“Antropocene. Una nuova epoca per la Terra, una sfida per l’umanità” di Emilio Padoa Schioppa

Prof. Emilio Padoa Schioppa, Lei è autore del libro Antropocene. Una nuova epoca per la Terra, una sfida per l’umanità edito dal Mulino quali sfide pone al sistema Terra l’Antropocene?
Antropocene. Una nuova epoca per la Terra, una sfida per l'umanità, Emilio Padoa SchioppaCon la parola Antropocene si intende un momento nuovo per la storia della terra, nel quale l’uomo e le attività antropiche sono in grado di influenzare le dinamiche climatiche, chimiche, biologiche e geomorfologiche del pianeta. Si tratta appunto di una novità, perché mai in passato una sola specie ha avuto la possibilità di modificare gli equilibri della Terra e tantomeno ne ha avuto la consapevolezza che oggi ha l’umanità. Una novità così potente e dirompente che rappresenta una vera e propria epoca geologica, da inserire nella cronologia ufficiale della Terra.

Riconoscere la realtà dell’Antropocene, fatto scientificamente acclarato, tant’è che oggi il dibattito scientifico è limitato a stabilire quando far comincia questa nuova epoca geologica, non se è corretto farla cominciare, implica necessariamente misurare l’impatto dell’uomo e delle sue attività sull’ambiente.

E riconoscere e quantificare questo impatto apre poi scenari filosofici e politici non indifferenti. Quale è il ruolo dell’uomo nella Natura? Quali sono le strade corrette per raggiungere gli obbiettivi che riteniamo giusti? A quali istituzioni accordare il potere per far raggiungere questi obbiettivi? Che tipo di giustizia occorre immaginare? Dunque l’Antropocene comincia con un aspetto scientifico, ma da lì ci si sposta in campi completamente diversi, che coinvolgono le scienze sociali, l’economia o il diritto, passando per la filosofia e la storia.

Qual è l’impronta dell’uomo sull’ambiente?
Oggi l’impronta dell’uomo sull’ambiente si evidenzia in diversi settori. Quello di cui più si dibatte e si parla è senza dubbio il clima. Le emissioni antropiche di gas a effetto serra, causate prevalentemente dall’utilizzo di combustibili fossili stanno portando il sistema terra a una fase di riscaldamento complessivo dell’atmosfera. Vi sono evidenze che mai nella storia di Homo sapiens si sono avute concentrazioni simili di CO2 (e di altri gas a effetto serra) e che questa nuova situazione è ascrivibile alle attività antropiche. Oltre al clima l’impronta dell’uomo si vede anche nei cicli biogeochimici, dove le alterazioni apportate ai cicli di azoto e fosforo superano di molto la capacità del sistema Terra. L’immissione in ambiente di materiali nuovi, come plastiche e microplastiche sta raggiungendo soglie quantitative importanti (ad esempio uno studio ha mostrato come negli oceani del 2050 ci sarà una massa maggiore di plastiche e microplastiche rispetto a quella dei pesci). Vi è poi la spaventosa crisi della biodiversità, una vera e propria estinzione di massa, probabilmente anche più rapida e tumultuosa di quelle avvenute in un passato antecedente l’umanità stessa. Tanto più drammatica perché sappiamo che stiamo perdendo specie, ma non sappiamo con certezza quante specie ci sono sulla Terra e dove siano esattamente. Infine l’attività umana agisce come una forza che modifica e altera ecosistemi, habitat e paesaggi. Come una un vero e proprio agente geomorfologico l’uomo sta spostando più terra rispetto a quanto non facciano i fiumi, con un’intricata rete di interrelazioni e rapporti causa effetto sta alterando, probabilmente in modo irreversibile, le foreste pluviali, le barriere coralline e numerosi altri ambienti.

Dunque un gran numero di prove convergenti stanno quantificando l’impronta dell’uomo sull’ambiente e sulla Terra. Un indicatore di sintesi, definito “impronta ecologica” mostra come oggi servirebbero quasi due pianeti per soddisfare l’impatto dell’uomo. Stiamo in buona sostanza consumando a un ritmo rapido il capitale accumulato nella lunga storia geologica della terra.

E l’insieme dei cambiamenti e degli impatti stanno imponendo alla terra il raggiungimento di una serie di punti di svolta superati i quali si innescheranno nuovi impatti importanti.

Qual è l’impatto dell’Antropocene sulla società?
La realtà dell’Antropocene ha un impatto anche sulla società. Innanzitutto viviamo in una società che non è mai stata così numerosa, e non ha mai avuto una economia così pienamente integrata come ora. L’osservazione dei dati relativi alla crescita della ricchezza e al modo non uniforme contribuisce a spiegare come la globalizzazione abbia generato, soprattutto nelle società occidentali, reazioni contrarie che spingono a mettere in discussione il modello di democrazia liberale che si era affermato nel corso del XX° secolo.

