L’esercito romano in età repubblicana. Politica, economia e società (509-100 a.C.)a cura di Mattia Balbo, Michele Bellomo e Fabrizio Biglino
Carocci editore
«Pochi temi nella storia sono riusciti a catturare la nostra immaginazione tanto quanto l’esercito romano. La fulminea ascesa di Roma da potenza regionale, relativamente sconosciuta, dell’Italia centrale a padrona assoluta del mondo mediterraneo ha affascinato generazioni di storici a partire da Polibio, il quale, avendo vissuto (e subìto) personalmente il fenomeno, cercò di spiegare ai suoi contemporanei i motivi – anche e soprattutto militari – di questo successo senza precedenti. Al tempo stesso, uno degli aspetti che maggiormente contraddistinguono l’esercito romano repubblicano rispetto ad altre forze armate è il profondo impatto che esso finì per avere in ogni aspetto della società romana: l’eccezionalità del fenomeno espansionistico romano, cui si accompagnò un impegno militare senza precedenti nel mondo antico, ebbe ripercussioni fortissime su ogni ambito della vita economica, politica e istituzionale della repubblica. Quest’ultima, pur senza essere una società militarista in senso stretto, era intrinsecamente legata al suo esercito di cittadini ed evolveva di pari passo con esso.
Questo volume offre uno studio sistematico del ruolo dell’esercito nella repubblica romana fra il V e il II secolo a.C., nel quale si rintracciano i semi che portarono alla creazione di un impero mediterraneo. Tale studio non affronta temi strettamente militari, quali l’armamento dei soldati o l’evoluzione tattico-strategica delle legioni, che del resto sono stati ampiamente indagati in tempi recenti. Tocca invece tutti quegli aspetti politici, sociali ed economici che delineano le caratteristiche proprie dell’esercito repubblicano e si propone di ricostruire il suo ruolo nel complesso della repubblica romana, prima delle guerre civili che le posero fine, trasformandola in un impero anche dal punto di vista istituzionale. Il volume infatti è racchiuso entro due date tradizionalmente percepite come periodizzanti, sebbene fortemente immaginifiche. Come è noto, il 509 a.C. corrisponde, nella tradizione storiografica romana, alla cacciata dei re etruschi e alla nascita della repubblica in senso formale, che vide la sua concreta realizzazione ad opera del leggendario “amico del popolo” Publio Valerio Publicola. La scelta di questo termine è puramente convenzionale e si rifà all’importanza fondativa per la comunità politica che gli antichi attribuivano all’istituzione di un governo collegiale di stampo repubblicano. Anche l’esercito ebbe con il tempo a risentire di questo passaggio: da una compagine di guerrieri reclutati su base gentilizia e coordinati da un re-magistrato, con il progredire delle istituzioni repubblicane nel V e soprattutto IV secolo a.C. si sviluppò un esercito cittadino la cui organizzazione si rifletteva nelle istituzioni repubblicane e a sua volta le condizionava.
Non meno leggendaria è la data finale che chiude il volume, vale a dire il sesto consolato di Gaio Mario nel 100 a.C., che la tradizione amava dipingere come il “terzo fondatore di Roma” dopo Romolo e Furio Camillo, per l’importanza delle riforme militari che gli sono attribuite. Come è noto, Mario, in un periodo emergenziale contraddistinto da guerre esterne e invasioni su più fronti, avrebbe fatto largo ricorso all’arruolamento di volontari poveri, a scapito del tradizionale reclutamento (dilectus) censitario. Tale “riforma” avrebbe condotto a una maggiore proletarizzazione dell’esercito, che invece di essere composto da ceti medi avrebbe pescato nelle fasce più povere della popolazione. Tale svolta avrebbe comportato l’inevitabile professionalizzazione dell’esercito: dopo Mario, si legge in tanti manuali di storia romana, i soldati non erano più cittadini benestanti distolti temporaneamente dalle loro occupazioni, ma poveri che si arruolavano di mestiere. La storiografia recente ha di molto ridimensionato il ruolo di Mario in questo cambiamento: se è indubbio che egli reclutò parecchi volontari, non era la prima volta che ciò avveniva e non significa che negli eserciti dell’ultimo secolo della repubblica fossero assenti i tradizionali cittadini-soldati (in latino assidui) da cui provenivano i ranghi dell’esercito tradizionale (il cosiddetto “ordinamento centuriato”). La proletarizzazione e la professionalizzazione dell’esercito sono un fenomeno più ampio, non necessariamente lineare, che occupa l’intera fase tardo-repubblicana e augustea della storia romana. Pertanto la scelta di far terminare il volume con il 100 a.C. risiede soprattutto nella decisione di escludere dal discorso le guerre civili del I secolo a.C., tema ampiamente dibattuto e la cui componente militare offre una serie di problematiche molto più ampia e articolata rispetto alla sola proletarizzazione dell’esercito. A prescindere da come venivano reclutati, gli eserciti dell’ultimo secolo della repubblica sono un mondo diverso rispetto all’esercito cittadino del periodo precedente.
