“Medi@evo. L’Età di mezzo nei media italiani” di Marco Brando

Dott. Marco Brando, Lei è autore del libro Medi@evo. L’Età di mezzo nei media italiani, edito da Salerno Editrice. Quanto sono diffusi gli stereotipi negativi sull’Età di mezzo e quali sono, a suo avviso, le ragioni di questa diffusione?
Medi@evo. L'Età di mezzo nei media italiani, Marco BrandoLe radici sono molto profonde. Risalgono – se vogliamo andare indietro di secoli – alla stessa invenzione del “Medioevo oscuro” in epoca umanistico-rinascimentale, tra XIV e XVI secolo; però il boom dei mass media e del web nel XX e nel XXI secolo ha favorito la diffusione di questi stereotipi. Sono così diffusi che non ci rendiamo conto di usarli in continuazione. Non se ne rende conto chiunque parli o scriva a proposito di qualsiasi tema, tirando in ballo il Medioevo immaginario: per esempio, capita sui social network, dove com’è noto si scrive e si commenta parecchio, spesso a colpi di luoghi comuni.

Non se ne rendono conto neppure i giornalisti?
No. Li usano in ogni campo, dalla cronaca nera al gossip, dalla cronaca sportiva a quella economica. Basta leggere l’indice dei nomi citati nel mio libro per incontrare, accanto a quelli di grandi storici o di personaggi del passato, quelli di vip dello spettacolo, della politica, dello sport; tutti finiti accanto a citazioni giornalistiche in cui si evoca una presunta “buia” epoca medievale. Tanto che può capitare spesso di sorridere e persino di ridere leggendo alcuni dei tanti esempi che fornisco. Li ho raccolti dopo aver svolto un’indagine approfondita sugli organi d’informazione pubblicati online negli ultimi 20 anni. Si tratta di stereotipi quasi sempre privi di fondamento dal punto di vista storiografico, anche se sul pubblico fanno presa.

In che senso si può sorridere leggendoli?
Nel senso che spesso l’Età di mezzo è tirata in ballo sui mass media nelle occasioni più incredibili e surreali. Soprattutto con le locuzioni “ritorno al Medioevo” o “ritorno ai secoli bui”. “Bui” per nulla, in realtà sono stati secoli di luce. Basti pensare – limitandosi all’Italia con qualche esempio – a Giotto, Boccaccio, Dante, Federico II di Svevia, Matilde di Canossa, Francesco e Chiara d’Assisi, Marco Polo, Petrarca, Caterina da Siena, Benedetto da Norcia. Sono pilastri della nostra identità.

Ci può fare qualche esempio di citazioni definibili come divertenti?
Beh, limitiamoci allo stile di vita e alla balneazione. Si va da «Dress code a scuola, la circolare di un preside fa scoppiare le polemiche: “È un ritorno al Medioevo”» a «Spiagge, è polemica dopo il sorteggio (col notaio) per ombrelloni e lettini. “Sistema medievale”»; da «Terni come Kabul, vietate minigonne e scollature. Le opposizioni: “Roba da Medioevo”» a «Litorale pisano solo per i pisani. Livorno insorge: “Ordinanza da Medioevo”». Persino negli articoli di gossip e di cronaca rosa i presunti “secoli bui” talvolta incombono. Anche un arbitraggio severo nel corso di una partita di calcio diventa “medievale”.

E sul fronte di argomenti più seri?
Nei titoli e nei testi degli articoli spessissimo si evoca il “ritorno al Medioevo” quando si tratta di guerre del XXI secolo. Dal ritorno dei talebani in Afghanistan al conflitto russo-ucraino e a quello israelo-palestinese. Sul fronte della cronaca internazionale, colpisce proprio il fatto che si citino “ritorni al Medioevo” in corso oggi in zone del pianeta in cui la nostra Età di mezzo non è mai esistita. Il “Medioevo cattivo” viene evocato anche quando gli articoli ruotano intorno alla criminalità organizzata oppure sono dedicati alle polemiche sul genere sessuale o si concentrano sulle condizioni precarie dei lavoratori. Un capitolo del mio libro è dedicato pure all’uso politico dei cliché medievali. Sono solo alcuni esempi.

