“Postumanismo” di Manuela Macelloni

Postumanismo, Manuela MacelloniPostumanismo. Una guida al pensiero del futuro
di Manuela Macelloni
Carocci editore

«Il postumanismo è molte cose. Difficile riuscire a raccogliere l’essenza di un pensiero che dinega per primo il concetto di essenza.

Per Rosi Braidotti, una delle maggiori esponenti del pensiero, esso è un processo di ridefinizione del senso di connessione con il mondo comune e con l’ambiente.

Se dovessi pensare a un’immagine che rappresenti in maniera efficace cosa ha fatto il postumanismo per la storia della filosofia, prenderei in considerazione la rivoluzione copernicana: una Terra che non è più al centro dell’universo, ma solo uno dei tanti piccoli pianeti che gravitano attorno a una stella, il Sole.

È questa la rivoluzione cui si assiste quando il pensiero debole, la cui voce più significativa in Italia è quella di Gianni Vattimo (1985, p. 39), preannuncia la morte dell’uomo: «Dio è morto ma neppure l’uomo se la passa molto bene».

Ma in che termini è morto l’uomo? Il postumanismo eredita tale questione, ponendo in discussione il concetto di umanismo.

Nell’umanismo, come viene precisato nell’Abbecedario del postumanismo (Baioni, Cuadrado Pajaras, Macelloni, 2021) sulla scia del pensiero di Roberto Marchesini (2009) e Rosi Braidotti (2013), con il termine umanismo non si fa riferimento all’Umanesimo rinascimentale, bensì a uno specifico paradigma che noi consideriamo umanista: quello che pone l’umano al centro dell’universo, detentore di ogni forza, potere, di una superiorità ontologica per natura; secondo questa specifica interpretazione di umanismo, Sapiens sarebbe detentore di un’eccellenza non solo ontologica, ma anche epistemica ed etica. Ciò che viene rivalutato e messo in dubbio è quell’interpretazione di umanismo che pone l’umano quale misura di tutte le cose e possidente di tutta la realtà circostante.

Da una visione puramente umanista e non solo – pensiamo anche all’importante referenza che la tradizione giudaico-cristiana ha operato sulle nostre categorie di pensiero – emerge una filosofia secondo la quale l’umano è ontologicamente altro dal resto del creato. Uno dei filosofi che maggiormente ha sancito con forza questa visione è Cartesio (2001), che nelle Meditazioni metafisiche del 1641, con la sua scissione tra res cogitans (pensiero) e res extensa (materia), ha eletto l’umano a qualcosa di definitivamente differente da tutto il creato e da tutto ciò che lo circonda.

Se nel mondo medioevale possiamo parlare di una realtà teocentrica nella quale Dio era il centro di tutto l’universo, con l’età moderna la stessa divinità viene messa ai margini per lasciare posto all’uomo e all’antropocentrismo. […]

L’annuncio nietzschiano della morte di Dio del 1882, contenuto in La gaia scienza (2000), causa un effetto domino, come abbiamo visto in Vattimo, anche sulla condizione di superiorità ontologica dell’essere umano. Un altro maestro del dubbio si insinua nelle intercapedini culturali dei primi anni del Novecento: Sigmund Freud (2002) che attraverso l’inconscio, avverte l’umano di non essere neppure più “padrone in casa sua”. Ecco che assistiamo a una graduale caduta dell’uomo e a un senso di spaesamento che necessitano di un ripensamento radicale della condizione umana.

«Chi sono io?»: è la domanda a cui l’uomo del nostro tempo è obbligato a rispondere (Ferrando 2023; Macelloni, 2023).

Questa risposta viene offerta sotto diversi fronti dal postumanismo.