Il volume si compone di undici capitoli dedicati ad altrettanti temi salienti dell’esercito di Roma repubblicana. Sono scritti da studiose e studiosi che negli ultimi anni hanno dedicato le loro ricerche alla storia della repubblica romana, evidenziandone gli elementi costitutivi. È un libro a più voci, che vuole rendere evidente a chi legge – in particolar modo a un pubblico non specialista – la complessità del dibattito. Tuttavia il progetto che lega i capitoli è unitario e si propone di sviscerare in modo chiaro gli ambiti della repubblica romana, anche quelli non scontati, in cui l’esercito ebbe un ruolo preponderante. Il primo di questi è senz’altro rappresentato dai comizi centuriati, vale a dire l’assemblea dei cittadini, organizzati militarmente, che eleggevano i magistrati superiori incaricati delle funzioni di governo e di guida dell’esercito: alla loro nascita, che va districata nella complessa e spesso ambigua narrazione antica, è dedicato il capitolo 1, di Michele Bellomo, che apre la Parte prima del volume. Poiché assemblee, esercito e spazi politici erano intrinsecamente legati in età repubblicana, il capitolo 2, di Laura Fontana, affronta le pratiche funerarie dei guerrieri-soldati agli albori della repubblica: da queste pratiche, di evidente impatto pubblico, sorse una parte importante dell’ideologia politica romana costruita attorno alla figura del cittadino-soldato. Inevitabile conseguenza è la domanda con cui si apre il capitolo 3, di Alberto Cafaro: come si coniuga una rigida disciplina militare con il fatto che i soldati erano cittadini votanti, cioè dotati di privilegi e tutele politiche? Il magistrato che comandava l’esercito era da un lato insignito di una forte autorità sui suoi sottoposti, i quali però lo avevano eletto a quel ruolo e potevano, a fine anno, sindacare su suoi eventuali abusi. Dall’autorità senza limiti si passa inevitabilmente alla violenza, le cui molteplici sfaccettature sono oggetto del capitolo 4, di Sofia Piacentin: la violenza dell’esercito, sia al suo interno sia verso i nemici, nel contesto di una società intrinsecamente violenta, i cui cittadini passavano diversi mesi all’anno in armi. Ai problemi della guerra è dedicato anche il capitolo 5, di Claudio Vacanti, che affronta un ambito la cui articolazione fra eserciti antichi e moderni è molto diversa: lo spionaggio militare, in particolare quello legato alle tecnologie navali.
La Parte seconda del volume è dedicata ai principali temi in cui si suddivide l’economia dell’esercito repubblicano. È ampiamente assodato, ormai, che il vero segreto della forza militare romana rispetto a quella delle potenze rivali (Cartagine e i regni ellenistici) non risiedesse tanto nella superiorità tattica, nella qualità dell’armamento e nell’abilità dei comandanti, bensì nel sistema economico che permetteva ai Romani di schierare ed equipaggiare un numero elevato e costante di soldati, così come nella logistica che li manteneva in servizio per lunghi periodi su più fronti contemporaneamente. Le diverse strategie di finanziamento dell’esercito sono analizzate nel capitolo 6 da Giulia Vettori, a cui segue il capitolo 7 di Mattia Balbo, specificatamente dedicato alle forniture militari e alle politiche economiche che ne derivavano. Mantenere per anni migliaia di soldati in giro per il Mediterraneo non ha solo un costo finanziario, ma anche umano: il capitolo 8, di Fabrizio Biglino, sviscera l’impatto per la comunità politica del trasferimento, durante il servizio o alla sua conclusione, di cittadini fuori dall’Italia, in un’epoca in cui il concetto di “veterano” non era ancora del tutto formato, come invece sarà in età imperiale. Il capitale umano è affrontato anche nel capitolo 9, di Sara Borrello, che indaga l’età minima dei soldati ammessi al reclutamento, tema in cui l’aspetto demografico e quello sociale si fondono. Infine, ma non ultimo per importanza, il ruolo degli alleati: spesso, fuori dall’ambito specialistico, si sottovaluta il fatto che una buona metà delle forze armate schierate dai Romani fosse composta da soldati provenienti dalle comunità latine e italiche alleate. Al ruolo di questi contingenti, e all’atteggiamento spesso altezzoso che i comandanti romani avevano nei confronti degli Italici, è dedicato il capitolo 10, di Davide Morelli.
Il volume si chiude con il capitolo 11 di Federico Santangelo, di argomento storiografico. Tratta del mito moderno del soldato romano, che condiziona non poco la nostra percezione, spesso deformata e a volte macchiettistica, dell’esercito repubblicano. La scelta di dedicare un capitolo storiografico come conclusione ideale di uno studio a tutto tondo dell’esercito nasce dalla consapevolezza del ruolo che ebbe il “mito di Roma” nella costruzione ideologica di parecchie realtà moderne. L’immaginario del soldato romano – spesso distorto e piegato a un uso ideologico – ha condizionato l’approccio con cui noi contemporanei ci rivolgiamo alla storia di Roma, alla letteratura latina e all’archeologia. Ricostruire la genesi di queste percezioni (al plurale) e la loro progressiva evoluzione permette di sviluppare uno sguardo critico e maggiormente informato nei confronti della società antica, in modo da poterne apprezzare appieno la complessità.»




