“Tecnologie dell’impero. AI, quantum computing, 6G e la nuova geopolitica del potere” di Luca Balestrieri e Francesca Balestrieri

Prof. Luca Balestrieri, Lei è autore con Francesca Balestrieri del libro Tecnologie dell’impero. AI, quantum computing, 6G e la nuova geopolitica del potere, edito da Luiss University Press: quale partita si sta giocando, a livello mondiale, sul piano delle tecnologie digitali?
Tecnologie dell'impero. AI, quantum computing, 6G e la nuova geopolitica del potere, Luca Balestrieri, Francesca BalestrieriOccorre avere ben chiaro che, quando parliamo di tecnologie, dobbiamo ormai far riferimento a complessi sistemi tecnoindustriali, che hanno a un estremo i laboratori di ricerca e le università e all’altro la finanza, che riorganizzano i saperi e le identità sociali, strutturano le filiere industriali e costruiscono lunghe catene di controllo delle materie prime, delle competenze scientifiche, dei mercati. Si parla spesso di supply chain, ma questo è riduttivo: siamo in presenza di una duplice rivoluzione tecnologica, che si sviluppa simultaneamente sul piano industriale (con l’intelligenza artificiale siamo entrati in una nuova, ulteriore fase della civiltà industriale) e su quello militare. Chi controlla questi sistemi tecnoindustriali diventa il numero uno nell’economia globale e il numero uno sul piano militare. Per questo la partita che si sta giocando ha come posta l’egemonia sul XXI secolo. Geopolitica e tecnologia si fondono.

Che nesso esiste tra tecnologia e geopolitica?
Vi è qualcosa di nuovo in questo nesso, che va esplorato con attenzione perché vi sono pericoli che devono essere compresi. Ricordo che, negli ultimi interventi prima della sua scomparsa, Henry Kissinger ha messo in guardia, con accenti per lui insolitamente allarmati, sul rischio che l’intelligenza artificiale possa far perdere alla politica il controllo sulle scelte militari, con esiti catastrofici. La tecnologia ha sempre rappresentato un fattore di potenza, dalla metallurgia alla polvere da sparo alle tecniche di navigazione oceanica. L’Europa ha conquistato per un certo periodo la supremazia mondiale perché le sue navi erano più efficienti delle giunche cinesi e i suoi cannoni più precisi di quelli dell’India Moghul. Ma oggi questo nesso tra tecnologia e potenza ha compiuto un salto, a partire dall’inizio della grande trasformazione digitale negli ultimi anni dello scorso secolo. Non ce ne siamo accorti subito, perché allora si sono verificati – per casualità o per l’astuzia della storia – due eventi in contemporanea. Il primo è stato la fine della guerra fredda e il manifestarsi di quello che è stato chiamato il momento unipolare, perché c’era una sola potenza egemone, un solo polo geopolitico, gli Stati Uniti, che reggevano gli equilibri internazionali, e il mondo sembrava destinato a una globalizzazione economica accelerata e portatrice di progresso per tutti. Il secondo evento è stata la rivoluzione digitale, che negli anni ’90 – e proprio nell’intreccio con la globalizzazione – ha cominciato a trasformare ogni cosa, dalla cultura alla società all’economia; e poiché il momento era davvero unipolare, anche la trasformazione digitale lo è stata, guidata dai big tech americani. Modernità e americanismo si erano ancora una volta sovrapposti, identificati. Per la prima volta nella storia del mondo, c’era un egemone geopolitico globale che guidava una profonda trasformazione del pianeta. “La fine della storia”, scrisse un autorevole politologo.

Poi storia, geopolitica e tecnologia si sono prese la rivincita. La Cina è emersa come potenziale polo alternativo, in un intreccio di tecnologie e geopolitica che dà il carattere distintivo all’attuale fase storica. Non è un caso che l’allarme americano sull’incrinarsi del momento unipolare sia suonato quando gli Stati Uniti si sono accorti che una società cinese, Huawei, era diventata il numero uno in una delle tecnologie strategiche, il 5G. Da quel momento, e siamo nella seconda metà degli anni ’10, era l’inizio della presidenza Trump, tutto è cambiato. L’egemonia globale è tornata in discussione, quanto meno se ci proiettiamo verso la metà del XXI secolo. Le politiche industriali di Cina e Stati Uniti, per quanto ovviamente diverse siano le due economie, hanno cominciato a trovare convergenze, attorno all’idea di politiche tecnologiche e industriali nelle quali il potere politico dia obiettivi di sistema, e nelle quali le esigenze di sicurezza prevalgano su quelle di efficienza e ottimizzazione. La globalizzazione ha perciò invertito la rotta, si delinea una separazione tra i sistemi tecnoindustriali ormai in conflitto tra loro.

