Il nome della rosa, Umberto Eco, trama, recensioneIl nome della rosa, scritto da Umberto Eco nel 1980, è un romanzo giallo ambientato nel 1327 che non solo ha vinto il premio Strega nel 1981 ma continua tutt’oggi a riscuotere notevole successo grazie anche alla revisione compiuta dall’autore nel 2011, che ne ha consentito una maggiore fruibilità da parte del pubblico.

Attraverso l’espediente letterario del ritrovamento di un manoscritto, Eco riporta dal punto di vista di Adso da Melk, un giovane novizio al seguito di Guglielmo da Baskerville, frate francescano di grande erudizione, le vicende ambientate in un monastero isolato dell’Italia Settentrionale. Infatti, nell’Incipit si afferma: «Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione».

Recatosi lì per poter presiedere una riunione riguardante alcune dispute dottrinali tra il Papa e l’Imperatore, Guglielmo avendo un passato da ex inquisitore viene incaricato dall’Abate a capo dell’abbazia di far luce sula morte, quella di Adelmo, che tuttavia si rivelerà essere solo la prima di una serie di eventi delittuosi che avranno luogo nell’abbazia. Tuttavia, nonostante le indagini siano state affidate a Guglielmo, gli viene concesso di poter visitare liberamente tutti i luoghi dell’abbazia ma gli viene proibito di recarsi in biblioteca, luogo accessibile al solo bibliotecario. Proprio per questo, sin da subito le attenzioni dell’ex inquisitore e del suo fedele accompagnatore Adso, che registra tutto ciò che accede prendendo appunti, si concentrano sulla biblioteca e intuendo che abbia qualcosa a che fare con i misteriosi eventi accaduti in abbazia, cercano una modalità per potervi entrare. Infatti, ben presto, l’abbazia si rivela essere un luogo ben diverso da quello che poteva apparire ad un primo sguardo: labirinti, passaggi segreti consentono ai monaci più esperti di potersi aggirare liberamente da un luogo all’altro senza turbare l’apparente quiete e integrità morale propria di un monastero benedettino.

Così, Guglielmo ed Adso, indagine dopo indagine, riescono a penetrare in biblioteca attraversando un passaggio segreto situato nella Cappella in cui i monaci erano soliti svolgere i loro uffici; ma si ritrovano in un labirinto ancora più grande nel quale riusciranno ad orientarsi solo dopo averne scoperto la struttura alla base della sua sapiente costruzione. Le indagini proseguono e i due protagonisti, nonostante continuino a verificarsi delitti dei quali cercano il colpevole, riescono ad apprendere sempre più notizie sui monaci e sull’abbazia stessa. Tuttavia, i loro piani sono interrotti dall’arrivo di Bernardo Gui, spietato inquisitore, che condanna una donna accusata di stregoneria e due monaci perché ritenuti eretici e responsabili dei delitti che si susseguono in abbazia. Proprio in merito a quanto accaduto Guglielmo afferma il suo differente modo di procedere nelle indagini rispetto all’inquisitore: «Sarà perché‚ come consigliere imperiale, il mio amico Marsilio è più bravo di me, ma come inquisitore sono più bravo io. Persino più bravo di Bernardo Gui, Dio mi perdoni. Perché a Bernardo non interessa scoprire i colpevoli, bensì bruciare gli imputati. E io invece trovo il diletto più gaudioso nel dipanare una bella e intricata matassa. E sarà ancora perché‚ in un momento in cui, come filosofo, dubito che il mondo abbia un ordine, mi consola scoprire, se non un ordine, almeno una serie di connessioni in piccole porzioni degli affari del mondo».

Si scoprirà infatti che tutti gli eventi delittuosi sono collegati da un comun denominatore: il possesso di un libro proibito custodito in un luogo della biblioteca denominato Finis Africae. Proprio quando, attraverso una serie di passaggi segreti i due protagonisti arriveranno nel Finis Africae si scoprirà che il libro in questione a causa del quale erano stati commessi numerosi delitti, era considerato nocivo per l’integrità morale dei monaci e porterà alla distruzione non solo della biblioteca ma dell’abbazia stessa. Questo capolavoro di Eco, dunque, proietta il lettore nell’epoca medievale facendogli assaporare, aldilà della trama tipica di un romanzo giallo, messaggi estremamente attuali e moderni che il lettore più sensibile è in grado di cogliere scorrendo le numerose citazioni di cui l’opera è costituita. Inoltre, per gli amanti dei libri e delle biblioteche, questo romanzo offre anche un mezzo per poter conoscere alcune dinamiche relative alla trasmissione dei testi che nel corso dei secoli sono giunti fino a noi.

Clarissa Maldera