Il cambiamento climatico, associato alla competizione per nuovi materiali e minerali, che nelle tecnologie di domani saranno fondamentali (coltan, litio, terre rare ad esempio) sta scatenando già ora nuove forme competizione tra nazioni, che un indomani saranno ancora più elevate. Il controllo dell’acqua esacerbato dalla crisi di siccità generate dal riscaldamento globale, sarà sempre più un motivo di tensione e dispute in diverse aree della terra. È stato già dimostrato come nella guerra scoppiata in Siria una crisi agricola legata alla siccità abbia agito da innesco per l’avvio delle ostilità. In futuro gli spostamenti di popolazioni spinte da crisi climatiche sempre più drammatiche saranno imponenti, e le crisi migratorie attuali saranno vere e proprie bazzecole in confronto a quelle future.

Un altro aspetto da considerare è che la realtà dell’Antropocene, proprio perché pone domande sul ruolo dell’uomo sul pianeta, ha favorito due tipi di risposte, entrambe discutibili: il catastrofismo e il negazionismo. Un approccio catastrofista, anche se mosso dall’intento -di per sé encomiabile- di richiamare l’attenzione su problemi gravi, non aiuta nell’individuare le soluzioni e nel intraprendere un cammino corretto. Ancor più grave è però l’approccio negazionista che rigetta in toto il problema, cestinando le migliaia di pubblicazioni scientifiche e le prove convergenti raccolte da ricercatori.

Su quali principi deve fondarsi una nuova rotta per l’umanità?
La linea guida per una nuova rotta potrebbe essere rappresentata prima di tutto da una singola parola: sostenibilità. Sotto questa voce possiamo ragionare su come adottare soluzioni tecniche che ci permettano di superare la fase di crisi ambientale attuale. Possiamo e dobbiamo impostare un percorso di decarbonizzazione dei nostri cicli produttivi, diminuendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili che immettono in atmosfera tonnellate di gas a effetto serra. Dobbiamo affrontare la drammatica crisi della biodiversità, che impone un modello radicalmente ambizioso per tutelare il territorio e le specie.

Sotto l’ombrello della sostenibilità ci sono poi tre parole chiave che ci dovranno accompagnare nei prossimi anni; mitigazione, compensazione e adattamento. Dobbiamo diminuire il nostro impatto (mitigazione), risarcire per i danni già arrecati (compensazione) e prepararci ad affrontare dei cambiamenti inevitabili data l’inerzia del sistema (adattamento). Nessuna di queste parole è da sola risolutiva, e nessuna di loro può prescindere dalla sostenibilità.

Non ci sarà una singola tecnologia o un singolo approccio che ci permetta di uscire dalla situazione di crisi pericolosa in cui ci siamo infilati. Un cambiamento di mentalità, la flessibilità e creatività che hanno caratterizzato la storia umana e la consapevolezza di non avere una strada unica da percorrere dovrebbero essere la bussola per una nuova rotta.

A quali istituzioni andrebbe demandata la risposta alle sfide dell’Antropocene?
Cominciamo a dire chi da solo non ce la può fare: gli stati-nazione. La crisi ambientale è un problema globale, e l’Antropocene è una realtà globale, ed è necessario un sistema di decisioni globali, vincolanti per tutti. Abbiamo due entità sovranazionali, che con errori e limitazioni hanno dimostrato di funzionare e che potrebbero essere prese come punto di partenza. L’Unione Europea e le Nazioni Unite. Nessuna delle due rappresenta il modello ideale di governance mondiale, ma da entrambe abbiamo molto da imparare. Allo stesso tempo è necessario riconoscere che reti di città (in un mondo sempre più urbanizzato le città giocheranno un ruolo fondamentale), ONG e istituzioni locali hanno un ruolo fondamentale nel portare avanti progetti pratici con buone possibilità di successo. Dunque occorre veramente ripensare alla suddivisione verticale e orizzontale dei poteri: ciò che deve e può essere affrontato in modo risolutivo a scala locale o nazionale deve essere fatto a questi livelli, ma ciò che è globale deve essere affrontato a livello globale. Ogni singolo individuo deve essere aiutato e incoraggiato a intraprendere tutto ciò può fare con le proprie forze o secondo la propria sensibilità, ma quando sono necessarie misure limitative o anche coercitive, così come misure di compensazione di debiti ambientali attuali e storici la comunità ha il diritto e il dovere di imporlo.

Emilio Padoa-Schioppa, dottore di ricerca in Scienze naturalistiche e ambientali, è Professore associato di Ecologia presso il dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Complessivamente è autore di 130 pubblicazioni, tra cui 5 libri (di cui due come autore e tre come editor). È presidente di SIEP-IALE (Società Italiana di Ecologia del Paesaggio). Nel 2019 ha organizzato il 10° world congress IALE (Milano, luglio 2019). È editor di diverse riviste scientifiche (Sustainability, Geographies, Environmental Sustainability Indicators, Journal of Zoological and Botanical Gardens).

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