, quasi di fascino, che ne ha segnato lo stile. Il suo primo libro, Opera aperta, comincia con la citazione di questa coppia concettuale e una citazione simile chiude Semiotica e filosofia del linguaggio, forse il suo libro più importante di semiotica. Ordine e Avventura sono come due regni distinti, compresenti ma differenti, ed è come se il pensiero di Eco abbia cercato di insistere sull’avventura quando la cultura del suo tempo cercava l’Ordine e di insistere sull’ordine quando invece la cultura si era messa a cercare l’Avventura, come ad esempio negli anni del postmoderno e della decostruzione. Secondo Eco, l’Ordine è il regno la cui espressione più alta è data nelle summae medievali. È un’idea che eredita dalla scolastica e dai suoi studi su Tommaso d’Aquino, su cui scrisse la tesi di laurea e dal cui fascino non si è mai veramente affrancato. Per il Tommaso di Eco, l’Ordine è una totalità intelligibile di relazioni in cui tutto trova un posto e una ragione. Se lei ci pensa, Eco non smetterà mai di indagare questo polo, provando fino in tarda età a costruire concretamente delle totalità ordinate. In fondo, libri come Storia della bellezza, Vertigine della lista e Storia dei luoghi e delle terre leggendarie sono delle piccole summae in cui tutto trova un posto e una ragione. L’Avventura è invece il polo che viene dai suoi studi sull’Avanguardia, dalla sua amicizia con Berio alla RAI e dal gruppo 63. È l’idea di “un universo aperto, in continua espansione e proliferazione”, che lo porta fino alla teoria semiotica dell’Enciclopedia fondata sul modello del rizoma di Deleuze e Guattari. Qui tutto non trova affatto un posto e una ragione, qui tutto può essere connesso con qualsiasi altra cosa, in modo non gerarchico. La cosa interessante è che Eco non è mai stato pensatore né dell’Ordine né dell’Avventura, bensì della tensione e della mescolanza dei due poli: per questo se è stato tomista ne è stato un apostata e per questo non è mai stato un decostruzionista derridiano né un pensatore dell”only connect”, che ha anzi aspramente criticato in libri come Il pendolo di Foucault o I limiti dell’interpretazione. Non è un caso che Ordine e Avventura siano i poli costitutivi del pensiero di Joyce, che aveva avuto una formazione tomista che poi abbandonò (ma in fondo mai completamente) durante la sua avventura nell’avanguardia artistica. Eco ha avuto una vita intellettuale comparabile: per questo scriveva sotto lo pseudonimo di Dedalus e per questo amava raccontare la sua storia di apostata dell’Ordine raccontando l’analoga storia di Joyce.

Detto questo, per quanto mi convinca questa polarità dell’Ordine e dell’Avventura, non è bene andarne troppo fieri: Eco raccontava che molti dei commentatori del suo Apocalittici e integrati non smettevano di chiedersi se lui fosse apocalittico o integrato, quando l’obiettivo di quel libro era esattamente quello di spiegare che non era bene analizzare una situazione complessa usando queste coppie semplici. Non vorrei essermi fatto “inquinare” anch’io dalla “cultura di massa”, come la chiamava lui all’epoca.

Qual è stato il percorso teorico della ricerca intellettuale di Eco?
L’ho in parte ricostruito nella risposta precedente. Devo aggiungere la semiotica come campo disciplinare che, alla fine degli anni Sessanta, gli consente di tenere insieme i suoi molteplici interessi, consentendo anche un’attività costante di critica militante sulla stampa. E infine la svolta narrativa, a partire dagli anni Ottanta, in cui i romanzi vengono a supplire ad alcune cecità e impossibilità del linguaggio della Teoria, rappresentando una parte fondamentale del percorso filosofico di Eco, come ha ammesso negli ultimi anni lui stesso. Su questo il libro uscito postumo per la Library of the Living Philosophers è fondamentale, perché Eco acconsente esplicitamente all’idea che i romanzi vengano considerati come una parte della sua filosofia. Del resto non è un caso che nella quarta di copertina del Nome della rosa Eco parafrasasse una frase di Wittgenstein e dicesse che “su ciò su cui non si può teorizzare, si deve narrare”. Se me lo permette, se il mio libro ha un punto forte, credo consista forse nello sforzo che fa per spiegare proprio il rapporto tra Teoria e Narrazione. L’idea di base è che la filosofia di Eco sia fatta da pezzi di filosofia e di non-filosofia, anch’essi costitutivi della filosofia stessa. Direi un “ornitorinco filosofico”, nel senso in cui in Kant e l’ornitorinco, Eco diceva che l’ornitorinco era un animale fatto con pezzi di altri animali.

Nel Suo libro, Eco appare come un enciclopedista che non classifica ma critica e innova dall’interno il sapere.
Senza entrare nei dettagli delle molte riflessioni che dedico a questo tema nel libro, se lei prende il famoso saggio sulla “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, ci trova due chiare concezioni dell’intellettuale e del sapere: una quantitativa, in cui sapere molte cose è un fine, e una qualitativa, in cui sapere molte cose è un mezzo. La prima concezione è quella dell’esperto, che sa moltissime cose perché ha letto moltissimi libri. Si tratta del modello che Eco criticava proprio nella “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in quanto completamente impermeabile a una concezione critica e creativa della cultura. La seconda concezione è invece quella dell’enciclopedista, in cui la cultura è un mezzo per muoversi all’interno delle conoscenze stockate nell’enciclopedia di una cultura, che vengono attivate e usate per produrre nuovo sapere.
È strano come Eco sia stato spesso descritto secondo il modello dell’esperto, dell’uomo che sapeva tutto, quando invece era molto chiaramente un enciclopedista, che usava la sua cultura per produrre nuovo sapere.

