“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson, trama, riassuntoAbbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo di genere gotico scritto nel 1962 da Shirley Jackson, scrittrice e giornalista statunitense. Il tema principale dell’opera è la segregazione femminile, rappresentata attraverso il personaggio di Constance. L’autrice stessa in quell’anno sofferse di un’acuta forma di agorafobia, che la costrinse a rimanere chiusa in casa per mesi.

La vicenda si apre con la presentazione della protagonista, Mary Katherine Blackwood detta Merricat, l’io narrante dell’intera vicenda. Dato che viene mostrato soltanto il suo punto di vista, il lettore è naturalmente portato a credere alla bontà del suo racconto. Risulterà tuttavia evidente che Merricat è una narratrice inaffidabile e che spesso la realtà dei fatti viene distorta dalla sua ossessione per la sorella Constance, inquadrata nell’incipit come una “passione”.

“Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.”

La vita delle due sorelle è stata, infatti, scossa sei anni prima da un tragico evento: tutta la famiglia è stata uccisa da dell’arsenico contenuto nello zucchero con cui sono stati conditi i mirtilli. L’unico a salvarsi, oltre alle due, è stato lo zio Julian, che però è rimasto invalido dopo l’accaduto. Sebbene dall’introduzione sia chiaro che Merricat abbia un’ampia conoscenza dei veleni, è Constance a venir processata -e scagionata- per il delitto. Il villaggio, tuttavia, non aveva mai smesso di crederla colpevole insieme alla sorella e, da allora, i tre vivono insieme in una magione al limitare del villaggio come dei veri e propri reietti. L’esistenza per loro ha assunto la forma di un eterno presente e i gesti quotidiani vengono svolti con un’inquietante immutabilità, giorno dopo giorno. Ogni cosa deve rimanere sempre identica a se stessa e gli oggetti non potevano essere spostati.

Offerta
Abbiamo sempre vissuto nel castello
  • Editore: Adelphi
  • Autore: Shirley Jackson , Monica Pareschi
  • Collana: Gli Adelphi
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2020

“Ogni cosa doveva rimanere al proprio posto. Spolveravamo e spazzavamo sotto i tavoli, le sedie, i letti, i quadri, i tappeti e le lampade, ma lasciandoli lì dov’erano; il servizio da toilette di tartaruga di mia madre non è mai stato spostato nemmeno di un millimetro. Casa nostra era sempre stata abitata dai Blackwood, tutta gente molto ordinata; appena uno si sposava e la moglie faceva il suo ingresso in famiglia, si trovava subito un posto per gli effetti personali della nuova venuta; così i beni si erano accumulati uno strato dopo l’altro, gravando sulla casa e consolidandola contro il resto del mondo […]

Il lunedì io e Constance riordinavamo la casa, spostandoci da una stanza all’altra con stracci e scopettoni, risistemando con cura i soprammobili dopo aver spolverato, senza cambiare nemmeno di un millimetro l’allineamento perfetto del pettine di tartaruga di mamma. Ogni anno a primavera facevamo le grandi pulizie annuali; ma ogni lunedì rassettavamo tutto; nelle loro stanze si depositava pochissima polvere, ma bisognava togliere anche quella.”

Merricat è l’unica dei tre ad uscire di casa, rigorosamente due volte a settimana, subendo, a detta sua, ogni sorta di angheria da parte dei concittadini. Julian e Constance, invece, sono protetti dal mondo esterno e vivono segregati da sei anni. Il primo, afflitto da un’infermità mentale, è ossessionato dalla compilazione di un diario personale dove racconta le sue memorie, mentre la seconda si occupa della cucina e dell’assistenza dello zio.

Poiché nel corso della narrazione Merricat inizia a percepire dei segnali di pericolo, si adopera per costruire e rinforzare una sorta di barriera magica eretta attorno alla casa per proteggere Constance, sotterrando oggetti preziosi nel giardino.

Si preparava un cambiamento, e nessuno se ne rendeva conto tranne me. […] La domenica mattina controllavo i miei baluardi, la cassetta di dollari d’argento che avevo sotterrato vicino al ruscello, la bambola seppellita nel campo d’erba alta e il libriccino inchiodato all’albero nella pineta; finché rimanevano dove li avevo messi niente poteva nuocerci. […] «Avevo tre parole magiche,» dissi col maglione in mano «melodia gloucester pegaso, e siamo state al sicuro finché qualcuno non le ha pronunciate ad alta voce».”