Quale rivoluzione militare sta prendendo forma?
Ci sono voluti sessant’anni, dalla Guerra civile americana alla Prima guerra mondiale, per industrializzare la guerra. Alcuni decenni per informatizzarla, o digitalizzarla se si preferisce. Adesso è il momento di quella che viene definita intelligentization: un’evoluzione che sfrutta l’intelligenza artificiale per creare scenari multidominio, dove intelligenza umana e artificiale si integrano in un contesto cyber-bio-fisico. Pensiamo ai caccia di prossima generazione, che saranno operativi negli anni ’30. Colpisce un aspetto di questa rivoluzione militare, e cioè il fatto che in molte sue caratteristiche questo scenario di guerra futura somiglia tremendamente a come ci immaginiamo per esempio una smart city o una manifattura intelligente: veicoli/velivoli a guida autonoma, stormi di droni guidati dall’intelligenza artificiale, robotica disegnata dalla cognitive automation, dialogo costante tra persone e macchine intelligenti, sensori in grado di disegnare una mappatura 3D in tempo reale, reti di comunicazione ultraveloci – il 6G, anch’esso previsto per gli anni ’30. Tutte le tecnologie della rivoluzione industriale di questo decennio hanno irriducibile carattere duale, sono alla base della trasformazione degli scenari militari. E questo ci rimanda sia al carattere attuale del conflitto geopolitico, che è scontro tra sistemi tecnoindustriali per il controllo della potenza tecnologica; sia alle preoccupazioni relative ai rischi di catastrofe, di cui si è visto allarmato Kissinger.

Il decoupling funziona come effettivo strumento di contenimento e controllo dello sviluppo cinese?
Chiariamo innanzitutto una cosa: il decoupling, almeno in questa fase storica, è un processo irreversibile, che ci accompagnerà a lungo. Parlare di derisking, come spesso si fa soprattutto in Europa, è ipocrita. Derisking pretenderebbe di essere una soluzione non aggressiva, tesa a limitare la disponibilità per l’avversario strategico di tecnologie rilevanti sul terreno della sicurezza. Ma tutte le tecnologie davvero importanti per la rivoluzione industriale sono strategicamente rilevanti per la sicurezza e hanno utilizzo militare. Per parafrasare uno sciagurato slogan relativo alla sciaguratissima Brexit, decoupling means decoupling, non si può fare a metà; e infatti vediamo negli anni un accumularsi di sanzioni, embargo di materie prime e tecnologie, divieti di trasferimento di know-how che colpiscono persino le collaborazioni tra università o la libera circolazione delle risorse professionali. Ha cominciato Trump, ma Biden ha solo reso meno umorale, più organico e più radicale il tentativo di separare chirurgicamente il sistema dell’innovazione americano da quello cinese. Poi ci sono anche elementi più marcatamente commerciali, come nel caso dell’auto elettrica, dove la superiorità tecnologica e produttiva cinese ha spinto Stati Uniti e Unione Europea a misure di protezione della propria industria. Ma il decoupling non è assimilabile al classico protezionismo: è un disegno di autonomizzazione conflittuale dei sistemi tecnoindustriali, per ragioni di competizione geopolitica, ed è ormai un disegno reciproco, perché mi pare evidente che la Cina abbia deciso di deamericanizzare la sua base tecnologica, pur ovviamente cercando di sfruttare il più a lungo possibile le opportunità commerciali di ciò che resta della globalizzazione. Del resto, se il decoupling arriva fino a TikTok significa che il processo è davvero irreversibile.