Leggendo il Suo libro, scopriamo che Eco considerava Il pendolo di Foucault e non Il nome della rosa la sua opera più importante.
Sì, è così. Negli ultimi anni, mano a mano che la sua opera cresceva sempre più, molte volte gli è stato chiesto quali fossero i suoi lavori più importanti, quelli a cui era più affezionato e quelli che credeva sarebbero rimasti nel tempo. Il pendolo di Foucault c’era sempre in ogni elenco. Ne ricordo uno minimale, fatto poche settimane prima di morire in un’intervista che si trova facilmente su Youtube, che comprendeva soltanto Il pendolo di Foucault e la tesi di laurea su Tommaso. Ancora una volta l’Ordine e l’Avventura. Perché gli piaceva così tanto Il pendolo? Innanzitutto perché è un libro straordinario, uno dei grandi capolavori della letteratura italiana del Novecento e credo che se ne rendesse conto più dei tanti che gli preferivano Il nome della rosa o altri suoi lavori. Poi perché è un libro che tocca tutti i tre grandi temi che hanno risuonato durante tutta la sua produzione, e cioè la forza semiotica del falso, la resistenza di una qualche struttura (Ordine) di fronte al movimento dell’interpretazione (Avventura) e l’incapacità di vedere il mondo se non attraverso gli occhi della citazione intertestuale. Ma soprattutto, mi pare, perché Il pendolo di Foucault viola un interdetto a cui Eco si è sempre più o meno attenuto durante tutta la sua vita: tenere separate Teoria e Narrazione, opera filosofica e opera narrativa. Il pendolo di Foucault invece le unisce in modo straordinario, tanto che Eco stesso disse più volte che in fondo nel Pendolo di Foucault faceva teoria più che in molte opere non narrative. In breve, per usare una parola che gli stava a cuore, credo amasse il Pendolo perché il Pendolo è una piccola summa del suo pensiero e delle tante cose straordinarie che ci lascia. Anche per questo nel mio libro è al Pendolo che dedico il capitolo iniziale.

Sempre nel Suo libro, Lei si sofferma a commentare il famoso intervento di Eco sui social network e gli imbecilli.
Quando disse quella frase era già malato. In una famosa Bustina sull’Espresso aveva esplicitamente teorizzato che l’unico modo per prepararsi alla morte fosse pensare che tutto attorno ci fossero soltanto degli imbecilli. Mi piace pensare che le due cose fossero collegate e che per lui – che aveva avuto una vita meravigliosa – quello fosse davvero l’unico modo per andarsene serenamente e affrontare quello che la vita gli stava riservando.

Capisco che non tutti potessero cogliere questo aspetto, ma mi ha molto sorpreso come il dibattito che ne è seguito fosse tutto permeato dalle categorie e dagli stili di discussione propri dei social network. Ma, di solito, un intellettuale come Eco non usa mai le categorie proprie dell’oggetto che analizza per spiegarlo o commentarlo: Eco l’aveva esplicitamente sostenuto in una polemica con Pietro Citati dopo l’uscita di Apocalittici e integrati, su cui mi soffermo molto nel libro. Non a caso, i commentatori più attenti come Gianfranco Marrone e Francesco Mangiapane, che conoscevano benissimo l’opera di Eco, avevano sottolineato come nel Pendolo di Foucault ci fosse una tipologia che distingueva l’imbecille dallo stupido e dal cretino e che non fosse certo un caso che Eco parlasse di “imbecilli” e non di “cretini” o di “stupidi”: l’imbecillità è una qualità sociale e “l’imbecille è colui che in un certo momento dirà esattamente quello che non dovrebbe dire”. Per questo non è così pericoloso come lo stupido e per questo lo siamo stati tutti qualche volta. E forse lo continueremo ad essere. Ma su questo credo non si possa non rimandare al bel libro che Maurizio Ferraris ha appena pubblicato sull’argomento.

Qual è la lezione più grande, umana e intellettuale, che Le ha impartito Umberto Eco?
Mi permetta di tenere per me quelle umane: con certe fortune non è bene essere troppo generosi. Ma se non posso cavarmela con questa battuta, direi che la più grande lezione umana e intellettuale che ho ricevuto è proprio l’assoluta coerenza tra la sua vita umana e la sua vita intellettuale, praticata fino al suo ultimo giorno. Eco aveva una concezione emancipativa del ruolo dell’intellettuale, che doveva alfabetizzare “le masse” – come le si chiamava allora – a fini di elevazione dalla loro condizione. E questo è ciò che ha cercato di fare durante tutta la sua vita, non solo nelle migliaia di interventi sui media sui temi più diversi, ma anche e innanzitutto all’università, dove si è speso fino all’ultimo giorno per i giovani, al fine di insegnare loro quello che sapeva e aiutarli nella loro crescita intellettuale. Eco riceveva in media circa trenta libri al giorno: molti di questi non poteva ovviamente leggerli e li regalava ai giovani. Ma le garantisco che le tesi di laurea e di dottorato di quei giovani a cui regalava libri le leggeva tutte dalla prima all’ultima riga. Il modo in cui si è speso per l’Università incessantemente e fino ai suoi ultimi giorni è una grande lezione per chi fa il mio mestiere e dice molto su dove batteva il suo cuore. Quello che sapeva lo ha voluto trasmettere e la sua lezione la lascia nei tanti studenti che l’hanno ascoltato e stimato in tutti questi anni e negli allievi che cercheranno di portarla avanti, facendola vivere.