I suoi sforzi tuttavia a nulla valgono e di lì a poco giungerà Charles, cugino delle due che cercherà di allontanare Constance da Merricat e dallo zio per impadronirsi dell’eredità delle Blackwood. Pian piano inizia a colonizzare gli spazi e gli oggetti che prima appartenevano al padre delle due ragazze, poi ad assumerne la condotta, pretendendo di comandare in quanto unico uomo della casa. Quando la sua influenza su Constance sembra avere la meglio, Merricat, esasperata, decide di appiccare un incendio nella camera di lui, nella speranza di estirparlo come un’erbaccia. Il villaggio accorre inizialmente per portare soccorso alla famiglia, ma pochi istanti dopo inizia a sfogare la rabbia repressa verso essa, sfiorando il linciaggio pubblico.

“In silenzio assoluto si girò lentamente, sollevò il braccio e scagliò il sasso contro una delle altissime finestre del salotto di mamma, fracassandola. Un muro di risa si levò alle sue spalle, sempre più alto, e poi, prima i ragazzi sui gradini, poi gli uomini e infine le donne coi bambini piccoli si mossero come un’ondata verso la casa.”

Le due ragazze riescono a fuggire grazie alla distrazione generale causata dalla morte di Julian e si rifugiano nel bosco. Si scopre così che era stata Merricat ad avvelenare lo zucchero, sapendo che Constance, l’unica a volerle bene, non lo usasse mai. Constance, dal canto suo, conscia dell’affetto della sorella e della crudeltà dei genitori verso di lei, l’aveva protetta affrontando il processo al posto suo. Le due, estintosi l’incendio e nuovamente unite, tornano infine nella magione a cui ormai manca interamente il secondo piano. Barricatesi all’interno, rifiutano ora entrambe qualsiasi contatto con l’esterno, vivendo delle scorte stipate in cantina e delle offerte di cibo che portano loro gli abitanti del villaggio. Il romanzo si conclude con Merricat che afferma sollevata come ora siano finalmente felici, senza che sia data a Constance la possibilità di rispondere.

“«Oh, Constance,» dissi «siamo così felici!».”

Il finale presenta, quindi, dei tratti inquietanti per il lettore e permette di ripercorrere a ritroso la vicenda per notare come il romanzo racconti in realtà una storia di segregazione. Sebbene “il castello” si configuri come un luogo dove poter vivere al sicuro, protetto dall’esterno grazie alla magia di Merricat, Constance vi è in qualche modo rinchiusa: fin dall’inizio si nota come lei vorrebbe intrattenere rapporti col villaggio e come sia pronta ad affrontare una nuova vita dopo il superamento del trauma. Questo aspetto appare evidente in particolar modo durante le visite della vicina Helen: se da parte di Constance traspare gioia per l’incontro, Merricat sembra invece contrariata, tenta di mandare via l’ospite e di privare di ogni contatto la sorella.

“Allora mi girai a guardarla, e lei era calmissima. «Li mando via» dissi. «Non si fa così».

«No» disse Constance. «Sono davvero sicura che andrà tutto bene. Vedrai».

«Ma non voglio assolutamente che ti spaventi».

«Prima o poi,» disse «prima o poi dovrò pur fare il primo passo». Rimasi gelata. «Li mando via». «No» disse Constance. «Assolutamente no».”

Constance viene dunque soggiogata dalla sorella e convinta della pericolosità del mondo. Merricat è, infatti, da un lato un’eterna bambina, irresponsabile, selvaggia, quasi uno spirito dei boschi, ma dall’altro è lei a essere investita del potere tipicamente appartenente ai padri in casa, dopo la morte della famiglia: Merricat esce, compra il giornale, va al bar e ha un ruolo più marginale nelle mura domestiche.

Proprio il cibo, preparato esclusivamente da Constance, diventa simbolo del ruolo materno di cui è investita. Se, infatti, da un lato esso è lo strumento attraverso cui i genitori puniscono Merricat (significativo che anche Charles alluda alla stessa punizione per Merricat), negandoglielo, ed è il mezzo che permette al delitto di consumarsi, il cibo si configura anche come espressione d’amore quando è Constance a prepararlo.

Constance viene, dunque, assimilata totalmente alla figura materna in modo che Merricat possa vivere un’eterna fanciullezza.

“Nostra madre aveva sempre servito il tè alle amiche su un basso tavolino a un lato del caminetto, e Constance seguiva il suo esempio. Si sedeva sul divano rosa col ritratto di mamma che incombeva sopra di lei, e io mi mettevo nella mia seggiolina in un angolo e rimanevo a guardare.”

Martina Fedel

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