Come mai lei, che fa il giornalista, si occupa anche di Medioevo in questi termini?
Primo motivo: la questione riguarda direttamente il lessico giornalistico e mediatico, dagli organi d’informazione professionali ai social network. Secondo motivo, a pari merito: da oltre vent’anni mi occupo anche di storia e mi dedico in particolare alla percezione del Medioevo dopo il Medioevo, branca della medievistica che viene definita medievalismo. Ne ho scritto in un paio di libri dedicati al mito di Federico II di Svevia nella cultura di massa. Sono inoltre socio di alcune associazioni di carattere scientifico come la Società italiana per la Storia medievale, quella di Didattica della Storia e l’Associazione italiana di Public History. Diciamo che ho, come dire…, l’alibi per poter criticare (in senso buono) i giornalisti e ho anche l’alibi che mi consente per poter fare qualche osservazione sul ruolo degli storici, che a mio avviso dovrebbero avere un ruolo ancora più incisivo del dibattito pubblico.

Intanto però i cliché e gli stereotipi negativi dilagano, vero?
Sì. Molte volte, leggendo o ascoltando servizi giornalistici, ci imbattiamo nell’uso di espressioni stereotipate come quelle già citate: “ritorno al Medioevo” oppure “ritorno ai secoli bui”. Fanno da controcanto, ironia della sorte…, citazioni entusiastiche, altrettanto stereotipate, del mitico “tuffo nel Medioevo”: è un luogo comune usato per scrivere di sagre, feste e festival. Spesso, curiosamente, nel medesimo giorno e sullo stesso giornale si legge di “ritorno ai secoli bui” o “al Medioevo”, in senso negativo, e di “tuffi nel Medioevo”, in senso positivo.

Qual è, in estrema sintesi, l’uso negativo che viene fatto dei luoghi comuni sul Medioevo?
Tutte queste locuzioni sono usate per segnalare metaforicamente il rischio della regressione verso un passato che si presume inquietante, cupo, sanguinario, reazionario, integralista, oscurantista e via di questo passo. Sembra il risultato di problemi che riguardano anche i rapporti fra il sistema di produzione scientifica e la sua diffusione nella società. Sullo sfondo ci sono pure i contraccolpi in Italia (e non solo) della letteratura, del cinema, delle serie televisive (dalla saga di Harry Potter a Il Signore degli Anelli, da House of the Dragon a Il Trono di Spade e a La storia infinita), dei fumetti e dei videogiochi.

Nel libro dunque lei corregge gli errori fatti dai giornalisti?
No. Di primo acchito i giornalisti sembrano i miei principali bersagli. In effetti la tentazione di correggere ogni strafalcione è alta. Però non mi dedico alla correzione degli errori, la questione è un’altra: è il tentativo di svolgere una prima analisi della narrazione utilizzata dai numerosissimi giornalisti e comunicatori che accennano al passato al Medioevo in modo routinario; cioè, durante il lavoro quotidiano, soprattutto quando affrontano temi che non c’entrano affatto con quel lontano passato. Diciamo che scrivono o parlano di storia in modo subliminale e quasi sempre inconsapevole, in base a stereotipi introiettati a livello scolastico, culturale e sociale nel corso della loro vita. Questi stereotipi sono recepiti dal pubblico in modo altrettanto inconsapevole; quel pubblico, di cui i cronisti sono a loro volta parte, introduce gli stessi cliché nel suo lessico, con un continuo interscambio di significati e di utilizzi.

Capita solo in Italia?
No. Capita in tutte le aree del mondo in cui il Medioevo, che è eurocentrico, ha messo radici nella cultura e nell’immaginario collettivi. Succede nel Vecchio Continente come negli Stati Uniti, per esempio. Com’è noto, dal punto di vista cronologico, è solo una convenzione (non l’unica, ma quella più popolare) far coincidere l’inizio del Medioevo con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 dC) e fissare la conclusione con il 1492, l’anno in cui Cristoforo Colombo raggiunse le Americhe. Va però precisato che quando usiamo il termine Medioevo ci riferiamo allo spazio sul quale si dispiegò la civiltà latina. Per cui può essere usato con correttezza solo quando si parla della storia del continente europeo e del bacino del Mediterraneo, in relazione alle civiltà che a suo tempo sono state condizionate dall’Impero romano. Tuttavia nel libro sottolineo che gli stereotipi usati sui media italiani sono particolarmente significativi perché si manifestano in un laboratorio unico al mondo, dove lo spirito del luogo, – il genius loci – sopravvive alle modifiche determinate da diversi assetti funzionali, sociali e culturali. Resiste confrontandosi continuamente con lo spirito del tempo, il genius saeculi; lo fa anche per mezzo dell’elaborazione del presente visto, in modo più o meno artificioso, attraverso le lenti di quel passato. La sedimentazione culturale dell’epoca medievale rappresenta una caratteristica intrinseca dell’italianità.

