Il nome della rosa, Umberto Eco, trama, recensione
«Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en francais d’après l’édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l’Abbaye de la Source, Paris, 1842)».

Un romanzo senza tempo, edito per la prima volta da Bompiani nel 1980. Il nome della rosa di Umberto Eco resta uno dei capisaldi della letteratura italiana, inserito tra i “100 libri del secolo” dal francese Le Monde. Un successo senza eguali, per la critica e il pubblico; adattato per la radio, il teatro, il cinema e la tv (da ultimo, sarà in onda dal 4 marzo su Rai Uno la fiction diretta da Giacomo Battiato). Il primo capolavoro di Eco vinse anche il Premio Strega nel 1981. Ristampato innumerevoli volte, tradotto in più di quaranta lingue, con oltre cinquanta milioni di copie vendute: i numeri del romanzo confermano un fenomeno editoriale come pochi.

Trama e riassunto

Il prologo permette di entrare nel cuore della storia, costruita su un espediente letterario: l’autore racconta di aver letto durante un soggiorno all’estero il manoscritto di un monaco benedettino relativo a una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un’abbazia dell’Italia settentrionale. Un intenso lavoro di traduzione e ricerca bibliografica lo porta così alla ricostruzione dell’intricata e travolgente vicenda.

Sul finire del 1327, il frate francescano Guglielmo da Baskerville e il suo allievo Adso da Melk si recano in un monastero benedettino sede di un convegno che vedrà la presenza dei francescani sostenitori delle tesi pauperistiche (alleati dell’imperatore Ludovico) e dei delegati della curia papale, insediata ad Avignone, poiché Guglielmo (inquisitore pentito) ha ricevuto dall’imperatore l’incarico di seguire l’evento a suo favore. La morte sospetta del giovane confratello Adelmo, avvenuta durante una bufera di neve, rischia di far saltare l’appuntamento. Di seguito altre tragiche e inspiegabili morti si susseguono: quella di Venanzio, giovane monaco traduttore dal greco e quella di Berengario, aiutante bibliotecario; anche altri monaci perdono la vita mentre i delegati del papa disputano con i francescani delegati dall’imperatore sul tema della povertà della Chiesa cattolica. Il filo rosso che lega le morti misteriose è un manoscritto greco custodito nella biblioteca, fiore all’occhiello del monastero. Qui vivono anche due ex appartenenti alla setta dei dolciniani: il cellario Remigio da Varagine e il suo amico Salvatore. Il primo, tuttavia, intrattiene un ambiguo scambio con una povera fanciulla del luogo, che concede favori sessuali per fame e povertà. Un giorno, però, l’inquisitore Bernardo Gui trova la fanciulla insieme a Salvatore e alla vista di un gallo nero, che la ragazza affamata avrebbe voluto mangiare, emette nei loro confronti l’accusa di essere cultori di riti satanici e responsabili delle misteriose morti avvenute nel monastero. Fra’ Remigio, Salvatore e la fanciulla vengono processati e condannati. Intanto, però, Guglielmo e Adso, desiderosi di conoscere la verità, arrivano nel labirinto della biblioteca e scoprono il luogo dove è custodito il manoscritto fatale (ovvero l’ultima copia del secondo libro della Poetica di Aristotele). Sono loro a scoprire che che le pagine del libro contengono una maledizione: uccidono chiunque si appresti a sfogliarle. Alla fine, Jorge da Burgos, anziano cieco e conoscitore di ogni segreto, dopo la morte del bibliotecario Malachia tenta di uccidere Guglielmo offrendogli il manoscritto dalle pagine avvelenate. Ma lui, sfogliandolo con le mani protette da un guanto, riesce a salvarsi mentre il vecchio monaco, in un eccesso di fervore, prova a divorare le pagine avvelenate del testo in modo che più nessuno possa leggerle. Mentre Guglielmo e Adso tentano di fermarlo, Jorge provoca un incendio che nessuno riuscirà a domare e che porterà alla distruzione dell’intera abbazia. Adso e il suo maestro partiranno lontano da quelle macerie: il giovane ci tornerà anni dopo, trovando soltanto solitudine e desolazione laddove anni addietro si erano consumati invece omicidi e intrighi, misteri e scoperte.

Il romanzo di Eco contiene riferimenti storici, filosofici, investigazioni scientifiche e riferimenti letterari. È un concentrato di generi (storico, filosofico, narrativo) che, nella sua complessità, ha travolto il lettore con la stessa intensità nel corso degli anni. Una forte simbologia caratterizza l’opera, a partire dal titolo, che rimanda a uno dei temi centrali: ogni cosa scompare, quel che resta è solo il nome, come la biblioteca e i libri di quel monastero, inghiottiti dal fuoco ma non dalla memoria. La trama contiene citazioni letterarie e colte, eppure si presta a diverse chiavi di lettura e può essere considerato un romanzo storico e un giallo al contempo. Centrale è l’opposizione tra Medioevo (dogmi, regole, superstizioni oscure) e Modernità (sete di conoscenza, spirito critico, ricerca della verità).

«Non tutte le verità sono per tutte le orecchie, non tutte le menzogne possono essere riconosciute come tali da un animo pio, e i monaci, infine, stanno nello scriptorium per porre capo a un’opera precisa, per la quale debbono leggere certi e non altri volumi, e non per seguire ogni dissennata curiosità che li colga, vuoi per debolezza della mente, vuoi per superbia, vuoi per suggestione diabolica (l’Abate a Guglielmo; primo giorno, Terza)».

Un libro senza dubbio intrigante, che nel suo essere “lontano” per stile, costruzione narrativa e ambientazione cronologica, conserva il fascino della storia e la grandezza del suo autore. Un libro che, senza ombra di dubbio, merita di essere letto.

«Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è diventata fomite di empietà».

Angelica Sicilia