Se la strategia americana di bloccare lo sviluppo cinese con questa separazione sia efficace, è questione aperta. Io ne dubito molto, perché il sistema dell’innovazione cinese è molto più robusto di quanto non si immaginasse. Con discreto senso di autoironia, la Harvard Business Review qualche tempo fa ha ricordato di aver pubblicato nel 2014 un saggio dal titolo “Why China can’t innovate”, proprio nel momento in cui cominciava a delinearsi una superiorità cinese nelle telecomunicazioni di ultima generazione.

L’Amministrazione Biden ha cercato di infliggere un colpo mortale all’avversario bloccando la vendita di chip avanzati e il trasferimento di tecnologia relativa ai semiconduttori in generale, all’intelligenza artificiale e al computing. In particolare, da parte americana si è pensato che sarebbe stato decisivo interdire la vendita alla Cina dei macchinari più avanzati per la produzione di chip, la litografia EUV (che significa a ultravioletti estremi), fabbricata finora da una sola impresa olandese, che ha dovuto cedere alla logica del decoupling per non finire essa stessa nel mirino delle sanzioni. Neppure questa drammatizzazione della guerra dei chip sembra però essere risolutiva.

Ci sono segnali che da parte cinese si stia procedendo abbastanza velocemente alla ricostruzione di filiere tecnologiche e industriali autonome. Per esempio, Huawei sembrava messa alle corde dopo le successive raffiche di sanzioni ed embargo degli ultimi anni. Eppure, è in testa – leggermente avanti rispetto a Ericsson – nella ricerca per il 6G; nel 2023 e nel 2024 ha stupito gli analisti e i mercati con la sua nuova generazione di smartphone; ha dimostrato di essere in grado di disegnare e produrre chip competitivi per l’intelligenza artificiale; addirittura ha lanciato un nuovo sistema operativo che sul mercato cinese ha scalzato iOS di Apple dal secondo posto, piazzandosi alle spalle di Android; e sulla frontiera dell’intelligenza artificiale ha sviluppato Pangu 5.0 LLM che offre quattro dimensioni, da quella che può essere inclusa in uno smartphone a quella super – per capirsi, se il modello più avanzato di Open AI ha per ora 1,76 trilioni di parametri, la versione maxi di Pangu ne ha 1 trilione.

Se poi allarghiamo lo sguardo dai chip a settori strategici come le batterie, i veicoli elettrici, le biotecnologie e anche le tecnologia quantistiche, non sembra proprio che il decoupling funzioni, anzi ha talvolta effetti paradossali. Fino all’embargo sui chip Nvidia, tutti in Cina compravano questi prodotti dalla società americana e i progetti finanziati dal governo di Pechino per costruire alternative nazionali languivano. Dopo gli embargo, il mercato si è orientato verso le start up nazionali, che hanno avviato un ciclo virtuoso di competizione, innovazione e selezione. Il ritardo c’è, ma persino la potente associazione dei produttori americani di semiconduttori comincia ad esplicitare i proprio dubbi su questa politica di sanzioni e divieti, non solo perché viene precluso un mercato di enorme dimensione, ma perché c’è il rischio di far nascere nuovi competitori.

Che sviluppo ha raggiunto il progetto cinese della via della seta?
Come effetto del decoupling, si sta sviluppando una feroce competizione tra Stati Uniti e paesi ad essi politicamente più vicini, da un lato, e Cina dall’altro per controllare le supply chain delle materie prime strategiche, necessarie alle nuove tecnologie. E poi, ovviamente, per acquisire posizioni preminenti nei diversi mercati per le proprie esportazioni: si pensi al futuro mercato dell’auto elettrica in aree come l’America latina o l’Africa.

Proprio l’auto elettrica – o più correttamente la sua batteria – è grande consumatrice di materie prime: litio, cobalto, nickel, grafite. Altre materie prime, come il gallio o il germanio, o i diciassette elementi dai nomi esotici conosciuti come terre rare sono necessarie a una vasta gamma di industrie, dai semiconduttori ai magneti, dai sensori ai pannelli solari o alle turbine eoliche. La Cina si è mossa per prima, mettendo la proprie bandierine su alcune delle aree più strategiche per le materie prime, come l’Africa. Per esempio, nel 2019 la Cina poteva contare solo sul 7% delle riserve globali di litio, ma grazie agli investimenti nelle miniere in giro per il mondo era al primo posto nella raffinazione di questo materiale, assicurando il 60% della produzione mondiale, necessaria alla sua industria dell’auto elettrica. Lo stesso – per fare un altro esempio – con il cobalto: più del 50% delle riserve mondiali di cobalto sono nella Repubblica Democratica del Congo, ma l’85% del minerale estratto in queste miniere viene lavorato da società cinesi, che producono più del 70% del cobalto per usi industriali nel mondo. Gli investimenti nella via della seta si indirizzano dunque ormai sempre più verso il settore minerario, anche se restano importanti quelli nelle infrastrutture, esse stesse del resto funzionali all’export cinese.

