“Malanotte e figlia femmina” di Brillante Massaro

Malanotte e figlia femmina, Brillante MassaroPubblicato nel 2023 dalla casa editrice Scatole Parlanti, il romanzo Malanotte e figlia femmina di Brillante Massaro colpisce fin dal titolo per la tagliente potenza delle frasi folkloriche, cariche di quell’emotività e di quel misticismo che invade e plasma il pensiero. L’autrice, che per anni si è occupata di didattica e ha pubblicato articoli sull’educazione linguistica, ha dato vita ad un testo che fonde insieme l’esperienza personale e lo studio attento, tecnico, dell’atto linguistico – spazio del conflitto in cui le emozioni non possono esprimersi in tutti i loro colori, e allo stesso tempo spazio dell’affermazione personale e della forza ostinata.

Trama

Il calore del primo caffè preso al mattino riporta alla mente ricordi passati, seppelliti, soppressi per dare la forza di andare avanti e provare a costruirci senza il giudizio doloroso della persona che un tempo siamo stati. Un piccolo sorso di caffè compie la magia, agisce come una macchina del tempo che riporta indietro storie, impressioni e desideri. Si apre con un gesto semplice, familiare, la storia della protagonista del romanzo, che prima ancora di avere dieci anni capisce di voler fare un mestiere tradizionalmente associato agli uomini: il saldatore. Così, la professione del nonno diventa metafora di un desiderio più profondo che rivela la necessità di voler aggiustare le cose. Aggiustare corrisponde al «far uscire la poesia dalle mani», è un atto di straordinaria semplicità, di straordinaria umanità. La rivelazione si traduce in epifania negativa: alcune cose non si possono saldare. Non si possono aggiustare le lacrime dell’amica schiaffeggiata dal fidanzato perché aveva la gonna troppo corta, non si possono aggiustare le urla di Valentina, la cui vita è segnata dalla presenza di un padre violento e alcolizzato.

I ricordi d’infanzia riportano al cortile in cui avveniva la vita, l’unico luogo non dominato dalle regole del mondo esterno, in cui una figura si impone sulla scena più di tutte le altre: Zi’ Nannina. Una ‘femminista ante litteram’ che si esprime attraverso formule segrete e insegna la ritualità dei gesti. Quelle che racconta Nannina sono storie di streghe e di magia che svelano la «matematica sacra che pervade l’universo». Nel cortile si parla il dialetto, una lingua che asseconda le pause del pensiero e le emozioni, una lingua che conosce tutti i cromatismi, e non rimane timida di fronte alle tinte sgargianti, più profonde, più umane di quelle grigie e rigide della lingua imposta nella scuola e dalla società. A scuola la lingua italiana viene avvertita come una nemica, minaccia di uccidere la lingua dell’infanzia e di limitare quei sentimenti che sono indispensabili per esprimersi. La protagonista, ancora bambina, non riesce a sopportare il margine stretto della riga, vuole affermarsi e procedere in direzione ostinata e contraria, pur conoscendo le conseguenze e i brutti voti, la sensazione di fallimento. Nel cercare un compromesso tra la vita del cortile e la rigidità delle norme imposte dalla scuola, inizia ad esprimersi attraverso l’interlingua, che si pone a metà tra la lingua di partenza e la lingua d’arrivo. A scuola le insegnanti di italiano sono le “salvatrici”, soltanto loro comprendono fino in fondo che non è un male mostrare la propria umanità. Pertanto, è necessario «guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza», come suggerisce l’epigrafe, un passo sapientemente estratto da Il Labirinto del Mondo di Marguerite Yourcenar.

Con la suoneria del telefono riatterriamo nella contemporaneità, i compagni di classe molti anni dopo ricompaiono nella vita della protagonista con un messaggio, e le ricordano di una ferita non del tutto rimarginata. Il non aver superato un anno scolastico è ancora motivo di grande insicurezza, e si aggiunge a quei tanti eventi che hanno minato l’autostima fino a frantumarla in tanti piccoli pezzi, fino a non poter quasi più credere nel potere della saldatura.

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Malanotte e figlia femmina
  • Massaro, Brillante (Autore)