In questo pensiero filosofico avviene la decostruzione del concetto di “essenza”: l’umano e le cose non sono più emanazione di un’idea esistente nell’iperuranio, non sono forme immutabili e pure, ma sono soggette al mutamento costante e a un processo evolutivo. […]

Le mosse fondamentali promosse dal pensiero filosofico postumanista sono tre. La prima è la decostruzione dell’antropocentrismo e quindi del principio di superiorità ontologica dell’essere umano. La seconda è la messa in discussione della presenza di un “unico mondo”, di un’unica verità e con esse del modello di conoscenza dicotomico, proposto dal pensiero classico. La terza è la capacità di aprire lo sguardo al regno della vita nella sua complessità ed eterogeneità, riconoscendo diritti anche a specie non umane, a forme di umano differenti da quelle individuate dalla normatività e a modelli di vita artificiali, che paiono integrarsi in maniera ormai quasi in-differenziata con l’organico.

«Che cosa è uomo?» è la domanda, affrontata da tutta l’antropologia filosofica del Novecento, per cui l’umano veniva focalizzato come controlaterale dell’animalità, che muta radicalmente attraverso l’etologia filosofica (Marchesini, 2016a) la quale, all’opposto, riconosce l’animalità come metapredicato di tutti i viventi. L’uomo è un animale non più speciale, ma specializzato e le sue grandi capacità di specializzazione non lo rendono l’animale più intelligente bensì, esclusivamente, una specie altamente qualificata nell’operare, attraverso la sua natura e cultura, delle azioni importanti nella realtà.

Quando si parla di animalità come metapredicato si intende che l’animale in quanto tale non esiste, bensì è solo un costrutto utilizzato per contenere la differenza delle specie e la ricchezza espresiva della vita; se si cerca l’animale non lo si troverà mai: si può trovare un gatto, un cane, un coccodrillo, un delfino, un polpo ecc., ma mai un animale in quanto tale.

Perciò il postumanismo non è un pensiero contro l’umano quanto una rilettura del ruolo e della posizione dell’uomo nella realtà. Esso è anche una rivalutazione politica del concetto di “uomo” che, come ci suggerisce Braidotti (2017), non deve essere più un dispositivo che focalizza uno specifico tipo umano: maschio bianco, cisgender, normodotato, ma deve esporsi ed estendersi anche a nuove forme di umanità. In tal modo esso raccoglie differenti lotte di natura politica: i diritti animali, il femminismo, il queer, la disabilità.

Questa plasticità della condizione umana porta l’uomo a vedere nelle nuove tecnologie una possibilità per rimodellare dei predicati della propria natura, che può portarlo a convivere e condividere con macchine artificiali (cyborg) il proprio percorso evolutivo ed esistenziale.

Il postumanismo diviene quindi un enorme calderone di nuove possibilità che fermentano nel pensiero contemporaneo e che vorrebbero ridescrivere la realtà secondo un’ottica e dei paradigmi differenti, che vadano ad abbattere lo spirito patriarcale e umanista che è stato il vettore culturale fondamentale della specie umana fino a oggi.

Il ricomprendersi come realtà ecologica, come propone Marchesini (2018b), vuole essere summa di questo rinnovamento là dove la dimensione della vita – non solo umana – è porosa e dipendente, mai autonoma ma sempre collegata al restante.

Questa rilettura della dimensione umana crea un effetto domino su molti altri temi come l’estetica, il corpo, il rapporto con la tecnologia, permettendo l’evolversi di un pensiero che, nel ridisegnare la dimensione dell’umano, possa concedere all’uomo di sopravvivere e non perire in quello che da molti viene oggi definito l’Antropocene.

Il postumanismo è anche una prassi che, con un pensiero che vuole farsi pratico, si fa carico di un compito fondamentale, quello di pensare l’impensato: il futuro.

Quindi il postumanismo non è il crepuscolo dell’umanità, non vuole certo togliere nulla all’umano, ma semplicemente riposizionarlo nel mondo per creare un equilibrio condivisibile che permetta a tutte le specie e a tutti gli organismi non solo di sopravvivere, ma di prosperare. Un’alba attende l’umano che saprà cogliere il cambiamento, che saprà allinearsi con la natura instabile della vita e che avrà il coraggio di non celarsi dietro il suo narcisismo e di vedere risplendere la bellezza del tutto, di cui lui è solo un’esigua, a tratti insignificante, parte.»