Non sbaglieremmo se leggessimo in questo processo di riallineamento delle supply chain anche linee di aggregazione di aree di controllo geopolitico. Il decoupling diventa anche costituzione zone di influenza al cui interno si generano dinamiche di sempre maggiore interdipendenza (o di dipendenza: il rapporto centro-periferie è sempre utile per interpretare queste trasformazioni). Per questo nel libro parliamo di imperi della tecnologia, aggregati attorno alle esigenze di sistemi tecnoindustriali in lotta per l’egemonia. Il decoupling costringe a scelte di campo su ogni aspetto rilevante. Voglio solo citare la corsa a costruire e controllare i cavi sottomarini nei quali passano i dati che reggono l’economia mondiale, corsa nella quale ogni strumento – dalla coercizione diplomatica a quella finanziaria – è ampiamente utilizzato; oppure ricordare la competizione per gli standard tecnologici: se un paese, ad esempio, acquista tecnologia americana o cinese per la telecomunicazioni si vincola a quello standard tecnico, perché costerebbe troppo cambiare. In alcune aree del mondo, come l’Africa, sembra di rivedere la competizione tra le potenze coloniali del XIX secolo.

Quali prospettive dunque per la guerra tecnologica in corso tra Stati Uniti e Cina?
Questo confronto probabilmente ci accompagnerà fino alla metà del secolo, per altro il 1949, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, è la data simbolica scelta da Pechino per il completamento della rinascita nazionale dopo il periodo dell’umiliazione, che viene fatto iniziare con le guerre dell’oppio. Se consideriamo che nel 2019 sono iniziati i primi espliciti conflitti per il controllo delle tecnologie (è l’anno del primo colpo davvero serio inferto a Huawei), possiamo dire che siamo davvero dentro una nuova Guerra dei Trent’Anni!

Un elemento però non va sottovalutato: il mondo è diventato troppo articolato per ridursi a un nuovo bipolarismo. C’è quello che possiamo chiamare il resto riluttante, ossia quella parte che non ha interesse (o non avrebbe interesse) a schierarsi con l’uno o con altro competitore. Non si tratta di una nuova versione dei non allineati della guerra fredda del ‘900, si tratta di paesi, come l’India, il Brasile o l’Indonesia, che hanno ben chiaro di disporre di potenziale di crescita autonoma. L’Europa è un altro discorso, perché alterna timide esternazioni di esigenza di sovranità strategica e comportamenti perdenti, che rischiano di renderla irrilevante a fronte di ben altrimenti robuste politiche tecnologiche e industriali di Cina e Stati Uniti e, dunque, irrilevante sul piano geopolitico.

Francesca Balestrieri svolge ricerca nel campo della matematica pura e si interessa di intelligenza artificiale e nuove tecnologie. È stata ricercatrice presso il Max Planck Institut für Mathematik di Bonn e Marie Curie Fellow presso l’Institute of Science and Technology Austria. Insegna all’American University of Paris. Per Luiss University Press ha pubblicato Guerra digitale (con Luca Balestrieri, 2019).

Luca Balestrieri insegna Economia dei media digitali all’Università LUISS Guido Carli. In Rai è stato a capo di direzioni nell’area tecnologica e dello sviluppo strategico, presidente di Rainet e tivùsat, membro dei CdA di Raiway, Raisat e Rai International. Si occupa da molti anni di innovazione e strategie industriali. Per Luiss University Press ha pubblicato L’industria delle immagini (2016), Guerra digitale (con Francesca Balestrieri, 2019), Le piattaforme mondo (2021).

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