Sorseggiare il primo caffè della mattina è un atto catartico, con i ricordi arriva l’analisi minuziosa, psicoanalitica, dei rapporti che hanno plasmato la vita della narratrice-protagonista. Si impone, nella seconda metà del romanzo, la descrizione della figura paterna, la cui perdita permette un bilancio finale, che si traduce in un lungo soliloquio colmo di rabbia distruttiva e dolorosa. Si alternano continui flashbacks e flashforwards, ma l’io narrante è sospeso nella dimensione del trauma, della catastrofe, e non può far altro che passare in rassegna gli eventi. Improvvisamente, un’indomabile forza urla da dentro e rivela la necessità di passare al “tu” e di rivolgersi al padre con la seconda persona, per liberare quei pensieri colmi di ira, farglieli sentire impietosamente. Quella crepa che doveva essere saldata ha finalmente un nome ed una faccia, quella paterna. Nello sfogarsi contro chi le ha imposto di sentirsi sempre minuscola nel confronto con gli altri, l’autrice/narratrice svela i segreti e le ombre del padre, tormentato dall’inappagato desiderio di non aver avuto un figlio maschio. L’anaffettività della madre determina un’altra necessaria analisi, e con l’affiorare dei ricordi arriva anche la rivalutazione della famiglia materna, ora guardata con occhi maturi, e compresa nella sua vera essenza: nella casa della nonna vigeva il matriarcato senza che nessuno se ne accorgesse, ella si ergeva come una matrona e dettava legge. Il sottoporre i ricordi ad una disamina porta a rintracciare l’origine dell’autosabotaggio: l’insoddisfazione di sé è determinata dal rapporto con la figura paterna, colpevole di aver insegnato l’impotenza. Madre e figlia sembrano collocate in due mondi a parte, la prima è un’attenta amministratrice di tutto ciò che avviene tra le mura domestiche, compiace il padre e svolge i compiti che le vengono imposti, la seconda in perenne conflitto con un ambiente nocivo e privo di slanci affettuosi. Sono legate, madre e figlia, da un’unica cosa: la sudditanza psicologica che impone di eseguire gli ordini con «ubbidienza passiva, cieca, che non si interroga, che si accontenta di piegarsi al volere altrui». Tuttavia, nel suo percorso di crescita, la figlia svela di essersi effettivamente interrogata, di aver esaminato tutto con minuzia scientifica, e di essere giunta alla conclusione di volersi affermare proprio a partire dalla diversità dalla passiva figura materna. Come una ribellione procede impetuosamente il viaggio interiore della figlia femmina, che giunta finalmente all’età dei bilanci, e superato il periodo della vita in cui si deve necessariamente dimostrare qualcosa a tutti, in primo luogo a sé stessi, decide di fare pace con il suo mondo interiore, con i ricordi lontani, con la bambina che è stata. Nel ricordarsi ragazza, adolescente, giovane donna e infine donna matura, la narratrice recupera tutti i colori che l’hanno portata ad essere «liberamente imperfetta» e a concedersi «il diritto di un’umanità senza eccedenze».

Recensione

Malanotte e figlia femmina colpisce per la sua prosa attenta ed essenziale, capace di sintetizzare concetti estremamente profondi con parole semplici, ma scelte con minuzia. Il titolo, con un pizzico di ironia amara, riprende un detto popolare in cui si afferma che una notte cattiva può portare solo figlie femmine. Così l’autrice, che è anche narratrice, si confessa al lettore in un lungo viaggio interiore in cui vengono evocati i ricordi d’infanzia, associati al dialetto della provincia di Napoli, più umano, più adatto ad assecondare le tinte delle emozioni forti, quelle che non possono essere trattenute o limitate. Lo stile dell’autrice è diretto ed efficace, come quello di chi condivide la sua esperienza affinché colpisca la mente del lettore e lo faccia ragionare.

Nelle descrizioni della prima parte della sua esistenza, l’autrice consegna al lettore figure femminili che mostrano di avere un’acuta sensibilità, una profonda attenzione all’umano. Dapprima, spicca nel cortile Zi’ Nannina, un personaggio che colpisce per il suo fascino misterioso, portavoce di quel folklore che è anche l’anima pulsante di questo romanzo. Nannina si presenta, sin da subito, come custode di grandi verità. E poi le docenti di italiano, le più umane, le salvatrici.

Con l’inizio della seconda parte del romanzo, la narrazione si fa sempre più intima, e l’analisi del rapporto con le figure genitoriali dà vita ad un tipo di scrittura che si avvicina molto al famoso e apprezzatissimo self-help. L’autrice/protagonista ripercorre coraggiosamente ogni puntata della sua storia, consegnandoci un’esperienza di crescita personale da cui ogni lettore può trarre beneficio. Si avverte una profonda connessione con le motivazioni che spingono l’autrice a scrivere, a confessarsi, ad assecondare la propria ispirazione. E così, una storia ordinaria insegna ad affrontare la vita, con i suoi slanci e le sue cadute.

L’obiettivo del romanzo risulta chiarissimo: è necessario entrare nella propria interiorità, nelle proprie crepe per conoscersi ed accettarsi. In queste crepe si nasconde il conflitto con le figure genitoriali: il padre, simbolo di un preciso complesso di miti culturali cristallizzati nella convinzione che la nascita di un figlio maschio corrisponda alla felicità, è perennemente insoddisfatto della figlia, che si porterà dietro questo continuo senso di inappagamento come una ferita; e la madre, passiva e priva di affetto per la figlia, rimane inerte mentre il marito conduce una vita parallela. Le due sequenze narrative in cui la voce narrante libera la riflessione sulle figure genitoriali, oscilla tra l’assoluto e l’ordinario e sembra mettere nero su bianco le origini di conflitti archetipici, in un dialogo tra lo psicoanalista e il suo paziente. Ma la l’io narrante è anche onnipresente, e allora improvvisamente si autoafferma passando al “tu”, rivolgendosi direttamente alla madre e al padre, e crea un soliloquio contraddistinto di una potenza drammaturgica, che si potrebbe rappresentare anche sul palco di un teatro. Malanotte ci insegna a conservare con cura i nostri ricordi e i colori che ad essi sono legati, e ad entrare dentro alle nostre crepe ed uscirne liberi, umani.

Rebecca Furci

L’Autrice

Brillante Massaro, docente, è nata a San Nicola La Strada (CE) il 6/10/1953. Per decenni si è occupata di formazione in ambito metodologico-didattico e ha pubblicato articoli su riviste specializzate di educazione linguistica. Ha pubblicato, con il Gruppo editoriale Raffaello, per la collana “I mulini a vento”, due testi di narrativa scolastica per ragazzi: Emozioni in gioco nel 2015 e A che gioco giochiamo nel 2018 e numerosi racconti sia online che in cartaceo (Raccolte di racconti).

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