Cosa pesa del radicamento di un’idea negativa del Medioevo in voga oggi? Perché il tema va studiato?
È un’epoca – delimitata entro quel millennio definito in modo artificioso nei secoli successivi – che in particolare tra XX e XXI secolo è stata trasformata dai mass media e dalla politica in una miniera immaginaria da cui ricavare luoghi comuni buoni in tutte le salse. Quindi è opportuno che l’uso e l’abuso mediatico dell’Età di mezzo sia studiato dai medievisti che si occupano di medievalismo e anche, sotto altri punti di vista, da linguisti, italianisti, sociologi, antropologi culturali e altri specialisti. Certo, si potrebbe andare in cerca di bufale e il carniere si riempirebbe in fretta. Però l’intenzione della mia ricerca non è quella di suggerire ai medievisti di correggere puntualmente, con rigore filologico, gli “errori” dei giornalisti/comunicatori e dei politici (anche se un ruolo pubblico più incisivo e tempestivo degli storici sarebbe opportuno). Semmai è interessante indagare sulle circostanze sociali, culturali e ideologiche che determinano il ricorso mediatico a queste modalità di connessione con un’idea immaginata del Medioevo. Modalità degne di analisi quanto i mondi, più o meno immaginari, che rappresentano.

I giornalisti sono preparati sul fronte storiografico?
Poco, se non per nulla, guardando alla preparazione media. Suggerisco infatti, nel concludere il mio libro, una maggiore formazione dei giornalisti sul fronte dell’uso della storia e della capacità di verificare le notizie a sfondo storico, vero o presunto, in cui si imbattono. Credo che nelle redazioni e nelle scuole e master di giornalismo si dovrebbe dedicare più spazio a questo aspetto. Gli storici potrebbero dare un grande contributo in questo senso. Per esempio, se fosse stata una maggiore competenza e tempestività fin dalla nascita dei partiti chiamati Lega lombarda e Lega Nord si sarebbe potuto evitare che pure gli organi di informazione contribuissero a fare credere che Alberto da Giussano sia esistito: invece è un personaggio totalmente inventato quasi due secoli dopo la sua presunta esistenza in vita e usato negli ultimi decenni in chiave politica. Il riferimento non è tanto ai pochi giornalisti che si occupano di storia con continuità. Mi riferisco ai giornalisti iscritti all’Ordine e ai comunicatori (professionisti e amatoriali): questi non solo ricorrono a luoghi comuni legati alla storia; divulgano anche, spesso senza avere l’insieme di conoscenze e di capacità che permette di “pensare storicamente”, notizie legate a eventi del passato di rilievo nazionale (si pensi a Resistenza, deportazioni nazifasciste e foibe) e locale (è il caso di intitolazioni di vie, statue o istituzioni a personaggi o episodi di rilievo).

Perché la storia, quella medievale in particolare, c’entra con l’eventuale impreparazione dei giornalisti?
Come capita pure in altri campi, il lessico giornalistico da un lato influenza il linguaggio di tipo “storico” cui fa ricorso la politica e quello usato dalla gente nella vita pubblica, social network inclusi; dall’altro lato, il linguaggio utilizzato dai giornalisti assorbe il senso comune in questo campo, riproponendolo in articoli e servizi. Esiste infatti una continuità tra la Storia (con la S maiuscola) e i suoi simulacri che emergono nella comunicazione giornalistica. Perché, per dirla sociologicamente, i media contribuiscono a creare un repertorio di immagini, forme di razionalità, formule di interazione, “luoghi comuni” a partire dai quali un sistema sociale si definisce. Tutto ciò viene usato nell’interazione tra i membri di quel sistema. Quindi i mass media sono importanti pure nella formazione di un’idea sul nostro passato e nell’evoluzione della sua ricezione. Uno storico potrebbe essere tentato di liquidare tutto, come capita, decretando che il giornalista e il cittadino sono mediamente accomunati dall’ignoranza in campo storico e storiografico. Tuttavia si tratterebbe di una semplificazione che avrebbe contraccolpi sulla stessa storiografia; perché si rinuncerebbe a comprendere come il racconto della storia viene recepito nella cultura di massa. Certamente, dunque, la storiografia e gli storici devono, o dovrebbero, occuparsi anche della manipolazione pubblica del discorso storico. Ciò non toglie che sia altrettanto importante il ricorso a un lessico più consapevole da parte dei giornalisti e quindi la loro formazione.

Dunque, per concludere, oggi i media e i giornalisti sono allo stesso tempo vittime e vettori del “contagio” che alimenta la diffusione di banalità sul Medioevo?
Esatto. È un fenomeno che investe altri campi della conoscenza storica (e non solo di quella), al di là delle disavventure riservate con particolare entusiasmo all’Età di mezzo. È dunque una circostanza che offre materia di studio e approfondimento ai professionisti della storia e propone spunti di riflessione e suggerimenti di formazione ai professionisti dei media.